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GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM
La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso…a Palazzo Reale a Milano!

Immaginate una famiglia di ricchi collezionisti ebrei che dalla fine del Novecento si fa notare tra i maggiori mercanti d’arte per la spiccata passione per l’arte di avanguardia.

Immaginate come poteva essere casa loro…anzi no, non serve immaginarla, una serie di fotografie in mostra ci fanno realmente capire cosa significa l’incontro tra una donazione privata, questa dei Thannhauser e un museo come il Guggenheim. Opere che finiscono direttamente in mostra in un museo…passando dal salotto buono!

Le cinquanta opere esposte coprono praticamente un secolo di storia dell’arte  partendo cronologicamente dalle opere impressioniste e post impressioniste degli artisti più famosi come Cézanne, Seurat e Renoir. Renoir che qui ci presenta Lise Tréhot, modella ma anche compagna dello stesso Renoir per ben sei anni. Qui non ancora impressionista ma quasi. La pennellata è delicata e la scena intima e quotidiana. Il pappagallino in gabbia quasi soffoca quanto la donna in questo ambiente dell’alta borghesia effettivamente un po’ troppo ricolmo di decorazioni, suppellettili e la stessa veste, scomoda, pesante ed opprimente. Ma guardate bene i colori e il gioco di sguardi: c’è proprio un filo sottile che collega questo pappagallino variopinto alla donna che ha nelle pieghe del vestito un richiamo diretto alle piume e nel colore dell’orecchino…lo stesso identico colore delle sbarre della gabbietta. Le donne all’epoca effettivamente non vivevano certo in massima libertà come gli uomini…erano ingabbiate proprio come gli uccellini!

Di Manet vediamo due donne, differenti eppure accomunate dalla stessa pennellata imprecisa eppure così chiara nel definire forme e colori.

Della figura femminile Davanti allo specchio vediamo bene solo la schiena, nuda, il corsetto allargato che permette appena il respiro. lo specchio non ci mostra il suo volto che possiamo solo immaginare…Ma noi siamo lì dentro con lei, lo spettatore fa parte quasi del dipinto, lei sa che di non essere sola, ecco perché porta indietro quel braccio e, quasi, ci sfiora. La donna con il vestito a righe invece ci guarda serena. L’opera tra l’altro è stata ritrovata incompleta nella soffitta dell’artista ed è stata sicuramente completata, nello sfondo, da altre mani (ci sono addirittura delle fotografie dell’epoca come prova del suo essere incompleta…ma per vendere bene un quadro è meglio sia tutto colorato no?!) E quindi la figura femminile e il suo vestito, originariamente pare essere stato addirittura descritto come “violetto”, oltre al completamento forzato hanno subito anche una bella verniciatura lucida e, nelle intenzioni, protettiva che ingiallendo negli anni…aveva reso addirittura il vestito verde! Appena prima della mostra l’opera è stata restaurata completamente tornando, si spera, ai colori originari…quelle righe blu notte che tanto andavano di moda in questi abiti elegantissimi dal corsetto che levava il fiato!

Dalle opere impressioniste si arriva poi ai paesaggi, qui nemmeno poi troppo esotici, di Gauguin che forse confonde la lingua tahitiana e sceglie come titolo la traduzione di “vieni qui” per un dipinto bucolico con palme e maiali in primo piano. I paesaggi di Van Gogh sono contorti  e sofferti così come probabilmente era la visione del mondo che aveva l’artista in quel momento in cui, proprio a Saint Rémy, era ricoverato nel manicomio psichiatrico e vedeva nella pittura en plein  air una forma di terapia.  E si rimane  poi stupiti di fronte ad un Monet che a Venezia ripensa sicuramente al Canaletto ma che preferisce cogliere l’atmosfera della laguna veneziana più che i particolari dei palazzi riflessi nei canali.

I Paesaggi cittadini che sceglie di rappresentare il giovane Picasso appena arrivato a Parigi per l’Exposition Universelle, nell’ottobre del 1900, sono movimentati come lo doveva essere il giorno della festa per la presa della Bastiglia o come le scene della famosa sala da ballo di Montmartre dove l’artista rappresenta una scena notturna un po’ decadente animata da ricchi, giovani della borghesia francese e prostitute, ben riconoscibili nel lato a sinistra dell’opera, grazie a quel trucco così marcato. Il taglio dell’opera è fotografico, e proprio di taglio dobbiamo parlare visto e considerato che i personaggi laterali sono proprio, almeno in parte, fuori dalla scena dipinta, così da far avvicinare il più possibile lo spettatore a questa atmosfera parigina…

Si arriva poi all’espressionismo che trasforma i paesaggi cercando la rappresentazione delle sensazioni e delle emozioni più che la rappresentazione realistica della natura… e abbiamo così un Braque che nei pressi di Anversa dipinge con colori improbabili il porto nelle Fiandre. Del resto anche i fondatori del Cavaliere Azzurro,  Kandinsky e Marc, ricercano il potenziale espressivo del colore e le associazioni simboliche per immaginare  un futuro migliore proprio attraverso l’arte. La montagna diventa blu, blu come il Cavaliere del loro sogno utopistico mentre la mucca, giallissima addirittura con macchie blu,  è leggiadra come se fosse una ballerina di Degas!

Ai Thannhauser piaceva sostenere gli artisti  emergenti fin dagli anni precedenti la Grande Guerra ma dagli anni ’30, causa crisi economica internazionale prima e per l’ascesa del nazismo poi, sono costretti a chiudere la Galleria di Berlino trasferendosi a Parigi e poi a New York. In America la residenza Thannhauser diventa un punto di incontro per personalità di spicco dell’epoca del mondo dell’arte, certo, ma anche della musica, del teatro e del cinema: Bernstein, Duchamp, Toscanini e Picasso…Tutti presenti in questo salotto che era anche fucina di idee e sponsorizzazione per i tanti grandi nomi all’inizio della loro carriera. Ed ecco i primi accenni dell’arte cubista quando Picasso lavora fianco a fianco con Braque nei Pirenei Francesi, i toni di grigio e marrone formano i piani delle case che si incastrano tra loro caratterizzati dalla molteplicità di punti di vista contemporanei. Anche Delaunay sceglie come soggetto le città e ne fa addirittura una serie di otto dipinti, in mostra ne possiamo vedere uno, caratterizzato dalle pennellate a quadrettini regolari e dai tocchi di colore vivace, rossi e verdi che risaltano sul bianco e sul grigio dello sfondo.

Non mancano comunque le classiche nature morte, anche queste che vanno variando man mano che passa il tempo e varia lo stile artistico…

Ma in mostra troviamo anche Rousseau il Doganiere, Gris, Picabia, Matisse e Klee…

Milano, Palazzo Reale, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020

Arte curiosa!

Arte curiosa!

Arte Curiosa è la nuova playlist del mio canale youtube!

Non lezioni ma pillole di curiosità artistiche che, almeno nelle (buone) intenzioni, vi somministrerò una volta a settimana (oggi mi sento molto Dottor House!).

Un particolare curioso sull’opera o sull’artista che l’ha realizzata che potrebbe esserti sfuggito ma che vale la pena di conoscere…

Un simbolo, un significato nascosto, uno scandalo…

Io adoooooro spettegolare…anche in campo artistico!

 

 

 

 

Canova e Thorvaldsen la nascita della scultura moderna

Canova e Thorvaldsen la nascita della scultura moderna

Canova e Thorvaldsen colleghi e rivali, insieme, a Roma, danno vita all’arte moderna partendo però dall’arte antica!

Esponenti del neoclassicismo partono proprio da lì, dall’arte greca…rivisitandola a loro modo. Due artisti contemporanei, molto simili, uno italiano l’altro danese, spesso addirittura con la stessa committenza e gli stessi soggetti…che però riescono a proporre opere molto personali che in mostra, spesso accostate, son proprio direttamente confrontabili.

Son stati fin da subito due famosissimi e celebrati esponenti del neoclassicismo sia da vivi che alla loro morte.

Il confronto diretto lo abbiamo in mostra ma c’era già stato, dal vivo, a Roma dove Canova si era trasferito da Venezia nel 1781 e dove il danese, più giovane, è arrivato nel 1797, da Copenaghen. Per venti anni saranno loro a dettare legge in campo artistico sfidandosi direttamente anche realizzando gli stessi soggetti…ovviamente qui in mostra ne vediamo parecchi!

Scopriamo così che entrambi hanno molto, moltissimo lavoro. Tanto che si organizzano con due studi (immensi) e con uno stuolo di aiutanti…e qui troviamo la prima differenza: Canova aveva lavoranti, non artisti. Sgrezzatori di marmo, quasi uomini di fatica mentre Thorvaldsen ha dato lavoro a numerosissimi giovani artisti che lo aiutavano, certo, nella realizzazione delle sue opere ma che intanto imparavano sul campo le nuove tecniche artistiche e ottenevano in cambio la possibilità di realizzare anche opere proprie ed originali.

In mostra vediamo molte opere di artisti contemporanei ai nostri due protagonisti. Ed ecco quindi che dalla rappresentazione dello studio del Canova, a Roma, possiamo anche capire meglio il procedimento ideato dall’artista veneziano (che per precisione e metodo oserei definire quasi…svizzero) ma possiamo anche vedere dove lavorava Thorvaldsen!

Il metodo di Canova

possiamo riassumerlo in 9 punti:

1- l’idea veniva fissata su carta e poi

2- realizzata in creta, in scala, un modellino piccino, per vederne l’effetto tridimensionale

3- dopodiché veniva realizzata in gesso, più rifinito

4/5- a questo punto veniva realizzata una copia a grandezza naturale, in creta che poi veniva ricoperta di gesso e andava distrutta per la realizzazione della forma, nuovamente  in gesso, in negativo

6- la forma in gesso serviva a realizzare un’altra copia in gesso a grandezza naturale con tanto di struttura interna metalizzata a supporto

7- venivano messi dei chiodini, i repères, così da avere dei punti fissi di misurazione utili agli aiutanti per la sgrezzatura del blocco in marmo

8- il modello in gesso e il blocco in marmo venivano accostati e tramite fili a piombo, misurando perfettamente sporgenze e distanze, si poteva creare l’opera d’arte finale (con questo sistema da un solo modello in gesso potevano essere realizzate infinite copie in marmo!)

9- nell’ultima fase, Canova, chiuso in una camera cui pochissimi avevano accesso, può finalmente dare il tocco finale e  rifinire, luicidare, lisciare il marmo fino a renderlo quasi vera carne!

Le opere di Canova infatti si caratterizzano proprio per una grazia, un’eleganza e questa ricerca quasi ossessiva della bellezza ideale e della perfezione . Il marmo sembra leggerissimo nei panneggi e alcuni particolari, tanto son minimamente curati, fanno quasi impressione. Thorvaldsen invece si distingue per la scelta di lasciare al marmo la dignità del suo essere pietra. Quasi con orgoglio infatti, le opere del danese, oltre che per i volti, che trovo francamente molto più nordici di quelli canoviani, sono opere ruvide, è marmo e si vede e non vuole fingere d’essere la pelle liscissima tanto ricercata invece dallo scultore veneto.

I ritratti

C’è quasi un gioco di ritratti. I maggiori artisti dell’epoca ritraevano…i maggiori artisti dell’epoca. E’ quasi un gioco di specchi quindi…Canova si autoritrae e lo fa anche Thorvaldsen, ma loro stessi vengono ritratti  da Appiani, Bossi, da Camuccini e da Vernet (mentre Thorvaldsen sta realizzando il ritratto, in scultura, proprio di Vernet stesso!)

Ma in mostra troviamo anche i ritratti dei maggiori personaggi dell’epoca, Napoleone compreso!

Divinità, Psiche, amorini e pastorelli

Canova e Thorvaldsen erano delle vere e proprie macchine da guerra per quanto riguarda una produzione quasi in serie. E se un soggetto si vendeva bene…veniva riproposto, esattamente uguale o con poche modifiche, seguendo quindi le richieste del committente. Ma la stessa scelta valevava anche per altri artisti a loro contemporanei e quindi ecco una selezione di opere che possiamo vedere in mostra!

Gallerie d’Italia
Piazza della Scala 6
Milano

Dal 25 ottobre 2019 al 15 marzo 2020.

Da martedì a domenica dalle 9:30 alle 19:30.
Giovedì dalle 9:30 alle 22:30.
Chiuso il lunedì.
Ricordate che:
-i docenti entrano gratis portando documento timbrato dalla scuola.
-con lo stesso biglietto si può acquistare a prezzo scontato il biglietto per la mostra di Canova alla Gam, a Palestro, a Milano.
-ingresso gratuito sotto ai 18 anni

 

De Chirico a Palazzo Reale a Milano

De Chirico a Palazzo Reale a Milano

A Palazzo Reale a Milano dal  25 settembre 2019 al 19 gennaio 2020 scopriamo De Chirico!

  • Se non avete voglia di leggere…ecco il link diretto al video ma vi avviso: nell’articolo c’è parecchio di più! 😉

Le opere sono tantissime e arrivano da ogni parte del mondo. Ma dovevano essere qui, tutte insieme, affiancate una all’altra proprio per mostrarci il mondo di De Chirico. Un mondo immaginario, un mondo metafisico, atmosfere fatte di silenzi e personaggi muti. Qui parlano solo i colori.

L’allestimento stesso della mostra si rifà alla pittura di questo artista che in fondo dipingeva cose molto normali e quotidiane, senza orpelli strani eppure riusciva a creare mondi fantastici seppur con oggetti comuni e riconoscibili (ed ecco spiegati i pavimenti del museo lasciati a vista – stranamente non ricoperti da moquette- e le quinte prospettiche spesso proprio con le finestre tagliate di scorcio tanto care alle prospettive allucinate di De Chirico).

Giorgio De chirico vive in una costante condizione di sradicamento: geografico ma anche famigliare ed emotivo.  Nato in Grecia da genitori italiani (ingegnere il padre, baronessa la madre), tornerà poi a vivere e a studiare in Italia e in Germania. Le sue opere e la stessa esposizione, ruotano attorno a lui e ai suoi autoritratti (tanti, bellissimi e spesso molto ironici). I suoi mondi sono le piazze che lo hanno reso famoso e i tagli prospettici che mettono in evidenza i personaggi, spesso ridotti a manichini, rappresentati con colori accesi…sono i colori caldi del mediterraneo che lo accompagnano sempre.

Il Centauro morente, probabilmente realizzato a Milano, accoglie i visitatori della mostra. Sta soffrendo mentre il suo assassino si allontana. Sembra la scena di un film (e spesso le opere di De Chirico anticipano scene del cinema). Forse la morte del centauro rappresenta la morte del padre nel 1905 cui seguirà il cambiamento radicale della vita di tutta la famiglia che lascerà la Grecia per far ritorno in Italia.

centauro-morente-1909
Centauro morente 1909

Gli autoritratti

De Chirico era decisamente un po’ narcisista…i suoi autoritratti sono parecchi, diversi tra loro eppure uniti nel mostrarci quest’uomo a trecentosessanta gradi. Nell’autoritratto del 1911 riprende la posa di una famosa fotografia che ritrae il filosofo tedesco Nietzsche, con il mento appoggiato ad una mano. Quasi contemporaneamente però l’artista decide di ritrarre sua madre, sullo sfondo una finestra che si apre su di un fondale, la realtà per De Chirico è questa, va tutta cercata nell’introspezione psicologica più che nella natura stessa. A 23 anni, nel 1912, l’artista si vede come un uomo del rinascimento, di profilo e  con uno sfondo con tanto di torrione alle spalle. I due ritratti poi diventano uno solo: l’artista e la madre, quasi un quadro nel quadro…la realtà sta già diventando meno definita…

Ma gli autoritratti sono tanti, sono a figura intera, riprendono solo il volto, sono in stile antico…Insomma qui De Chirico davvero si diverte!

Se per  quello nudo gli vien chiesto di ricoprirsi, si veste autonomamente da torero e poi da nobile del barocco. Si rappresenta in piena trasformazione da uomo a statua, giovane e anziano. Ma è sempre lui: l’artista irriverente che gioca a travertirsi mostrandoci ogni volta un nuovo lato di sè.

De Chirico è il pittore dell’architettura.

Che detto così par quasi un ossimoro…eppure… eppure a Torino, dove passa poco tempo tra il 1911 e il 1912 scopre l’architettura e gli spazi che avevano affascinato anche Nietzsche. e qui ha origine l’idea iconografica delle Piazze d’Italia. Paesaggi chiusi e ben definiti da forme geometriche come rettangoli di finestre, scorci che acquistano un valore metafisico proprio perché isolati dallo spazio circostante. Sono scorci  urbani caratterizzati dall’assenza di abitanti e quindi, anche per questo, hanno sempre un’aria vagamente inquietante dove il tempo è sospeso e sembra quasi di vivere quel momento che nei film precede il fattaccio! Fermi, muti, immobili…in silenzio: qui anche le ombre sono un vero enigma. Fateci caso, De Chirico ci ripropone spesso gli stessi soggetti: porticato, torre, treno in corsa. Colori pieni e ombre nette…tutti particolari presenti, ad esempio, nell’Ariadne, esposta nel 1913 nella mostra allestita autonomamente dallo stesso artista nel suo studio parigino. Probabilmente proprio queste forme così classiche eppure sempificate saranno tra le ispirazioni che porteranno al razionalismo italiano di epoca fascista che cercherà proprio di ricreare, nel mondo reale, questo mondo metafisico.

Ferrara

All’inizio della prima guerra mondiale i fratelli De Chirico, arruolatisi volontariamente,  vengono mandati a Ferrara, in fanteria. Qui De Chirico si trova con il fratello Andrea (Savinio) nella città rinascimentale per eccellenza. E’ la città di Ercole d’Este, è la corte che accolse artisti visionari come Ercole de Roberti e Cosme Tura…ma anche il Savonarola! Si narra che sia identificata come la città della pazzia (causata, non lo immaginavo proprio, dalla coltivazione intensiva di canapa!). De Chirico, inutile dirlo, qui si sente a casa e passerà parecchio tempo proprio nell’ospedale per malattie nervose. Anche qui sceglie soggetti quotidiani che però grazie a scorci prospettici improbabili e a ombre impossibili, tra squadre e scatole e biscotti…anticipano il surrealismo. I biscotti sembrano appesi al vassoio che diventa praticamente una piazza dove troviamo enormi squadre. I colori sono artificiali e son proprio quelli dei pittori quattrocenteschi che De Chirico sta sicuramente ammirando a Ferrara. L’amico lontano cui accenna nell’altra opera è probabilmente Paul Guillaume, il suo gallerista parigino ed ecco forse spiegata la scelta di esaltare proprio i colori della bandiera francese: bianco, rosso e blu! La natura morta con il pane a quattro corna e il crumiro invece è un chiaro riferimento alla quotidianità italiana mentre al centro c’è proprio un occhio con valenza sciamanica, un occhio enorme a raffigurare il pensiero dell’artista che avrebbe proprio detto: “bisogna scoprire l’occhio in ogni cosa”. L’interno metafisico con faro invece incastra un paesaggio genovese (città d’origine della madre) su di una struttura fatta di cavalletti. Fateci caso…sono sempre dipinti claustrofobici quelli di questo periodo, lo spazio è pieno e lo sguardo deve necessariamente seguire un percorso ben definito.

I manichini

Dal 1917 gli spazi vuoti dei mondi metafisici di De Chirico iniziano ad animarsi…sì ma non di persone bensì  di manichini! Manichini in legno, senza volti, son proprio quelli che si utilizzano in sartoria…anche in questo caso quindi sono oggetti abbastanza comuni, tecnicamente normali ma che decontestualizzati assumono ben altre inquietanti forme. Pare che l’idea di questo soggetto, privo di emozioni,  Giorgio De Chirico l’abbia presa dall’opera scritta dal fratello Savinio, Chants de mi mort, dove il protagonista era un uomo senza volto. La figura di Orfeo, molto cara all’artista, torna qui nelle vesti stanche. L’eroe mitologico che con il bel canto ammansisce le bestie qui invece si mostra stanco…ha deposto tutti gli strumenti e siede un po’ sbracato su di un blocco di pietra. Nell’archeologo il manichino è più umano, la posa è morbida e il richiamo al classicismo è evidente nelle rovine romane incastrate nel corpo stesso del manichino. L’archeologo è in pratica un po’ l’artista stesso, con i propri studie le sue memorie…uno scavo nel proprio essere insomma.

Le muse inquietanti sono il dipinto iconico con il quale viene più spesso ricordato De Chirico, ecco forse perché deciderà di replicarle più volte mettendo in pratica una prassi antica, già in uso nelle botteghe rinascimentali e che con il meccanismo della serialità ispirerà poi anche A. Warhol!

Gli abbracci

I manichini di De Chirico hanno comunque un cuore e possono amare anche senza volto e spesso pur essendo privi di braccia…e vederli mentre provano sentimenti è un vero spettacolo! Ed ecco quindi il figliol prodigo/manichino che abbraccia il  padre/statua sceso dal piedistallo per l’occasione. Colorato e un po’ traballante il primo, granitico e solido il secondo…paragonato forse alla saggezza dell’età che offre certezze e sicurezze. Ettore e Andromaca del 1923 sono gli amanti un po’ stile fumetto. L’abbraccio di lei, quasi una statua, mentre cerca di trattenere teatralmente l’amato che va, di fatto, a morire. Tutto inutile…Troia, sullo sfondo,  è già in fiamme e lo spettacolo deve continuare (la teatralità dei gesti e delle pose è sottolineata anche dalle tende ai lati, proprio quelle di un palcoscenico!). Come spesso sceglieva di fare De Chirico, un buon soggetto si può anche ripetere e quindi ecco Ettore e Andromaca,  sgargianti nei loro colori mentre si abbracciano (solo un anno dopo). Lui formato da un assemblaggio di squadre e figure geometriche mentre lei è creata dal panneggio che ricorda la pittura di Raffaello. Le mura lì vicino son quelle di Troia e in quest’opera, come spesso accade, diventano quinte prospettiche che chiudono l’orizzonte.

 

Il Trittico

Il filosofo del trittico ha la testa da manichino e il corpo che si sta trasformando in statua di pietra. Le gambe sproporzionatamente corte mentre i pensieri hanno origine dalla pancia: calco, lira, colonna, libro…in evidenza il motto “sono quello che sono”.

Gladiatori e trofei

Le scene iniziano a riempirsi di strani personaggi…dai gladiatori, alla scuola dove imparano a combattere, al luogo dove vengono creati i loro trofei. I gladiatori lottano rimanendo immobili, rigidi come sculture, muti come statue. Non c’è violenza, del resto…in una stanza così piccola c’è poco da scannarsi. I tre creatori di trofei assemblano un po’ alla rinfusa simboli e oggetti arrivando così fino al soffitto. Bauli, cavalli e castelli sono oggetti comuni che qui assumono un differente significato e una diversa collocazione.

I cavalli

I cavalli di De Chirico sono spesso in coppia. trottano al chiuso ma anche all’aperto. Sono quasi monocromatici al fianco di rovine classiche oppure sono colorati e perfettamente isneirti in una piazza. Quando però finiscono in una piccola camera…è subito Surrealismo!

I bagni misteriosi

Questa seria è una di quelle più famose realizzate dall’artista. Personaggi nudi e personaggi vestiti, piscine che diventano canali… Pare che l’origine delo tema sia un ricordo infantile di De Chirico, quasi un pensiero ossessivo che vedeva nella scaletta di legno degli stabilimenti balneari un momento di sgomento perchè finiva in acqua e praticamente svaniva… Nella Quadriennale del 1935 i Bagni Misteriosi furono tra le opere maggiormente apprezzate per questa vena surreale eppure ancora metafisica. I bagni diventano un momento di assurdità visiva, le figure nuotano anche nell’acqua-parquet e sullo sfondo queste cabine con le finestre forate sono come piccole teste mascherate che osservano…e si torna al mistero. In mostra anche il modellino realizzato per la Fontana, reale, che si trova ancora oggi a Milano al parco sempione, recentemente restaurata.

 

E qui di seguito una carrellata di altre opere in mostra, a partire da classiche nature morte, a volte perfettamente barocche, a paesaggi con evidenti richiami a stili del passato (una veduta di Venezia pare realizzata da Canaletto!)!

 

Preraffaelliti Amore e Desiderio

Preraffaelliti Amore e Desiderio

Avete presente la frase: E’ successo un quarantotto?!

ecco…allora dovete conoscere i preraffaelliti (amore e desiderio)!

Nel 1848 succede davvero di tutto tra rivoluzioni politiche e sociali, cambia il mondo, cambia l’arte, cambia il lavoro, cambia il ruolo della donna…e arrivano loro: un gruppo di studenti che, attraverso una confraternita segreta che già nel nome mette bene in chiaro le cose (l’idea è quella di prendere in considerazione l’arte fino a Raffaello), tra chiacchiere e caffè, libri e ideali, vogliono liberare la pittura inglese dal vecchiume che, secondo loro, la imprigiona e la condiziona.

Pre.Raphaelite Brotherhood, PRB, cioè la confraternita dei Preraffaelliti

Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore figlio di un membro della Carboneria italiana esiliato in Inghilterra, assieme a William Holman Hunt (che aveva sfidato la famiglia pur di dedicarsi all’arte), affiancati dall’ex bambino prodigio John Everett Millais (ammesso all’accademia di Belle Arti a soli 12 anni!), convincono con i loro ideali anche Ford Madox Brown, più anziano e già conosciuto e Georges Stephens, uno studente di pittura che poi sceglierà la strada della critica d’arte. Le donne che gravitano attorno al gruppo sono fondamentali per il successivo percorso dei preraffaelliti. Ricordiamo ad esempio Christina Rossetti, poetessa e sorella di Gabriel e Elizabeth Siddal (che sposerà Rossetti), pittrice dilettante che si unisce per ultima al gruppo ma che con la sua fortissima personalità non sarà certo figura secondaria!

Partono quindi dal Medioevo arrivando poi al Rinascimento, rivoluzionando temi e soggetti religiosi, letterari, sociali. I colori che usano sono vivissimi e si rifanno direttamente alla pittura bizantina ma la cura per il particolare e l’adesione alla realtà è stretta a filo doppio con la fotografia. Ma ricordiamoci che vivono nell’epoca vittoriana, quella dove la donna è il focolare della famiglia, dove la religione è davvero sacra e  dove le convenzioni non si mettono nemmeno in discussione!

Ed ecco quindi Una madonna classica per inquadratura, forma, impianto scenografico con le figure in primo piano e lo scorcio prospettico sullo sfondo a destra, una madonna che potrebbe essere proprio stata dipinta da Raffaello…ma basterà guardare la cornice (dove i classici angioletti che cantano ci sono eh, sì sì ma sono appena abbozzati nei loro cerchietti sullo sfondo oro) e dove in pratica la figura sacra altro non è che una madre dell’epoca vittoriana, che fa il bagno al bambino prima di metterlo a letto la sera del sabato (e Madox Brown qui ritrae anche la figlia Lucy in preghiera!). Ricordiamoci poi che Millais è un bambino prodigio, in mostra è infatti esposto un suo lavoro, i Lottatori, eseguito quando aveva solo 12 anni (è stato l’alunno più giovane mai ammesso alla Royal Academy Schools!).

Per i preraffaelliti il disegno è fondamentale, ed ecco quindi delle deliziose illustrazioni, quasi dei fumetti, con scene bibliche serissime ma rappresentate con un brio e con una leggerezza che ce le fanno apparire quasi a noi contemporanee (la disperazione delle monache davanti al disseppellimento della regina Matilde è davvero tra il comico e il drammatico. L’episodio si ispira alle guerre di religione nella Francia del Seicento e allude anche alle tensioni tra protestanti e cattolici nella Gran Bretagna ottocentesca). Millais è proprio un originale ed ecco quindi  l’idea di farci sbirciare quasi dalla serratura per vedere un Gesù, bambino e capellone, mentre lavora nella falegnameria paterna e si ferisce una mano (anticipando le ferite della croce), è un’idea molto moderna: sacra famiglia sì ma di lavoratori!

Pittori poeti

Molti dei pittori preraffaelliti erano anche scrittori e poeti e spesso sceglievano di rappresentare brani di letteratura di Dante, Chaucer, Shakespeare: storie d’amore difficili con finali spesso tragici, insomma molto simili, purtroppo per loro, alle difficoltà che incontravano nella vita quotidiana, condizionata da severe regole sociali dove ceto, denaro e nobiltà tendevano a complicare ulteriormente i rapporti amorosi.

L’amore tra classi sociali differenti è qui rappresentato nell’opera La proposta, con il Marchese di Saluzzo che si dichiara a Griselda, una contadina (anche in questo caso la modella è la Siddal). La poveretta non sa che sta iniziando un lungo calvario dove verrà sottoposta a prove terribili che dovranno garantire pazienza, dedizione, fiducia e…il suo amore. Ne uscirà vincitrice (insomma, considerando l’epoca vittoriana eh…a noi la sua storia di donna sottomessa piace pochino, diciamocelo!)

La morte di Ofelia, direttamente dall’Amleto di Shakespeare, è il capolavoro forse più famoso di Millais. Respinta dall’amato, Amleto, che in più le uccide il padre cade in un torrente e affoga (con estrema eleganza, sembra dormire tra le acque chiare e i fiori che sono tutti simbolici, sia il papavero che stringe in mano sia le margheritine che le galleggiano attorno). Pare che la Siddal posò realmente, vestita da sposa, in una vasca da bagno. Già perché i preraffaelliti sono, prima ancora degli impressionisti che verranno, sono attentissimi alla copia dal vero e alle scene all’aperto, l’en plein eir in pratica lo inventano loro! ah…la Siddal prese un gran freddo rimanendo in ammollo nell’acqua e si ammalò di bronchite tanto che Millais fu costretto a pagare le spese mediche al padre di lei  perché ancora non aveva sposato Rossetti!

In Claudio e Isabella vediamo il giovane in catene, condannato a morte da Angelo, vicario del Duca di Vienna. Si salverà solo in cambio della perdità della virtà e dell’onore della sorella Isabella che dovrà concedersi al vicario. E’ il dilemma morale protagonista dell’opera di Shakespeare Misura per misura. Isabella ha in realtà già deciso, lo sappiamo da quei petali in terra, il fiore è distrutto,  la veste della giovane appare già meno candida ma si sta sacrificando per salvare il fratello: una vera eroina!

Una fede laica

I pittori preraffaelliti scelgono i soggetti religiosi ma li reinterpretano. Le loro scene sono sempre molto reali e concrete e soprattutto ricchissime di dettagli tutti da interpretare, tanto che spesso non son stati motlo apprezzati dai loro contemporanei.

Nella scena classica che vede Gesù lavare i piedi a Pietro è come se noi fossimo lì presenti, con loro e in ginocchio, quasi come per dare una mano! Gli apostoli, come spesso accadeva, hanno i volti di amici e colleghi (Hunt è rappresentato nel personaggio con la testa tra le amni e di fianco al discepolo biondo riconosciamo Rossetti!). In origine la figura di Gesù era nuda dalla vita in sù proprio per sottolineare il gesto umile messo in atto da un lavoratore…ma un Cristo nudo all’epoca proprio non era accettabile e quindi, per poterlo vendere, l’artista decise di rivestirlo completamente!

Nella strana scena del Torchio vediamo il personaggio principale vestito di ricchissimi abiti quasi bizantini mentre calpesta i grappoli d’uva. Il meccanismo del torchio è molto ben realizzato ed è sicuramente frutto di una accurata osservazione dal vivo.

L’opera che ha per protagonista Sant’Agnese è considerata forse l’ultima di questa corrente artistica, del resto è del 1905, ben oltre quindi la data ufficiale di scioglimento della confraternita. Ma Cowper sceglie di mostrarci il momento in cui la santa, martire romana, dopo esser stata trascinata in strada nuda come punizione per aver scelto la strada della castità in età giovanissima e rinchiusa addirittura in un bordello, finalmente viene soccorsa da un angelo che, oltre a farle crescere i capelli a dismisura, così da poter velare le sue nudità, le porge anche un vestito, bianco e simbolo di purezza ovviamente. La ragazza finirà comunque male eh, non illudiamoci: bruciata viva come strega, ma non ancora morta, verrà definitivamente uccisa con un colpo di spada alla gola. Il suo cranio è ancora custodito nella chiesa a Lei dedicata: Santa Agnese in Agone a Roma.

Vita moderna

Nell’Ottocento la Rivoluzione industriale, in Europa, porta cambiamenti ma anche sviluppi tecnologici e la crescita  dell’urbanizzazione. In tutto questo cambiano anche le condizioni di vita di donne e bambini con più diritti e maggior istruzione per entrambi. Ovviamente i preraffaelliti sono in primo piano per testimoniare tutto questo…

Nel misterioso dipinto incompiuto, Brown raffigura sua moglie mentre presenta a lui il figlio appena nato (tecnicamente anche per farglielo riconoscere, visto e considerato che all’epoca era prassi comune non dare il proprio cognome ai figli nati fuori del matrimonio…ma questo bambino era “legale” perché l’artista aveva sposato la modella del dipinto, Emma, ma comunque dopo la nascita del loro primo figlio). Ma il “Signore” cui fa riferimento il titolo dell’opera “prendete vostro figlio, Signore”, quell’uomo in realtà siamo noi, esattamente nel punto in cui si pone l’autore che vediamo anche riflesso nello specchio curvo che sta dietro la testa della donna che appare così una vera e propria Madonna con tanto di sacra aureola che in realtà è lo specchio chiaramente ispirato all’opera più famosa del pittore fiammingo Van Eyck, che nello stesso specchio aveva riflesso i Coniugi Arnolfini. L’opera non è finita perché il bambino morì prematuramente, fatto tragico ma purtroppo non insolito in quel periodo.

L’amore dei preraffaelliti non è gioioso, facciamocene una ragione! Anche quello di Aprile è rappresentato da due giovani appartati e solo apparenteente sereni. Di lui si intravede solo la testa china sulla mano di lei…e lei, in penombra sotto un pergolato d’edera e di rose, con un abito viola che riprende cromaticamente i fiori lilla sullo sfondo, lei ha un’aria tutt’altro che felice. Del resto ai suoi piedi vediamo i petali di una rosa sfiorita…l’amore è finito e lei guarda proprio altrove!

Il ruolo della donna stava cambiano ma…lentamente eh… Ce lo ricorda Collinson che mette in bella mostra e praticamente in vendita, una donna, offerta come gli altri oggetti in vendita alla fiera della parrocchia, proprio come si usava fare nel mercato matrimoniale dell’epoca vittoriana.

Deverell fa di peggio per ricordarci quanto e come fosse ancora poco considerata la figura femminile dell’epoca: la sua donna ha ai suoi piedi un cagnolino…e all’epoca scrittori, filosofi e teologi discutevano parecchio del rapporto tra essere umano e natura associando però la donna alla natura e quindi paragonandola di fatto…al cagnolino!

Nella Valle del riposo (eterno!), Millais scandalizza un po’ tutti rappresentando da un lato la cruda realtà della morte (c’è una tomba ancora aperta, in primo piano!) e in più la sta scavando una suora, figura femminile quindi ma decisamente forzuta, quasi maschile con quelle braccia nude e muscolose in evidenza!

Nell’Ottocento anche gli spostamenti erano più comuni, a bordo di battelli o treni a vapore ma non sempre erano viaggi di piacere e spesso era la crisi a motivare il viaggio…

Hunt ci mostra quindi la scena di un viaggio in mare frutto forse di un ricordo, era stato infatti in Oriente con la moglie che qui è raffigurata forse nella figura femminile che guarda il cielo. La nave è reale e ritratta quindi dal vivo ma è anche una metafora della vita “con nient’altro che le stelle silenziose per orientarsi nel dirigere la nave a pieno carico e nessun benvenuto finché non si tocca terra” come possiamo intuire dai versi incisi direttamente nella cornice (ricordatevi che spesso per i preraffaelliti le cornici sono parte stessa dell’opera e la completano più che limitarsi a contenerla).

Madox Brown punta direttamente al sentimentale e rappresenta un viaggio verso l’Australia, emigrazione che allontana dalla patria britannica un terzo della popolazione inglese a causa della disoccupazione, piaga che aveva toccato da vicino anche i pittori preraffaelliti. Una scena ancora tragicamente d’attualità dove la sacra famiglia (nel tondo classico) in fuga dall’Egitto è una famiglia moderna, coperta per ripararsi dal freddo, i due si tengono la mano per darsi forza mentre del bambino si intravedono solo  le forme sotto lo scialle della madre.

Il diritto allo studio

Martineau sceglie il famoso romanzo di Dickens “La bottega dell’antiquario” e raffigura l’orfanella Little Nell che insegna pazientemente a Kit a leggere e a scrivere (guardate lui quanto è concentrato!).

Ma non tutti gli alunni sono diligenti e Madox Brown con un acquerello cattura l’argento vivo che ha sicuramente addosso la scolara che è la peggiore della classe, costretta allo studio mentre vorrebbe tanto oessere altrove….e al calamaio preferisce  una mela da sgranocchiare. Nel 1870 l’istruzione venne resa obbligatoria per tutti i minori, ecco perché la questione dell’istruzione infantile era un tema molto discusso in quel periodo.

Fedeltà alla natura

Prima degli impressionisti son stati proprio i preraffaelliti a dipingere all’aperto e non solo in studio. Del resto potevano anche spostarsi grazie alle nuove tecnologie e aver quindi a disposizione molta più natura da rappresentare…cosa del resto molto incoraggiata dal collezionista che li rese famosissimi: John Ruskin, che vedeva nella natura l’opera d’arte creata da Dio.

I preraffaelliti quando arrivano a rappresentare la realtà e la natura…sono confusi, inutile girarci intorno: vivono nell’epoca della macchina fotografica e dei particolari perfettamente a fuoco…però per quanto riguarda l’arte si rifanno al medioevo e al quattrocento…e subito verrebbe da pensare allo sfumato leonardesco che rende le prospettive in lontananze sfumate così come l’occhio umano le vede… e invece no: i preraffaelliti amano talmente tanto il particolare da dimenticarsi di tutti i discorsi ottici di Leonardo da Vinci. Ed ecco quindi Un Maggio a Regent’s Park minuziosamente dettagliato, così come il selciato in rovina in primissimo piano della casa infestata dai fantasmi (aggiunta sullo sfondo in un secondo moderno che darà però il titolo all’opera).

Torna in auge anche una forma di vedutismo settecentesco, ormai si viaggia anche per piacere e poter mostrare le meraviglie del mondo…è quasi un obbligo.

Si attraversa la Manica (rappresentata con infiniti tocchi rapidi di colore che danno vita ai raggi del sole sull’acqua), si arriva a Gerusalemme, nella valle di Giosafat dove Seddon si accampò davvero per 120 giorni per ritrarre minuziosamente la scena… e si conclude con l’immagine irreale eppure dai contorni nettissimi di una Firenze racchiusa nelle mura,  vista da Bellosguardo, là dove una folta comunità di Britannici si era trasferita e fermata fin dall’ottocento.

Bellezza dell’anima, bellezza del corpo

Nella seconda fase estetica i preraffaelliti esplorano la bellezza tra arte, design, poesia e musica. La bellezza diventa più sensuale, i ritratti sono figure della loro cerchia ma nelle vesti di personaggi letterari che però son persi nelle loro sensuali fantasticherie. I pittori qui si avvicinano al Rinascimento di Tiziano e Leonardo che hanno uno stile perfetto per raffiguare le bellissime modelle che diventano vere e proprie icone di stile da seguire.

Ed ecco Rossetti che raffigura Aurelia (la modella Fanny Cornforth amante dell’artista), nei panni di Angiola da Verona, l’amata cui Fazio degli Uberti aveva dedicato una poesia tradotta poi dallo stesso Rossetti. La posa riprende la ritrattistica di Tiziano così come il colore rosso dei capelli, mentre Aurelia, con lo sguardo perso altrove, disfa una treccia…

Rossetti in Beata Beatrix si ispira alla Vita Nuova di Dante dove il poeta racconta il proprio amore idealizzato per Beatrice amplificato dalla sua morte prematura…proprio come avvenne per Elizabeth Siddal che qui è l’amata di Dante ma anche l’amata perduta di Rossetti (la modella morirà solo due anni dopo aver sposato l’artista e qui il vedovo la ritrae a memoria). Lo sfumato è  quello morbido di Leonardo, i contorni non esistono più e lo stile è quindi più rinascimentale che medievale.

In Monna Vanna la modella Alexa Wilding vuole letteralmente sollecitare tutti i sensi: il tatto mentre si attorciglia sulle mani la lunghissima collana rossa, la vista che si perde nel tessuto prezioso di quelle immense maniche e l’olfatto che riesce ben a immaginare il profumo di quei fiori sullo sfondo. Opulenza, posa e colori decisamente rinascimentali.

E va a rappresentare tutti i sensi anche il ritratto di Ada Vernon modella che rappresenta Monna Pomona, la divinità romana dei frutti. possiamo immaginare i diversi materiali con i quali viene a contatto: il profumo e la consistenza della mela e quello dei fiori, la freddezza delle perle metalliche, il peso dell’abito…è una scena molto privata, quasi intima, forsi si sta vestendo…o forse spogliando…chissà…

 

La dama di Shalott è l’eroina del poemetto di Tennyson. La ragazza chiusa in una torre è costretta a vedere la vita solo riflessa in uno specchio e la maledizione ha predetto che morirà quando smetterà di ricamare le scene osservate…Ma la donna dell’ottocento è una ribelle ed è in cerca della propria autonomia: visto Lancillotto nello specchio decide di sfidare la sorte andando nel mondo in cerca del’amato sopra una barca, portandosi dietro l’immenso ricamo che rappresenta la sua vita. Waterhouse rende l’atmosfera quasi sospesa, le rondini volano basse, delle tre candele due sono già spente…la morte è vicina…e le pennellate con cui viene resa tutta la scena sono già decisamente molto vicine all’impressionismo.

Ma le donne son sempre anche un po’ streghe e quindi la mostra si conclude con Il cerchio magico dove una strega, con tanto di calderone, disegna un cerchio di fuoco attorno a sé. Non mancano ovviamente i corvi e le rovine di una città. Le sedute spiritiche eran parecchio di moda in quel periodo e quindi non dobbiamo sorprenderci se ci sembra quasi di intravedere una figura spettrale nel fumo che sale…

Preraffaelliti. Amore e Desiderio

19 giugno 2019 – 06 ottobre 2019, Palazzo Reale

Orari: Lunedì 14,30 – 19,30 Martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9,30 – 19,30 Giovedì – sabato 9,30 – 22,30

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo yt!

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo  yt!

La porta delle meraviglie

La porta è un soggetto perfetto per fantasticare, ecco perché ho chiesto ai miei alunni di seconda media di realizzare la tavola di una porta come compito delle vacanze (e so già che ne vredremo delle belle! ).

E ovviamente…come faccio sempre…prima ho provato in prima persona ad immaginare qualche porta: viste dall’interno ma anche dall’esterno. Porte folli o credibilissime…

Insomma io adoro le porte, quindi voi…porta(te) pazienza!

Ma soprattutto: cosa c’è dietro quella porta?

La porta nei sogni ha vari significati perché è una metafora importantissima della vita! Se è aperta, se è chiusa, se è socchiusa…se si spalanca o si apre a fatica… Basta poco e la porta assume significati e aspetti differenti.

Hanno iniziato i Romani, negli affreschi pompeiani, ad incuriosirci con le porte…

Ma troviamo porte in ogni periodo artistico: dalle porte di Delft, dipinte da Vermeer in una via tranquilla, alla porta che rimane sullo sfondo e fa immaginare scaloni e ambienti ricchissimi, nelle Meninas di Velazquea. Magritte ha immaginato porte impossibili che si aprono, forse, su altri mondi…

Nella Villa Barbaro a Maser, Paolo Veronese, apre finte porte, perfetti trompe l’oeil, con personaggi che sbirciano dando il benvenuto agli ospiti.

Ma di porte ne troviamo anche di vari tipi eh…

Nei film horror son porte terribili ma nel film romantico Sliding Doors son porte della metropolitana che, aprendosi o chiudendosi cambiano tutta la vita della protagonista! Le porte hanno poi forme strane…a volte sono tonde, come nelle case degli Hobbit, altre volte son porte di armadi che portano direttamente a Narnia…

…e ora se volete provare anche voi a fare una porta…

Buon lavoro!

(e buone vacanze!)

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

l’artista, l’inventore, il genio… Leonardo muore nel maniero di Clos-Lucé, Amboise, Francia.

Son passati cinquecento anni, no, dico, 500 anni…e ancora ci manca, ancora lo ricordiamo, ancora ne parliamo.

Son passati 500 anni dalla sua morte e molte delle sue idee sono ancora modernissime e rivoluzionarie.

Lo voglio ricordare con un dipinto immaginato da Ingres, artista neoclassico, che sulla scia dello stile troubadour, che richiama, già nel nome, i trovatori medievali, realizza quasi un racconto, un’immagine, molto probabilmente un po’ idealizzata, della morte di Leonardo che, nato in Toscana, morirà in Francia. Giorgio Vasari parlando della morte di Leonardo  la descrive proprio così, come ce la mostra Ingres, quasi come se fossimo lì,  a sbirciare dalla serratura!

Ingres, Morte di Leonardo da Vinci

La scena è teatrale, il letto a baldacchino, ricchissimo, ha panneggi in velluto damascato rosso (proprio come a teatro!). Del resto i protagonisti sono personaggi di tutto rispetto: il Genio Leonardo, ormai anziano  e il Re di Francia Francesco I. I due legati da stima reciproca e amicizia sono al centro della scena ma tutto intorno c’è un pubblico che assiste. Non è una morte normale e non è normale vedere un re, umanissimo, abbracciare qualcuno in punto di morte. Qui di normale…non c’è nulla.

 

 

Sono su Youtube Anche con Mostre e Musei!

Sono su Youtube Anche con Mostre e Musei!

Sono sempre più su youtube, ora anche con Mostre e Musei.

Trovate infatti una nuova playlist dedicata alle mostre che mi sono piaciute:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLOaeMwhTX1lmufUDZxuzR43i6UZLJvBfr

Mostre in corso – così avrete un riassuntino per ricordarle meglio se le avete già viste, ma anche un’anticipazione se dovete ancora andarci….oppure un valido sostituto e un’alternativa alla visita alla mostra stessa se non avete voglia o tempo di andarci di persona.

Mostre ormai terminate – uh peccato…te la sei persa?! traaaaanquillo puoi rimediare buttando un occhio al mio filmatino!

Playlist mostre e musei

 

I video su mostre e musei sono uguali agli articoli pubblicati sul blog…ma invece di leggere tutto…potrete limitarvi ad ascoltare sgranocchiando patatite, popocorn, nutella e biscottini!

nb. le cose sane no eh…eddai…

p.s. dovesse scapparvi qualche commentino dalla falangette non ci rimarrei mica male eh!

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti a Palazzo Martinengo, Brescia.

Una  bella mostra, mi è proprio piaciuta. Forse perché amo arte e bestie in egual modo…

Da sempre gli animali sono i soggetti preferiti degli artisti:

– permettono virtuosismi tecnici “Quanto so’ bravo e quanto so’ figo a far ‘ste piumette eh?!?”

– permettono all’artista libertà interpretative che magari un committente umano non apprezzerebbe (quando mai un animale ritratto si ritroverebbe lì a protestare “ehy quel pelo lì non è poi così spettinato, il mio punto di colore è più vivace e poi, ma insomma, non ho tutta quella ciccia addosso”)

– permettono allusioni ormai perfettamente riconoscibili, allegorie dirette e richiami religiosi (se c’è un cane è fedele, se c’è l’aquila si parla di forza e potere, se ci sono animali mostruosi e immaginati….inizia a correre! E ancora: se un cardellino svolazza c’è vicino la Madonna così come se ci sono un leone e un bue si sta forse parlando degli evangelisti San Marco -o San Girolamo- e San Luca)

La mostra è quindi ben organizzata per ordini: se clicchi sulle varie sezioni, in differenti colori, verrai catapultato direttamente al capitolo senza doverti sorbire la lagna dell’articolo in tutta la sua interezza (cit: mio marito).

ANIMALI NELLA PITTURA SACRA

ANIMALI MITOLOGICI

CANI

GATTI

PESCI RETTILI INSETTI

UCCELLI

ANIMALI DI FATTORIA

SCENE DI CACCIA

MAGICO MONDO DEI NANI

ANIMALI ESOTICI E FANTASTICI

 

La pittura sacra

Per secoli le immagini sono state la Bibbia per gli analfabeti, certo questo più nel medioevo che nei secoli presi in considerazione nella mostra ma, come dire…l’abitudine è rimasta!

Alcuni animali sono quindi strettamente connessi con un personaggio: San Giorgio e il Drago del secentesco Ceranino, dove il santo guerriero, in grossa ad un possente cavallo calpesta il povero drago (notate il mantello rosso in perfetto stile superman perché è proprio dall’arte che i colori e il look dei moderni supereroi è derivato!). Un cardellino, porello, compare un po’ schiacciato dalla manina di un Gesù bambino, umanissimo, sulle spalle di una Madonna. Il rosso della mascherina di questo uccellino allude da sempre ai dolori della passione perché questa bestiola mangia volentieri i semi di cardo da cui deriva il nome “cardellino”, ma il cardo con le sue foglie ricche di spine fa subito pensare alla corona di spine di Gesù (una leggenda vede anche questo uccellino, assieme ad altri due -pettirosso e fringuello- pronto ad immolarsi proprio per levare ueste spine fino a ferirsi sporcandosi, per sempre, di rosso sangue!). Ma l’apoteosi di bestiole in chiave religiosa rimanda sicuramente all’Arca di Noè ed eccolo qui rappresentato dal Grechetto mentre li salva dal diluvio facendoli salire sull’arca.

 

Animali mitologici

La mitologia ci ha abituati da sempre alle apparizioni di Zeus trasformato in animali vari per conquistare le più belle donne del mondo. Ed eccolo quindi come Cigno, sensualissimo, mentre seduce Leda, o tramutato in possente toro mentre si fa cavalcare da Europa. Ma anche le altre divinità spesso si fanno accompagnare da qualche animale, come non ricordare ad esempio Diana Cacciatrice che, ben armata, ha al suo fianco un bellissimo levriero da caccia. Fino ad arrivare ad una Venere che gioca con un cagnolino vestito da bambolina (porello), assieme a cupido (l’unico vestito qui è il cane!).

 

Cani

Il cane è da sempre il miglior amico dell’uomo (no, ok, non sto parlando del mio canino azzannatore ma dei tanti, tantissimi cani ritratti nell’arte antica). Cani compagni di giochi di bambini ricchi ed eleganti ma anche cani umanizzati e compagni di vita di poveri ed emarginati o soci di caccia di cacciatori per diletto o necessità. E compare il simbolo della mostra di Brescia: il vecchio con il carlino del Pitocchetto. questo artista, così chiamato perché diventato famoso come pittore di pitocchi, poveri spesso bambini e di scene di genere, qui si mostra invece fine indagatore psicologico. L’uomo in velluto rosso è ricco e fiero, il cane è snob e consapevole quanto l’umano che tenendolo in braccio lo mostra al mondo quasi come se fosse l’erede al trono! Da notare che quest’opera è stata realizzata e pensata per avere un diretto pendant che troveremo nella prossima sezione, quella con i gatti! Lippi, fiorentino del 1600 non poteva che ritrarre un Medici (Angelo Marzi), in compagnia del suo cane Melampo, dove la scritta aggiunta in epoca posteriore ci leva ogni dubbio riguardo soggetto ed interpretazione (e scopriamo così che Melampo non ha le zampette nere come il suo nome vorrebbe e che non è solo un nome inventato da Collodi ma evidentemente era proprio un nome da cane…seppur molto elegante). C’è poi un’opera strana, stranissima, dove il soggetto principale è un bellissimo cane Lagotto (una razza che a vedersi pare un barboncino meno delicato e più peloso, originario infatti della zona dellle pianure di Comacchio, è da sempre perfetto per la caccia in zone paludose, non teme l’acqua fredda). ai lati del cane, esibito e mostrato…troviamo il ritratto di un notissimo pittore: il Guercino (ed ecco che capiamo subito il perché di questo soprannome) di fronte a sua madre. L’eleganza del bambino vestito di pizzi e broccati ben si rispecchia nell’eleganza del suo cane , un bracco che si fa beatamente coccolare.

 

Gatti

Il gatto è fin dall’antichità l’animale perfetto per l’arte: dagli antichi egizi in poi è diventato, di volta in volta, simbolo positivo (scaltrezza e furbizia) o negativo (infedele in contrapposizione alla fedeltà canina e, se nero, simbolo delle streghe!). Ed ecco qui il pendant del Nobile ricco con carlino: l’opposto della medaglia! Ceruti ci presenta un vecchio sicuramente non ricco, le mani hanno le unghie rovinate e i vestiti sono parecchio lisi, ma la cura con cui ne va a delinerare la barba con infiniti toni di grigio e l’affetto che va a sottolineare quel gesto, mentre accarezza un gattone bianco, suo compagno di sventura e di vita, rende anche quest’uomo nobile ed elegante, proprio come il suo contraltare ben più colorato, con in braccio il carlino! Il gatto diventa “vittima” del gioco di una ragazzina nobile che finge d’esser sua madre e lo stringe nelle bende come i bambini venivano tenuti dalle mamme reali, nell’opera di Bonati. Mentre Victors, rappresenta una perfetta scena di genere facendoci sbirciare in un cortile dove una chioccia difende i suoi pulcini aprendo minacciosamente le ali contro un gatto dallo sguardo davvero inquietante. Il gatto umanizzato invece lo troviamo grazie a Monsù Bernardo, nelle vesti di un pescivendolo, forse un po’ truffaldino, mentre pesa  il pesce che sta per vendere.

Pesci, rettili e insetti

Non saranno probabilmente gli animali più carini da dipingere ma spesso permettevano all’artista una stretta collaborazione con gli studiosi che, in mancanza della fotografia, avevano bisogno di immagini precise. Ma i pesci permettono al pittore Recco di mostrare la sua bravura dipingendone di diverse qualità in un banco di vendita, squama per suama, lustrate dall’acqua. Porpora invece nel suo Sottobosco con conchiglie (perfettamente riprodotte, sia di terra che d’acqua), divide l’opera a metà con  sopra rose pesanti a tratti appassite e sotto tartarughe, serpente e una farfalla: metafora della vita, se ci fate caso un ogni animale è posto di fronte al suo nemico in un momento di calma apparente.

 

Uccelli

I vari pennuti sono di volta in volta, rappresentati come animali esotici, coloratissimi, quasi oggetti di moda da collezionare, in grandi voliere,  oppure come prede e  aiutanti nella caccia. Il benvenuto in questa sezione lo offre la grande tela di Boel, un fenicottero in movimento. Modernissimo per tecnica e impaginazione in diagonale, spiega le ali e ci mostra il fondoschiena, ricchissimo di piume dalle incredibili sfumature, mentre si allontana chissà verso cosa… Duranti invece probabilmente pratica il moderno birdwhatching ed ecco le sue “fotografie”: dalla poiana al nido con le uova appena schiuse. Ma i colori dei pappagalli sono perfetti per una scena in un giardino incantato e misterioso mentre, leggiadri, si appoggiano addirittura sopra ad un busto classico, senza temerne il confronto di bellezza!

Animali da fattoria

Sono gli animali più classici e più comuni. In questa sezione spicca un pittore tedesco, Roos, conosciuto come Rosa da Tivoli, talmente appassionato da essersi indebitato per comrpare una casa dove allevare capre, montoni, pecore e buoi che ritrarrà poi in moltissime opere dedicando loro intere scene e limitando al minimo la presenza umana. Ed ecco le capre della collezione Cavallini-Sgarbi (ohibò, una vera passione per il critico d’arte queste capre!). Ma qui troviamo anche le favole di Esopo con il ciuchino della favola “l’asino, la volpe e il leone”, dipinto da Cerquozzi mentre stringe un patto proprio con la volpe. Ma gli animali della fattoria sono anche quelli considerati al servizio degli umani, miglior esempio un cavallo guidato da un’amazzone elegantissima, quasi in bilico mentre la bestia, nera e possente, rivaleggia, nella posa, con il piccolo levriero italiano, pronto, anche lui, a spiccare il balzo. Gli animali più comuni, come tacchini, pavoni, anatre e conigli, diventanto anche il soggetto, elegantissimo, per Vitali, che li ritrae nell’ombra del crepuscolo.

Scene di caccia

Le scene di caccia sono da sempre un buon soggetto per gli artisti, cme dire, permettono spesso di “portare a casa la pagnotta”, fotografando con il pennello, nobili eleganti, cani atletici, scene di maschia potenza, ma anche scene di genere più comuni dove la caccia non era solo puro intrattenimento ma anche quotidiana sopravvivenza. Ecco quindi una scena decisamente splatter con la caccia ai cervi del crivellino, i cani hanno raggiunto la coppia di cervi, la femmina è già stata morsicata mentre il maschio con le immense corna, ancora combatte per non soccombere.

Crivellino caccia ai cervi

 

Il magico mondo dei nani

Qui giochiamo in casa, è proprio di Brescia il Bocchi che si inventerà nel 1600 un genere pittorico tutto suo, con la pittura di nani e pigmei, già iniziato dal suo maestro Carlo Baciocchi che a sua volta fa risalire, almeno come ispirazione alla pittura fiamminga e molte delle opere di questa sezione devono sicuramente qualche cosa alle visionarie immagini di Bosch e Bruegel. Nell’arrivo della sposa, bruttina e deforme ma riccametne abbigliata, sembra quasi d’essere in un approdo reale e veneziano (si nota anche una piccola gondola), ma a ben guardare si tratta solo di un fienile, con ceste e sedie capovolte, fuorimisura date le piccole dimensioni dei nani, che vengono accolti da decorazioni (ops sono in realtà ragnatele), con tantissimi insetti, molto ben definiti, pronti anche a lanciare petali di rosa! Per non parlare della battaglia controla gru, in realtà principessa vanitosissima, trasformata in gru per punizione e, non riconosciuta dai suoi sudditi..attaccata senza pietà! Il maestro dell’uovo della fertilità, misterioso artista attivo in Lombardia nel seicento e così chiamato perché spesso aveva come cifra stilistica, piccole uova nei dipinti, qui ci delizia con immagini folli: una bottega del calzolaio dove i clienti son tutti animali (con zampe impossibili da far entrare in normali scarpe) e dove gli inservienti sono tre omini piccini o dove una classe viene rappresentata in maniera molto…ehmehm, molto simile alla realtà: un macello di bestioline molto poco attente alla lezione!

 

Animali esotici e fantastici

Molti dei pittori che li dipingevano…in realtà dal vivo non li avevano mai visti. Si potevano basare su tavole illustrate allegate ai vari studi scientifici e alle descrizioni, spesso colorite, di chi, pochi, li avevano davvero potuti avvicinare. Qualche puntata in Europa c’era stata: la povera Clara, rinoceronte senza corno, aveva girato le fiere di tutta Italia arrivando a Venezia diventando famosissima (De Gobbis si ipira sicuramente alle opere, ben più famose del Longhi quando fotografa la rinocerontessa, pungolata dal suo addestratore, mentre il pubblico esulta!). Le bestie selvagge e pericolose son ben  rappresentate da Pseudo Caroselli, in Homo, Homini e lupus. Compare qui anche il grandioso Giulio Romano che in una piccola ma preziosissima tempera raffigura l’elefante Annone. Cinatti si dedica invece agli uccelli esotici e di dipinge in perfetta armonia, la prova sono i due fenicotteri in amore sullo sfondo con i colli intrecciati a formare…un cuore! Ma l’animale più fantastico di tutti è sicuramente l’unicorno. Leggenda vuole potese essere avvicinato solo dalle vergini pure di cuore ed ecco quindi che questa dama, evidentemente, è tanto tanto per bene! Pensate che le varie enciclopedie hanno decantato l’esistenza dell’unicorno fino in secoli moderni e i presunti corni erano spessissimo in bella mostra nelle varie “Camere delle meraviglie”, mentre in realtà il corno sarebbe solo la zanna del pesce narvalo. Conclude la mostra l’altro animale immaginario per eccellenza: il drago! Qui dipinto dalla monaca Maddalena Caccia, raro caso di pittrice donna, che sceglie proprio un’altra donna, una Santa Margherita che lotta senza paura contro un drago immenso dalle ali a pipistrello, la lingua da serpente e le zampe con lunghissime unghie affilate!

 

Animali nell’arte, dal Rinascimento a Ceruti

Palazzo Martinengo, via dei Musei, Brescia

19 gennaio-9 giugno 2019

sito ufficiale: Amici martinengo

Dai correte che fate ancora in tempo….e merita davvero!!!!

Ingres e la vita artistica ai tempi dei Bonaparte

Ingres e la vita artistica ai tempi dei Bonaparte

Già nel titolo della mostra a Palazzo Reale a Milano:

JEAN AUGUSTE DOMINIQUE INGRES. La vita artistica ai tempi dei Bonaparte,

è chiaro che non troveremo solo opere di Ingres. Sala per sala la mostra fa capire da dove parte Ingres, cioè dai suoi studi presso David, ci fa conoscere i suoi compagni di studi, gli amici, i colleghi con i quali ha a che fare… per concludersi poi, in pompa magna,  con l’immenso ritratto di Napoleone Bonaparte, forse l’opera più famosa di tutta la mostra.

All’inizio del percorso troviamo una bella serie di nudi maschili con i quali lustrarci gli occhi.

Dal nudo maschile di David, che ci ricorda nelle forme morbide Rubens e nei piedi sporchini addirittura Caravaggio, si passa subito ai Torsi maschili di Ingres, il primo, figura virile che è una prova fondamentale all’insegnamento accademico (Ingres si iscrive all’accademia di Belle Arti di Parigi nel 1797) al quale farà seguito l’altro nudo maschile che già ci fa capire tutta l’idea di bellezza del Neoclassicismo filtrato da Ingres: questi nudi sono sicuramente frutto di modelli viventi ma risultano belli e stereotipati, sono ideali di bellezza che si rifanno all’arte classica antica, l’unico periodo artistico che il Neoclassicismo riteneva degno d’essere riproposto!

Ma non manca certo il nudo femminile in questa mostra!

Dalla scena classica che ci mostra Susanna e i vecchioni che la insidiano, alla bagnante di Antoine-Jean Gros che alludendo forse a Diana cacciatrice mette comunque in mostra le sue nudità (niente foto, cari miei, sono vietatissime in mostra, uff). Del resto anche Ingres stesso è diventato famoso per questo doppio registro pittorico: soggetti pubblici (ritratti a personaggi famosi, ma anche ad amici e colleghi) e soggetti più privati con nudi sensualissimi, come le famose Odalische, nudi che godevano sicuramente di un buon commercio ma che venivano messi in mostra lontani da occhi indiscreti! Il nudo sarà effettivamente un po’ l’ossessione di Ingres. Ma attenzione…si tratta di un nudo trattatto con un approccio paradossale: nudo sì ma senza lo studio anatomico! Ed ecco quindi comparire delle stranezze, come qualche vertebra in più nella schiena lunghissima e sensualissima della Grande Odalisca di cui in mostra vediamo solo una versione originale ma a grisaille, in bianco e nero quindi, con ombreggiature che mettono in risalto la sensualità e tutti gli artifici usati per esaltarla: un seno un po’ troppo spostato verso l’ascella, fianchi esageratamente tondi soprattutto se confrontati con il volto giovanissimo, in altri casi una torsione del collo che, fosse vera, avrebbe immediatamente ucciso la modella ma che, dipinta, la rende elegantemente sensuale! In mostra possiamo apprezzare anche parecchi studi a matita dei nudi e in una piccola opera la figura femminile in realtà è la moglie del pittore stesso, Madeleine che verrà poi usata per l’opera delle odalische (in questo bozzetto con tre braccia per meglio studiarne l’effetto languido).

Ma le donne le troviamo anche oltre la tela

Artiste femminili in un’epoca dove alle donne non era ancora consentito l’accesso agli studi accademici, si facevano c omunque notare e apprezzare, addirittura come pittrici preferite della regina di Francia Maria Antonietta. Stiamo parlando di Vigée Le Brun che rappresenta la principessa Karoline von Manderscheid-Blankenheim, nelle vesti, svolazzanti, di Iris, la personificazione dell’arcobaleno.

Ma possiamo anche vedere Marie Guillemine Benoiste mentre si fa un autoritratto proprio mentre sta dipingendo: massima soddisfazione per una pittrice donna che, già che c’è, si rappresenta in perfetto stile neoclassico, un po’ bellezza reale un po’ divinità dell’antica Grecia.

Julie Forestier, fidanzata di Ingres, pittrice anche lei, si limita invece a copiare un autoritratto di Ingres stesso. Qui il pittore si vede e si mostra davvero come un artista di successo, vestito da artista, con in mano gesso e straccetto, il volto di tre quarti mentre guarda lo spettatore con una certa sicurezza mentre, di fatto, si autocelebra (e la sua innamorata celebrerà questa sua autocelebrazione…qui si rasenta la follia e la si perdona solo perché è dovuta all’amore!)

Non mancano poi le opere dedicate alle campagne di Italia e a Napoleone a Milano

Dai vari attraversamenti delle Alpi (di Murat e di Bonaparte) ai vari ritratti dedicati a Bonaparte visto come Marte pacificatore da Manfredini, a Bonaparte come Pericle visto da Laboureur al più famoso busto colossale  di Canova, artista che tanto ha lavorato con Napoleone ma con il quale i rapporti non erano sempre stati sereni (soprattutto dopo le spoliazioni napoleoniche fatte ai danni dell’Italia che l’artista veneto non aveva mai perdonato a Bonaparte).

C’è poi una serie di 35 incisioni, di 4 artisti differenti, che furono incaricati da Napoleone stesso, di riprodurre il più fedelmente possibile il fregio realizzato da Appiani nella sala da ballo di Palazzo reale a Milano. Si trattava di panelli su tela montati però in maniera continuativa, perfetta quindi per celebrare i fasti napoleonici su modello della colonna traiana. Si tratta, particolare curioso, di quello che è a tutti gli effetti il primo esempio di pittura storica contemporanea! I bombardamenti su Milano del 1943 hanno completamente distrutto il lavoro di Appiani ma possiamo averne un’idea decisamente fedele proprio grazie a queste incisioni.

 

Nella sala dedicata allo sguardo su Milano, all’epoca seconda capitale napoleonica  europea, si intravede una città con edifici e accessi monumentali e nuove strade che Stendhal definirà ” Più pulite di quelle di Parigi”! Nel periodo in cui verrà fondata anche la Pinacoteca di Brera Ingres gira per la città e disegna bozzetti come se fosse un normale turista: ecco quindi le vedute del Duomo (alle quali è accostato un finto piccolo quadretto, in realtà un’apertura diretta sul Duomo, di fronte al luogo dove è sita la mostra!), ma anche immagini di S. Ambrogio e S. Maurizio. Alle bellezze artistiche Ingres affianca anche le bellezze locali ed ecco una ragazza con un ventaglio, una passante con un fuso…

I ritratti di Ingres fatti ad amici e colleghi e parenti

Ritrae suo padre, ringiovanendolo di una ventina d’anni e probabilmente rendendo più classica la sua immagine reale, ma ritrae anche l’amico di infanzia Gilibert, utilissimo a tutti noi grazie alla fittissima corrispondenza intrattenuta con l’artista in lunghi anni di amicizia. Ritrae anche Bartolini, lo scultore fiorentino che ha addirittura abitato nella stessa stanza con Ingres mentre studiavano assieme a Parigi (e ce lo mostra serissimo, vestito di nero, con in mano in bella mostra la testa di una divinità greca, invito a seguire sempre l’ideale di bellezza classico tanto caro all’arte neoclassica).

La moda dei troubadour

Anche Ingres cede alla moda dei Troubadour, eventi storici presi in prestito dal medioevo o comunque da epoche passate per rappresentare il passato nazionale. Ecco quindi le vite di poeti, artisti e uomini illustri del passato, fotografate come se l’artista fosse stato presente dal vivo, spettatore dell’evento, tragico o godereccio…

ecco quindi Raffello, l’ossessione personale di Ingres che adorava a tal punto l’artista rinascimentale da arrivare a chiedere al Papa alcune reliquie, durante la traslazione dei resti di raffAello nel Pantheon! La copia dell’autoritratto di Raffaello ma anche una visione più umana dell’artista mentre si intrattiene con la Fornarina, la sua modella prediletta e tanto amata.  Ma vediamo anche la ricostruzione, secondo i racconti fatti da Vasari, della morte di Leonardo da Vinci, in Francia, ad Amboise tra le braccia del re Francesco I

L’immagine finale di Ingres è dedicata all’immenso ritratto a Napoleone

Una sala solo per l’immenso ritratto di Napoleone sul trono imperiale e per i tanti disegni preparatori. Curiosamente quest’opera, famosissima, all’inizio non fu proprio un successo per Ingres. Questa immagine si rifà a Carlo Magno ma  con lo sguardo fisso bizantino. Arriverà una pioggia di critiche per quest’opera che mostra l’imperatore in piena gloria. Il rosso dei velluti accostato alla preziosità della pelliccia di ermellino, l’aquila con le ali spiegate intessuta nel tappeto ai suoi piedi, la poltrona stessa il cui lo schienale fa quasi da aureola ad un uomo che ormai di umano non ha più quasi nulla. Tutto rimanda a Cesare, è Giove imperatore e monarca per volere divino…è Napoleone! Per i contemporanei è davvero troppo e susciterà terrore e ilarità.

Ingres, Napoleone Bonaparte Imperatore

A PALAZZO REALE Dal 12 Marzo al 23 Giugno 2019

PIAZZA DEL DUOMO, MILANO