FUTURISMO: gilet, fiori e colori

FUTURISMO: gilet, fiori e colori

Il 20 febbraio 1909 su Le Figaro viene pubblicato, da Filippo Tommaso Marinetti, il Manifesto del Futurismo (perché va bene che Milano all’epoca era la città italiana più moderna…ma se devi annunciare al mondo la nascita del nuovo movimento artistico…anche Milano ti sembra provinciale e quindi scegli un grande quotidiano con respiro internazionale e vai a Parigi!)

Manifesto Futurista su Le Figaro 1909

Le idee futuriste puntano a cambiare il mondo. Tutto ciò che c’è nel mondo, a partire dalle piccole cose. Dalla moda all’arredamento, dalla cucina alla musica. Via tutto quanto sa di vecchio. Viva il colore e la follia!

Gli artisti futuristi, serissimi a vedersi, in realtà abbinavano ai vestiti classici dell’epoca, calzini spaiati a righe colorate e sotto quelle giacche nere…ecco i loro meravigliosi gilet coloratissimi!

Ed ecco le nostre versioni!

Fedele Azari nel 1924 pubblica  La flora futurista ed equivalenti plastici di odori artificiali

Basta coi fiori naturali
Dobbiamo ormai constatare la decadenza della flora naturale che non risponde più al nostro gusto.
I fiori sono rimasti monotonamente immutabili attraverso i millenni della creazione a delizia dei multiformi romanticismi di tutte le epoche e come espressione del cattivo gusto nei più banali decorativismi.
Oggi, ad eccezione di alcune specie tropicali a grande sviluppo da noi poco conosciute, essi lasciano completamente indifferenti od arrivano anzi ad urtare la nostra sensibilità futurista dal punto di vista plastico e coloristico.
D’altra parte la letteratura e la pittura contemporanea non hanno ancora smesso di farne largo abuso con le più trite immagini e coi più stucchevoli soggetti.

Creazione di una flora plastica futurista
Stabilito ormai che i fiori fornitici dalla natura non ci interessano più, noi futuristi per rallegrare, vivificare e decorare i nostri quadri e i nostri ambienti abbiamo iniziato la creazione di una flora plastica
originalissima
assolutamente inventata
coloratissima
profumatissima
e soprattutto inesauribile per la infinita varietà degli esemplari.

Nel 2003 alle Galerie Nordenhake di Berlino è stata proposta una fedele ricostruzione dei fiori progettati dai futuristi.

Ricostruzione del Giardini futurista, 2003, Nordenhake gallery

Ho quindi chiesto ai miei studenti di pensare, progettare e realizzare, il loro giardino futurista: coloratissimo, eterno e a prova del mio pollice nero!!!

La nostra scuola in chiave espressionista!

La nostra scuola in chiave espressionista!

La nostra scuola in chiave espressionista, lo sappiamo bene, non sarebbe proprio tanto simile a quella reale… L’espressionismo nasce come contrapposizione al naturalismo e all’impressionismo. Ha origine da artisti come Van Gogh, Munch e Gauguin… Fauve, Die Brücke e Der blaue Reiter partono sì dall’osservazione della realtà ma ciò che ci mostrano è visto attraverso i loro occhi. Sguardi, anche dato il momento, non sempre sereni ma di sicuro impatto. Ho quindi proposto un lavoro che partiva proprio da questa domanda: Se tu fossi un pittore espressionista come rappresenteresti la tua scuola?

Ho propostoalcune immagini ma ho lasciato anche piena libertà di autonomia (qualcuno ha fatto le foto in prima persona a luoghi di fianco alla scuola).

 

Tecnica  libera (qualcuno ha scelto di fare un lavoro utilizzando la tavoletta grafica, alcuni hanno usato pennarelli, altri tempere, altri ancora pastelli a cera o matite colorate), unico obbligo: osare!

 

DECORAZIONE LIBERTY

DECORAZIONE LIBERTY

La decorazione Liberty, o  Art Nouveau… tipica del periodo della Belle Epoque… La ritroviamo un po’ ovunque: in architettura, nell’arredamento, nelle opere d’arte in vetro Tiffany  e  in tutto quanto veniva realizzato in questo periodo…compresi  i menu dei ristoranti eleganti dell’epoca. La linea curva, l’eleganza, la presenza di fiori (in Italia si chiamava proprio Stile Floreale), caratterizza tutta questa produzione. Donne bellissime rese famose, ad esempio, da   Alfonse Mucha che iniziò a lavorare realizzando i cartelloni per gli spettacoli dell’attrice Sara Bernhardt per passare poi a pubblicità di prodotti e marchi famosi ancora oggi (Nestlé, Moët & Chandon, biciclette, birre e biscotti ecc). Il lavoro proposto quindi è stato molto semplice: Realizza una cornice in stile Liberty e al posto di una lista di vini o pietanze…scrivici dentro ciò che preferisci (una poesia, un brano da portare agli esami, il testo della canzone del momento o anche solo un aforisma a te particolarmente gradito). Tecnica libera ma, possibilmente,  senza dimenticare le caratteristiche dell’epoca: colori brillanti e un contorno nero che diventa linea sinuosa (il colpo di frusta!)

Klee dalla poesia alla pittura e viceversa

Klee dalla poesia alla pittura e viceversa

Klee, artista poliedrico che noi conosciamo durante la sua attività alla scuola del Bauhaus, in realtà si occupava anche di musica e poesia. Esponente dell’arte astratta riesce a trasformare una sua poesia del 1918, scritta in tedesco, Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte,  in un’opera dove il soggetto sono le lettere della poesia stessa e i colori con i quali la rappresenta:

Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte
Poi pesante e prezioso
e reso forte dal fuoco
Di sera pervaso da Dio e curvato.
Infine etereo avvolto di blu,
si libra su campi innevati,
verso cieli stellati.
Paul Klee, Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte, 1918

In qualche modo con  gli acquerelli, sottolinea la luce che corrisponde ai diversi momenti della poesia, ed ecco quindi toni cupi, tra grigio e blu, per le parole dedicate alla notte mentre quando cita il fuoco sceglie i colori più accesi come rossi e arancioni.

Anche Alighiero Boetti, artista visuale degli anni Ottanta fa una scelta simile, senza però dare sempre un senso alle sue lettere e alle sue parole… che accostate le une alle altre, colpiscono per i colori accesi dei suoi arazzi
Alighiero Boetti quello che non succede in mille anni succederà in un attimo, 1988

Noi, nel nostro piccolo, abbiamo puntato più al divertimento e spesso al nonsense, a volte son state riportate poesie e testi di autori famosi, in altri casi una frase del Gladiatore, oppure una frase palindroma o ancora un brano musicale…

Tecnica libera, unico obbligo:  rispettare l’idea iniziale di Klee! Un quadrato che viene diviso in altre forme geometriche dalla lettera che contiene e ogni singola forma deve avere un colore diverso. Ehm… vabbbbbbè qualcuno si è confuso ma il risultato finale è stato altrettanto interessante. In un unico caso l’ospirazione è stata decisamente la scelta di Boetti: lettere colorate su sfondo colorato e in un altro caso…abbuiamo sfruttato la scrittura degli ideogrammi cinesi, già graficamente affascinante, abbinandola al resto del testo. Insomma…non ci siamo fatti mancare nulla!

ANTEFISSA ETRUSCA

ANTEFISSA ETRUSCA

L’antefissa è un elemento decorativo in pietra o terracotta, posto sulla copertura dei tetti alla fine della serie di tegole, negli edifici etruschi (ma anche greci e romani). Ne troviamo di varie forme: volti femminili o maschili, sereni o mostruosi come le gorgoni, oppure forme differenti che vanno dalla palma all’animale. Erano decorative e colorate ma anche utili! Alcune, forate, servivano come scarico delle acque piovane, altre invece in pratica bloccavano la fila di tegole poste dietro di loro. Quelle mostruose servivano forse anche ad allontanare il malocchio!

Ed ecco quindi le vostre Antefisse! Tecnica e forme libere, serene o mostruose ma comunque…bellissime! L’unico obbligo era lo sfondo: una scusa per imparare il tratteggio con la penna nera

Sorolla, pittore di luce

Sorolla, pittore di luce

Sorolla, il pittore di luce, a Palazzo Reale Milano, dal 25 febbraio al 26 giugno 2022


Una bella mostra monografica che ci fa scoprire (o riscoprire) l’artista spagnolo, Sorolla, il “pittore di luce” famosissimo nella sua epoca: la Belle Epoque e definito dai suoi contemporanei come “il più grande pittore vivente al mondo”! A cavallo tra Europa e America, una carriera di successo fortemente voluta e inseguita, quasi studiata a tavolino… che ha richiesto impegno, dedizione e studio.

Sorolla, valenciano, attaccatissimo alle sue tradizioni, ai suoi amori e alle sue passioni, si porta nel cuore e nel suo lavoro tutto questo bagaglio emotivo e riesce a fonderlo con ciò che impara “sul campo”. I tagli fotografici arrivano direttamente dalla passione per la fotografia, la tecnologia più moderna dell’epoca (il suo primo datore di lavoro sarà proprio Antonio Garcia, fotografo di successo e suo futuro suocero).

Gli scorci prospettici e la monumentalità delle figure hanno quel sapore rinascimentale inconfondibile, assorbito probabilmente negli anni di vita passati in Italia, a più riprese, tra Roma e Assisi. Il tocco rapido e la pennellata fluida sono figli diretti della pittura impressionista e della tecnica en plein air che vive direttamente nel suo soggiorno parigino.

L’eleganza delle figure e delle composizioni sono la rappresentazione su tela di tutto quello che è Art Nouveau e ricerca costante della bellezza. Uomo del suo tempo si inserisce perfettamente in ambienti artistici differenti dove verrà molto richiesto come ritrattista di personaggi di alto rango così come da amici di famiglia.

Il suo legame fortissimo con il mare lo accompagnerà sempre facendogli sfruttare i meravigliosi giochi dei riflessi della luce sull’acqua. Nella sua tavolozza di colori risaltano gli azzurri e i blu e i violetti di cieli, onde e schiuma del mare ma anche tutta la gamma dei gialli di sabbia e sole. E il bianco. Un bianco mai puro ma reso da infinite ombreggiature colorate a macchie rapide. Un bianco che ancora oggi sembra quasi acciecare lo spettatore che di fronte alle sue opere si sente trascinato fisicamente in altri spazi…lontani eppure così vicini perché sempre vicini al cuore dell’artista. Sorolla  ha uno stile pittorico che è praticamente una narrazione… e, cari miei, come sa raccontare Sorolla…nessuno mai… 😉

EDUCAZIONE CIVICA: ARTE E IMMAGINE ALLA SCUOLA MEDIA

EDUCAZIONE CIVICA: ARTE E IMMAGINE ALLA SCUOLA MEDIA

L’educazione civica è diventata parte integrante di tutte le materie della secondaria di primo grado ma…diciamocelo serenamente: almeno per noi di arte…è sempre stata parte del normale programma di materia.

I beni culturali sono il nostro  pane e così come il pane va conservato bene perché non faccia la muffa, protetto, perché non arrivino le formiche a mangiarselo e tenuto lontano dall’acqua perché non diventi immangiabile… Così le opere d’arte vanno protette, tutelate, restaurate, conservate e soprattutto…mostrate a quante più persone possibili, ovviamente nella massima sicurezza!

Ho scelto tre argomenti da trattare anno per anno ma volendo sono comunque intercambiabili tra le varie classi prime, seconde, terze. Partendo dalla costituzione italiana, soprattutto l’articolo 9, dedicato alla tutela del patrimonio artistico, ho preparato tre differenti lezioni con tre lavori pratici da proporre alle classi per avere così un voto finale e un modo per fissare, in ogni ragazzo, i concetti che sono poi alla base della cultura e della civiltà di ogni Paese e che nel nostro, troppo spesso, sono poco considerati.

…e pensare che l’Italia potrebbe sopravvivere solo di turismo artistico e che la maggior parte dei turisti stranieri vengono per vedere cose che a noi italiani…sembrano tragicamente scontate e invece sono reali gioielli che tanti ci invidiano!

CLASSI PRIME Argomento collegato l’arte romana, agli scavi archeologici, alla distinzione tra beni immobili e mobili e alla nascita dei primi spazi espositivi all’estero o in Italia

POMPEI

CLASSI SECONDE Argomento collegato ai furti e alle indagini per recuperare le opere d’arte rubate ovunque nel mondo (se possibile consiglio la visione dei film: Monuments men e  Woman in gold, ottimi anche in terza per collegare l’argomento a Storia)

CARAVAGGIO RUBATO A PALERMO

CLASSI TERZE Argomento collegato a street art e alla sua discussa genesi e distinzione  tra arte e vandalismo

BANKSY

Tiziano e l’immagine femminile nel cinquecento veneziano a Palazzo Reale, Milano!

Tiziano e l’immagine femminile nel cinquecento veneziano a Palazzo Reale, Milano!

Tiziano e l’immagine femminile nel cinquecento veneziano, a Palazzo Reale Milano, dal 23 febbraio al 5 giugno 2022

Donne dipinte, immaginate, evocate, sognate, ricordate, mitizzate…

Donne reali, donne mitologiche, donne bibliche…

Donne caste e pure, donne che non lo sembrano affatto, donne che sono come e più forti degli uomini…

Donne innamorate, donne spietate, donne sedotte…

Una bella mostra, completa per opere e autori e ben allestita così da permettere allo spettatore di poter gustare da ogni punto di vista sculture ellenestiche di veneri perfette… ma anche tele piccole e immense, tra Tiziano, Giorgione, Veronese, Tintoretto, Palma il Giovane e Palma il vecchio, ma anche opere del Cariani, di Paris Bordon e Licinio e ancora  di Capriolo e del Moroni

Con esposti anche piccoli ma preziosi libretti scritti da donne …ma non solo per le donne. Conversazioni argute, disquisizioniironiche che fin dai titoli mettono bene in chiaro l’importanza e, chissà, forse anche quella superiorità femminile che nel cinquecento non era nemmeno ipotizzata…

IL PALAZZO RINASCIMENTALE

IL PALAZZO RINASCIMENTALE

IL PALAZZO RINASCIMENTALE

Progetta il tuo palazzo rinascimentale, SU FOGLIO LISCIO 33X48 ricordando che:

  • DEVE ESSERE SIMMETRICO
  • DEVE AVERE MASSIMO 3 PIANI BEN SEGNATI DALLE CORNICI MARCAPIANO
  • LE ALTEZZE DEI PIANI SONO DIFFERENTI (IL PIANO TERRA E’ PIU’ ALTO)
  • DEVE AVERE UN BUGNATO A TUA SCELTA
  • PER REALIZZARE FINESTRE, PORTE EVENTUALMENTE AD ARCO A TUTTO SESTO, E DECORAZIONI SOPRA ALLE FINESTRE, PUOI REALIZZARE DELLE DIME COSI’ DA AVERLE TUTTE UGUALI
  • RIPASSA E COLORA TUTTO IL PALAZZO USANDO SOLO IL TRATTO PEN NERO
  • RICORDATI DI DISEGNARE ANCHE UN TUO SIMBOLO AL CENTRO!
  • COLORA LO SFONDO COME PREFERISCI (tempere, matite, pennarelli, collage)

QUALCHE ESEMPIO DI PALAZZO ORIGINALE E PERSONALIZZATO…

 

 

Monet a Palazzo Reale a Milano dal Marmottan di Parigi

Monet a Palazzo Reale a Milano dal Marmottan di Parigi

In mostra troviamo una selezione di opere di Claude Monet, direttamente dal Musée Marmottan di Parigi. Ma il Marmottan, lo studioso,  aveva una vera passione per l’arte napoleonica e quindi tutta dedicata al neoclassicismo, un gusto lontanissimo da quello che caratterizza la pittura impressionista che però, nel 1966, eredita, stavolta dal figlio minore dell’artista, Michael Monet, la più vasta collezione al mondo di opere di Monet.

Del resto, ricordiamolo, l’impressionismo stesso ebbe origine proprio da un’altra mostra, nel 1874, nello studio del fotografo più famoso dell’epoca, Nadar, il folle che oltre a ritrarre i più famosi personaggi dell’epoca, riuscì a fotografare Parigi dall’alto, salendo su di una mongolfiera! L’esposizione del 1874,  ospitando i nuovi pittori, anche lì accosta le loro opere modernissime a quelle più classiche realizzate da artisti in voga in quel momento, farà poi scrivere il famigerato articolo al giornalista Luis Leroy che diede il nome, con intento dispregiativo, a questa nuova corrente, prendendo spunto proprio dall’opera di Monet, «Impressione, levar del sole».

Con l’impressionismo nasce anche la pittura en plein air, all’aria aperta, impossibile fino all’ottocento perché resa possibile solo dall’invenzione dei colori in tubetto, colori che prima richiedevano un intero studio a disposizione e tempi e competenze, quasi da piccolo chimico. Ora è tutto più immediato. Gli artisti viaggiano, anche grazie allo sviluppo della rete ferroviaria, portandosi dietro tutto l’occorrente per dipingere…sì certo tele piccole, molto trasportabili. Ma il cambiamento è realmente epocale anche se ci son problemi dati proprio dal luogo…ad esempio la necessità di dipingere molto velocemente, per non perdere la luce, per non incorrere nei guai di un tempo variabile, un vento emozionante ma sicuramente scomodo, uno stormo di piccioni incontinenti insomma i rischi sono tanti!… Si iniziano a vedere le pennellate, il tratto deve essere rapido per forza, cambia anche la gamma cromatica perché i colori, visti e rappresentati alla luce del giorno, sono molto diversi da quelli cui erano ormai tutti abituati lavorando al chiuso in uno studio. Monet a volte dipingeva direttamente su di una barca attrezzata, per rimanere più vicino all’acqua! A volte si faceva dare una mano, come facchino, da Poly, un pescatore di aragoste, qui ritratto con lo sguardo  in tralice e la barba incolta e quell’aria un po’0 così, diciamo ruvida che va a sottolineare il carattere schivo del pescatore e la vita dura che caratterizza le condizioni di vita sull’isola di Belle-ile-en-mer

E sapete chi, letteralmente, trascinò all’aria aperta Monet? Eugéne Boudin che, pochi lo sanno, è un po’ il padre dell’impressionismo, seppur in maniera inconsapevole. Figlio di un marinaio, inizia a lavorare nel campo artistico, diciamo così,  aprendo una cartoleria. Conosce quindi artisti vari, tra i quali anche Millet, che lo convinceranno a lasciare il negozio per darsi all’arte. Una sua frase fa ben capire questo nuovo approccio all’arte: «Tre colpi di pennello dal vivo valgono più di due giorni di lavoro al cavalletto».  Quando è già affermato, incontra un Monet diciassettenne, nel 1858 e gli mostra, letteralmente, tutto il mondo e il modo di dipingere en plein air. In mostra abbiamo un’opera con delle mucche come soggetto. Anche Johan Jongkind, viene considerato da Monet un suo maestro nonché amico e con questo artista e collega condividerà viaggi e scoperte, tanto che alla sua morte, quando le sue opere vennero vendute all’asta, Monet comprò questa veduta di Avignone, datata 1873…proprio la data del primo soggiorno del pittore in questa cittadina.

Nel 1870 Monet sposa Camille Doncieux e vanno, chiamiamola luna di miele, all’hotel Tivoli a Trouville-sur-mer… Ma i soldi son pochi e così l’idea è anche quella di vendere i lavori del pittore ai vari turisti che frequentano la costa. Ed ecco quindi che Monet dipinge il porto di Trouville, l’Hotel del Roches Noires e svariati ritratti della neomoglie, Camille, in spiaggia anche mentre è in compagnia della moglie di Boudin, oppure da sola, vestita di bianco. Monet viaggerà parecchio, sia in Francia che all’Estero (anche in Italia eh, a Bordighera!) e del suo viaggio in Olanda abbiamo come ricordo questa immagine del porto di Zaandam ah sappiamo che ne parlerà, per lettera, anche al suo amico Pissarro, lodando i paesaggi olandesi per i colori , i mulini a vento e le barche…

I pittori impressionisti rivoluzionano la pittura non solo per quanto riguarda la tecnica ma anche per quanto riguarda il soggetto che diventa quasi…secondario! Cercano le sensazioni che un paesaggio o una scena quotidiana possono suscitare in loro e per rappresentarle al meglio ricorrono all’osservazione della luce e dei colori che inevitabilmente variano proprio a seconda della luce che li va ad illuminare. Se la luce poi varia, si muove, anche rapidamente…per il pittore impressionista è davvero il massimo.

Ma perché tutto questo? Perché ormai la fotografia è arrivata e ha cambiato tutto nel mondo dell’arte! I pittori si ritrovano ad avere come concorrente diretto della pittura uno strumento meccanico certo molto diverso dalle macchine fotografiche cui noi oggi siamo abituati eh…ma sicuramente molto più rapido e fedele di un dipinto. Il pittore impressionista quindi cerca di andare oltre alla fotografia (anche senza demonizzarla eh, molti pittori dell’epoca useranno le fotografie come basi per i loro lavori, ma appunto proponendo ciò che le immagini dell’epoca non potevano fare. Del resto erano fotografie in bianco e nero, con tempi lunghi di esposizione che spesso causavano una fotografia mossa con risultati quindi molto rigidi e poco emozionanti…quello che invece riuscivano a fare i pittori!) ed ecco quindi che Monet inizia a dipingere il vento che muove le foglie sugli alberi e i fili d’erba nei prati…

 

Dipinge l’acqua che scorre nella Senna o il mare mosso che lambisce le rocce alla base delle  case nel dipartimento della Creuse. ma…Monet ama dipingere più volte lo stesso soggetto proprio per poterlo rappresentare nei vari momenti del giorno con la luce che cambia i colori e modifica quasi forme e sensazioni

L’abbiamo già accennato ma ricordiamolo: la pittura di Monet e di tutti gli impressionisti che lavorano all’aria aperta, è possibile solo grazie ai nuovi pigmenti sintetici appena apparsi sul mercato. Pratici e in tubetto, certo, ma anche molto più saturi dei pigmenti tradizionali. La palette di Monet cambia con il tempo e con la tecnica: dal 1860 rinuncia al nero e ai colori scuri come il blu di Prussia, pian piano eliminerà anche il giallo di cromo e il verde smeraldo perché erano poco stabili e tendevano a cambiare troppo con il passare del temp. L’arancio cadmio ad esempio, è stato inventato solo nel 1820 ma si diffuse tardi perché era troppo costoso, puro è arancione ma mescolandolo si ottengono infinite sfumature di gialli e di verdi. Il Viola di cobalto chiaro si trova dal 1859, una novità assoluta per gli artisti che prima dovevano mischiare rosso e blu per ottenerlo e…non era certo una cosa semplice! Monet lo usa parecchio e di questo colore disse: «Ho finalmente scoperto il vero colore dell’atmosfera, è violetto. L’aria fresca è violetta. Fra tre anni tutti lavoreranno con il violetto».

A Londra dove soggiornerà per tre volte tra il 1899 e il 1901 Monet sperimenta un po’ di tutto. Paesaggi spettrali generati dalla nebbiolina del Tamigi e la nebbia, cari miei, fa perdere la testa a Monet: impalpabile, difficilissima da rappresentare…è però importantissima per gli studi del pittore sulla, luce e il colore che con la nebbia variano in maniere incredibili

E con le vedute del Parlamento inglese, dipinte in momenti e soggiorni differenti, inizia una nuova fase di ricerca. Il soggetto diventa solo un pretesto da cui partire per le serie di dipinti tutti uguali…eppure tutti così pazzescamente diversi.

Nel frattempo aveva scelta di tornare alla vita cittadina di una Parigi che rappresentava la metropoli  con fabbriche, stazioni e moderni mezzi di locomozione, luoghi ai quali dedicò parecchi dei suoi studi

Nel 1890 Monet, finalmente raggiunge una tranquillità economica, dopo che per anni e anni era vissuto al limite della povertà (spesso lo aveva aiutato economicamente l’amico e collega Caillebotte). Acquista quindi un casolare a Giverny per dedicarsi al giardinaggio per realizzare così un parco ornamentale intorno alla casa. Rose, gelsomini, narcisi e…uno stagno con ninfee bianche e rosa. Un ottimo spunto per dipingere sì all’aria aperta…ma con tutte le comodità d’essere a casa.

Le ninfee sono una scusa, un pretesto per analizzare la luce nel suo variare a seconda delle ore e anche per mostrare al mondo come procedeva in questo studio: «per ore», esponendo quindi poi questa serie di dipinti alla galleria Durand-Ruel con la mostra intitolata «Le ninfee, serie di paesaggi d’acqua» che fu molto apprezzata da pubblico e critica.

E qui dobbiamo fare necessariamente un piccolo passo indietro e ricordare il legame strettissimo tra Monet  e l’arte orientale. L’arte orientale era rimasta chiusa entro i suoi confini tranne  sporadici e timidi contatti fino ad esplodere con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867  e anche oltre. Le opere del mondo fluttuante, ukiyo-e, stampe che in patria erano diffusissime, spesso venivano poi riciclate come imballaggi per proteggere le pregiate ceramiche destinate all’esportazione. Ed ecco quindi che in Francia arrivarono proprio in questo modo, nel 1856, i lavori di Hokusai, Utamaro e altri. L’artista Bracquemonde che riconobbe in quegli imballaggi immagini ben più preziose, iniziò a diffonderle e a parlarne in giro decretandone così un incredibile successo.

 

Monet ritrae sua moglie Camille, in posa con ventaglio e kimono rosso con stampato, sulla stoffa, un samurai che sembra quasi avere vita propria. E il Giappone torna nei ritratti delle passeggiate dove le figure femminili si riparano dal sole così come le figure orientali si riparano dall’acqua nelle stesse identiche pose.

 

Ma il legame tra l’artista e l’arte giapponese lo troviamo anche  in qualche inquadratura di paesaggi che ricordano davvero tanto le stampe orientali.

L’oriente lo ritroviamo anche nelle composizioni spesso asimmetriche, elegantissime e  nella scelta dei fiori come soggetti, come gli Iris che ricoprivano realmente lo stagno di Givergny, i preferiti da Monet erano proprio i giaggioli dai petali viola-blu e questa è una delle nove tel  dedicate a questo tema. Il soggetto è libero dalla prospettiva tradizionale, sulla destra la tela è lasciata volutamente incompleta e parte sicuramente dalle stampe giapponesi per arrivare poi ad uno stile autonomo.

Nel 1893 Monet si fa allestire in giardino il suo personale ponte giapponese nel laghetto con le ninfee, all’inizio un ponticello semplice, ma nei dieci anni successivi aggiungerà i glicini dalle fioriture alternate. Ora il ponte non unisce più solo le due sponde del lago ma è anche perfetto scenario per rappresentare e studiare la luce, tanto che diventerà il soggetto principale di 47 opere, tutte con lo stesso identico titolo. Le prime avranno uno stile ancora realistico, il ponte è riconoscibile al centro della composizione ombreggiato dalle foglie che si riflettono sull’acqua

Verso i 70 anni, nel 1908, Monet però inizia ad avere grossi problemi di vista. Le ore di lavoro si riducono durante il giorno limitandosi alle ore più luminose e indossando un ampio cappello di paglia per proteggere gli occhi da quella luce indispensabile al lavoro dell’artista ma quasi dolorosa. La cataratta è nemica diretta del famoso occhio di Monet, lo sguardo sensibilissimo verso  tutti i colori che lo circondano…un occhio che inizia a tradire l’artista ma che getta le basi per la pittura di tutto il novecento e anticipando l’arte astratta

I colori cambiano, i dettagli si perdono, la percezione delle distanze diventa molto meno affidabile. Le opere testimoniano questo cambiamento, ormai è quasi cieco! Ma a 83 anni Monet si fa operare all’occhio destro e riconquista la vista, anche se ovviamente non del tutto. E dalle forme sfaldate prima, dalla cataratta e poi dalla visione trasformata dalla luce, arriva fino a forme che non ricordano, se non molto vagamente, il soggetto da cui era partito… come ad esempio nella serie del Salice piangente che si trasforma via via in linee di colore astratto.

Ormai il Monet impressionista è stato sorpassato dal Monet che, anziano, risulta modernissimo e nelle varie serie che realizza mette bene in evidenza l’evoluzione della forma: il passaggio dalla precisione dell’arte giapponese, allo studio delle luci, delle forme che si sfaldano e cambiano…fino al problema  delle ombre, argomento discusso tra i pittori suoi contemporanei. Nelle opere di Monet le ombre non sono mai nere ma sempre colorate, soprattutto di violetto e di blu per le ombre create dal sole mentre sono in verde per le ombre della luce al tramonto