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Preraffaelliti Amore e Desiderio

Preraffaelliti Amore e Desiderio

Avete presente la frase: E’ successo un quarantotto?!

ecco…allora dovete conoscere i preraffaelliti (amore e desiderio)!

Nel 1848 succede davvero di tutto tra rivoluzioni politiche e sociali, cambia il mondo, cambia l’arte, cambia il lavoro, cambia il ruolo della donna…e arrivano loro: un gruppo di studenti che, attraverso una confraternita segreta che già nel nome mette bene in chiaro le cose (l’idea è quella di prendere in considerazione l’arte fino a Raffaello), tra chiacchiere e caffè, libri e ideali, vogliono liberare la pittura inglese dal vecchiume che, secondo loro, la imprigiona e la condiziona.

Pre.Raphaelite Brotherhood, PRB, cioè la confraternita dei Preraffaelliti

Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore figlio di un membro della Carboneria italiana esiliato in Inghilterra, assieme a William Holman Hunt (che aveva sfidato la famiglia pur di dedicarsi all’arte), affiancati dall’ex bambino prodigio John Everett Millais (ammesso all’accademia di Belle Arti a soli 12 anni!), convincono con i loro ideali anche Ford Madox Brown, più anziano e già conosciuto e Georges Stephens, uno studente di pittura che poi sceglierà la strada della critica d’arte. Le donne che gravitano attorno al gruppo sono fondamentali per il successivo percorso dei preraffaelliti. Ricordiamo ad esempio Christina Rossetti, poetessa e sorella di Gabriel e Elizabeth Siddal (che sposerà Rossetti), pittrice dilettante che si unisce per ultima al gruppo ma che con la sua fortissima personalità non sarà certo figura secondaria!

Partono quindi dal Medioevo arrivando poi al Rinascimento, rivoluzionando temi e soggetti religiosi, letterari, sociali. I colori che usano sono vivissimi e si rifanno direttamente alla pittura bizantina ma la cura per il particolare e l’adesione alla realtà è stretta a filo doppio con la fotografia. Ma ricordiamoci che vivono nell’epoca vittoriana, quella dove la donna è il focolare della famiglia, dove la religione è davvero sacra e  dove le convenzioni non si mettono nemmeno in discussione!

Ed ecco quindi Una madonna classica per inquadratura, forma, impianto scenografico con le figure in primo piano e lo scorcio prospettico sullo sfondo a destra, una madonna che potrebbe essere proprio stata dipinta da Raffaello…ma basterà guardare la cornice (dove i classici angioletti che cantano ci sono eh, sì sì ma sono appena abbozzati nei loro cerchietti sullo sfondo oro) e dove in pratica la figura sacra altro non è che una madre dell’epoca vittoriana, che fa il bagno al bambino prima di metterlo a letto la sera del sabato (e Madox Brown qui ritrae anche la figlia Lucy in preghiera!). Ricordiamoci poi che Millais è un bambino prodigio, in mostra è infatti esposto un suo lavoro, i Lottatori, eseguito quando aveva solo 12 anni (è stato l’alunno più giovane mai ammesso alla Royal Academy Schools!).

Per i preraffaelliti il disegno è fondamentale, ed ecco quindi delle deliziose illustrazioni, quasi dei fumetti, con scene bibliche serissime ma rappresentate con un brio e con una leggerezza che ce le fanno apparire quasi a noi contemporanee (la disperazione delle monache davanti al disseppellimento della regina Matilde è davvero tra il comico e il drammatico. L’episodio si ispira alle guerre di religione nella Francia del Seicento e allude anche alle tensioni tra protestanti e cattolici nella Gran Bretagna ottocentesca). Millais è proprio un originale ed ecco quindi  l’idea di farci sbirciare quasi dalla serratura per vedere un Gesù, bambino e capellone, mentre lavora nella falegnameria paterna e si ferisce una mano (anticipando le ferite della croce), è un’idea molto moderna: sacra famiglia sì ma di lavoratori!

Pittori poeti

Molti dei pittori preraffaelliti erano anche scrittori e poeti e spesso sceglievano di rappresentare brani di letteratura di Dante, Chaucer, Shakespeare: storie d’amore difficili con finali spesso tragici, insomma molto simili, purtroppo per loro, alle difficoltà che incontravano nella vita quotidiana, condizionata da severe regole sociali dove ceto, denaro e nobiltà tendevano a complicare ulteriormente i rapporti amorosi.

L’amore tra classi sociali differenti è qui rappresentato nell’opera La proposta, con il Marchese di Saluzzo che si dichiara a Griselda, una contadina (anche in questo caso la modella è la Siddal). La poveretta non sa che sta iniziando un lungo calvario dove verrà sottoposta a prove terribili che dovranno garantire pazienza, dedizione, fiducia e…il suo amore. Ne uscirà vincitrice (insomma, considerando l’epoca vittoriana eh…a noi la sua storia di donna sottomessa piace pochino, diciamocelo!)

La morte di Ofelia, direttamente dall’Amleto di Shakespeare, è il capolavoro forse più famoso di Millais. Respinta dall’amato, Amleto, che in più le uccide il padre cade in un torrente e affoga (con estrema eleganza, sembra dormire tra le acque chiare e i fiori che sono tutti simbolici, sia il papavero che stringe in mano sia le margheritine che le galleggiano attorno). Pare che la Siddal posò realmente, vestita da sposa, in una vasca da bagno. Già perché i preraffaelliti sono, prima ancora degli impressionisti che verranno, sono attentissimi alla copia dal vero e alle scene all’aperto, l’en plein eir in pratica lo inventano loro! ah…la Siddal prese un gran freddo rimanendo in ammollo nell’acqua e si ammalò di bronchite tanto che Millais fu costretto a pagare le spese mediche al padre di lei  perché ancora non aveva sposato Rossetti!

In Claudio e Isabella vediamo il giovane in catene, condannato a morte da Angelo, vicario del Duca di Vienna. Si salverà solo in cambio della perdità della virtà e dell’onore della sorella Isabella che dovrà concedersi al vicario. E’ il dilemma morale protagonista dell’opera di Shakespeare Misura per misura. Isabella ha in realtà già deciso, lo sappiamo da quei petali in terra, il fiore è distrutto,  la veste della giovane appare già meno candida ma si sta sacrificando per salvare il fratello: una vera eroina!

Una fede laica

I pittori preraffaelliti scelgono i soggetti religiosi ma li reinterpretano. Le loro scene sono sempre molto reali e concrete e soprattutto ricchissime di dettagli tutti da interpretare, tanto che spesso non son stati motlo apprezzati dai loro contemporanei.

Nella scena classica che vede Gesù lavare i piedi a Pietro è come se noi fossimo lì presenti, con loro e in ginocchio, quasi come per dare una mano! Gli apostoli, come spesso accadeva, hanno i volti di amici e colleghi (Hunt è rappresentato nel personaggio con la testa tra le amni e di fianco al discepolo biondo riconosciamo Rossetti!). In origine la figura di Gesù era nuda dalla vita in sù proprio per sottolineare il gesto umile messo in atto da un lavoratore…ma un Cristo nudo all’epoca proprio non era accettabile e quindi, per poterlo vendere, l’artista decise di rivestirlo completamente!

Nella strana scena del Torchio vediamo il personaggio principale vestito di ricchissimi abiti quasi bizantini mentre calpesta i grappoli d’uva. Il meccanismo del torchio è molto ben realizzato ed è sicuramente frutto di una accurata osservazione dal vivo.

L’opera che ha per protagonista Sant’Agnese è considerata forse l’ultima di questa corrente artistica, del resto è del 1905, ben oltre quindi la data ufficiale di scioglimento della confraternita. Ma Cowper sceglie di mostrarci il momento in cui la santa, martire romana, dopo esser stata trascinata in strada nuda come punizione per aver scelto la strada della castità in età giovanissima e rinchiusa addirittura in un bordello, finalmente viene soccorsa da un angelo che, oltre a farle crescere i capelli a dismisura, così da poter velare le sue nudità, le porge anche un vestito, bianco e simbolo di purezza ovviamente. La ragazza finirà comunque male eh, non illudiamoci: bruciata viva come strega, ma non ancora morta, verrà definitivamente uccisa con un colpo di spada alla gola. Il suo cranio è ancora custodito nella chiesa a Lei dedicata: Santa Agnese in Agone a Roma.

Vita moderna

Nell’Ottocento la Rivoluzione industriale, in Europa, porta cambiamenti ma anche sviluppi tecnologici e la crescita  dell’urbanizzazione. In tutto questo cambiano anche le condizioni di vita di donne e bambini con più diritti e maggior istruzione per entrambi. Ovviamente i preraffaelliti sono in primo piano per testimoniare tutto questo…

Nel misterioso dipinto incompiuto, Brown raffigura sua moglie mentre presenta a lui il figlio appena nato (tecnicamente anche per farglielo riconoscere, visto e considerato che all’epoca era prassi comune non dare il proprio cognome ai figli nati fuori del matrimonio…ma questo bambino era “legale” perché l’artista aveva sposato la modella del dipinto, Emma, ma comunque dopo la nascita del loro primo figlio). Ma il “Signore” cui fa riferimento il titolo dell’opera “prendete vostro figlio, Signore”, quell’uomo in realtà siamo noi, esattamente nel punto in cui si pone l’autore che vediamo anche riflesso nello specchio curvo che sta dietro la testa della donna che appare così una vera e propria Madonna con tanto di sacra aureola che in realtà è lo specchio chiaramente ispirato all’opera più famosa del pittore fiammingo Van Eyck, che nello stesso specchio aveva riflesso i Coniugi Arnolfini. L’opera non è finita perché il bambino morì prematuramente, fatto tragico ma purtroppo non insolito in quel periodo.

L’amore dei preraffaelliti non è gioioso, facciamocene una ragione! Anche quello di Aprile è rappresentato da due giovani appartati e solo apparenteente sereni. Di lui si intravede solo la testa china sulla mano di lei…e lei, in penombra sotto un pergolato d’edera e di rose, con un abito viola che riprende cromaticamente i fiori lilla sullo sfondo, lei ha un’aria tutt’altro che felice. Del resto ai suoi piedi vediamo i petali di una rosa sfiorita…l’amore è finito e lei guarda proprio altrove!

Il ruolo della donna stava cambiano ma…lentamente eh… Ce lo ricorda Collinson che mette in bella mostra e praticamente in vendita, una donna, offerta come gli altri oggetti in vendita alla fiera della parrocchia, proprio come si usava fare nel mercato matrimoniale dell’epoca vittoriana.

Deverell fa di peggio per ricordarci quanto e come fosse ancora poco considerata la figura femminile dell’epoca: la sua donna ha ai suoi piedi un cagnolino…e all’epoca scrittori, filosofi e teologi discutevano parecchio del rapporto tra essere umano e natura associando però la donna alla natura e quindi paragonandola di fatto…al cagnolino!

Nella Valle del riposo (eterno!), Millais scandalizza un po’ tutti rappresentando da un lato la cruda realtà della morte (c’è una tomba ancora aperta, in primo piano!) e in più la sta scavando una suora, figura femminile quindi ma decisamente forzuta, quasi maschile con quelle braccia nude e muscolose in evidenza!

Nell’Ottocento anche gli spostamenti erano più comuni, a bordo di battelli o treni a vapore ma non sempre erano viaggi di piacere e spesso era la crisi a motivare il viaggio…

Hunt ci mostra quindi la scena di un viaggio in mare frutto forse di un ricordo, era stato infatti in Oriente con la moglie che qui è raffigurata forse nella figura femminile che guarda il cielo. La nave è reale e ritratta quindi dal vivo ma è anche una metafora della vita “con nient’altro che le stelle silenziose per orientarsi nel dirigere la nave a pieno carico e nessun benvenuto finché non si tocca terra” come possiamo intuire dai versi incisi direttamente nella cornice (ricordatevi che spesso per i preraffaelliti le cornici sono parte stessa dell’opera e la completano più che limitarsi a contenerla).

Madox Brown punta direttamente al sentimentale e rappresenta un viaggio verso l’Australia, emigrazione che allontana dalla patria britannica un terzo della popolazione inglese a causa della disoccupazione, piaga che aveva toccato da vicino anche i pittori preraffaelliti. Una scena ancora tragicamente d’attualità dove la sacra famiglia (nel tondo classico) in fuga dall’Egitto è una famiglia moderna, coperta per ripararsi dal freddo, i due si tengono la mano per darsi forza mentre del bambino si intravedono solo  le forme sotto lo scialle della madre.

Il diritto allo studio

Martineau sceglie il famoso romanzo di Dickens “La bottega dell’antiquario” e raffigura l’orfanella Little Nell che insegna pazientemente a Kit a leggere e a scrivere (guardate lui quanto è concentrato!).

Ma non tutti gli alunni sono diligenti e Madox Brown con un acquerello cattura l’argento vivo che ha sicuramente addosso la scolara che è la peggiore della classe, costretta allo studio mentre vorrebbe tanto oessere altrove….e al calamaio preferisce  una mela da sgranocchiare. Nel 1870 l’istruzione venne resa obbligatoria per tutti i minori, ecco perché la questione dell’istruzione infantile era un tema molto discusso in quel periodo.

Fedeltà alla natura

Prima degli impressionisti son stati proprio i preraffaelliti a dipingere all’aperto e non solo in studio. Del resto potevano anche spostarsi grazie alle nuove tecnologie e aver quindi a disposizione molta più natura da rappresentare…cosa del resto molto incoraggiata dal collezionista che li rese famosissimi: John Ruskin, che vedeva nella natura l’opera d’arte creata da Dio.

I preraffaelliti quando arrivano a rappresentare la realtà e la natura…sono confusi, inutile girarci intorno: vivono nell’epoca della macchina fotografica e dei particolari perfettamente a fuoco…però per quanto riguarda l’arte si rifanno al medioevo e al quattrocento…e subito verrebbe da pensare allo sfumato leonardesco che rende le prospettive in lontananze sfumate così come l’occhio umano le vede… e invece no: i preraffaelliti amano talmente tanto il particolare da dimenticarsi di tutti i discorsi ottici di Leonardo da Vinci. Ed ecco quindi Un Maggio a Regent’s Park minuziosamente dettagliato, così come il selciato in rovina in primissimo piano della casa infestata dai fantasmi (aggiunta sullo sfondo in un secondo moderno che darà però il titolo all’opera).

Torna in auge anche una forma di vedutismo settecentesco, ormai si viaggia anche per piacere e poter mostrare le meraviglie del mondo…è quasi un obbligo.

Si attraversa la Manica (rappresentata con infiniti tocchi rapidi di colore che danno vita ai raggi del sole sull’acqua), si arriva a Gerusalemme, nella valle di Giosafat dove Seddon si accampò davvero per 120 giorni per ritrarre minuziosamente la scena… e si conclude con l’immagine irreale eppure dai contorni nettissimi di una Firenze racchiusa nelle mura,  vista da Bellosguardo, là dove una folta comunità di Britannici si era trasferita e fermata fin dall’ottocento.

Bellezza dell’anima, bellezza del corpo

Nella seconda fase estetica i preraffaelliti esplorano la bellezza tra arte, design, poesia e musica. La bellezza diventa più sensuale, i ritratti sono figure della loro cerchia ma nelle vesti di personaggi letterari che però son persi nelle loro sensuali fantasticherie. I pittori qui si avvicinano al Rinascimento di Tiziano e Leonardo che hanno uno stile perfetto per raffiguare le bellissime modelle che diventano vere e proprie icone di stile da seguire.

Ed ecco Rossetti che raffigura Aurelia (la modella Fanny Cornforth amante dell’artista), nei panni di Angiola da Verona, l’amata cui Fazio degli Uberti aveva dedicato una poesia tradotta poi dallo stesso Rossetti. La posa riprende la ritrattistica di Tiziano così come il colore rosso dei capelli, mentre Aurelia, con lo sguardo perso altrove, disfa una treccia…

Rossetti in Beata Beatrix si ispira alla Vita Nuova di Dante dove il poeta racconta il proprio amore idealizzato per Beatrice amplificato dalla sua morte prematura…proprio come avvenne per Elizabeth Siddal che qui è l’amata di Dante ma anche l’amata perduta di Rossetti (la modella morirà solo due anni dopo aver sposato l’artista e qui il vedovo la ritrae a memoria). Lo sfumato è  quello morbido di Leonardo, i contorni non esistono più e lo stile è quindi più rinascimentale che medievale.

In Monna Vanna la modella Alexa Wilding vuole letteralmente sollecitare tutti i sensi: il tatto mentre si attorciglia sulle mani la lunghissima collana rossa, la vista che si perde nel tessuto prezioso di quelle immense maniche e l’olfatto che riesce ben a immaginare il profumo di quei fiori sullo sfondo. Opulenza, posa e colori decisamente rinascimentali.

E va a rappresentare tutti i sensi anche il ritratto di Ada Vernon modella che rappresenta Monna Pomona, la divinità romana dei frutti. possiamo immaginare i diversi materiali con i quali viene a contatto: il profumo e la consistenza della mela e quello dei fiori, la freddezza delle perle metalliche, il peso dell’abito…è una scena molto privata, quasi intima, forsi si sta vestendo…o forse spogliando…chissà…

 

La dama di Shalott è l’eroina del poemetto di Tennyson. La ragazza chiusa in una torre è costretta a vedere la vita solo riflessa in uno specchio e la maledizione ha predetto che morirà quando smetterà di ricamare le scene osservate…Ma la donna dell’ottocento è una ribelle ed è in cerca della propria autonomia: visto Lancillotto nello specchio decide di sfidare la sorte andando nel mondo in cerca del’amato sopra una barca, portandosi dietro l’immenso ricamo che rappresenta la sua vita. Waterhouse rende l’atmosfera quasi sospesa, le rondini volano basse, delle tre candele due sono già spente…la morte è vicina…e le pennellate con cui viene resa tutta la scena sono già decisamente molto vicine all’impressionismo.

Ma le donne son sempre anche un po’ streghe e quindi la mostra si conclude con Il cerchio magico dove una strega, con tanto di calderone, disegna un cerchio di fuoco attorno a sé. Non mancano ovviamente i corvi e le rovine di una città. Le sedute spiritiche eran parecchio di moda in quel periodo e quindi non dobbiamo sorprenderci se ci sembra quasi di intravedere una figura spettrale nel fumo che sale…

Preraffaelliti. Amore e Desiderio

19 giugno 2019 – 06 ottobre 2019, Palazzo Reale

Orari: Lunedì 14,30 – 19,30 Martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9,30 – 19,30 Giovedì – sabato 9,30 – 22,30

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo yt!

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo  yt!

La porta delle meraviglie

La porta è un soggetto perfetto per fantasticare, ecco perché ho chiesto ai miei alunni di seconda media di realizzare la tavola di una porta come compito delle vacanze (e so già che ne vredremo delle belle! ).

E ovviamente…come faccio sempre…prima ho provato in prima persona ad immaginare qualche porta: viste dall’interno ma anche dall’esterno. Porte folli o credibilissime…

Insomma io adoro le porte, quindi voi…porta(te) pazienza!

Ma soprattutto: cosa c’è dietro quella porta?

La porta nei sogni ha vari significati perché è una metafora importantissima della vita! Se è aperta, se è chiusa, se è socchiusa…se si spalanca o si apre a fatica… Basta poco e la porta assume significati e aspetti differenti.

Hanno iniziato i Romani, negli affreschi pompeiani, ad incuriosirci con le porte…

Ma troviamo porte in ogni periodo artistico: dalle porte di Delft, dipinte da Vermeer in una via tranquilla, alla porta che rimane sullo sfondo e fa immaginare scaloni e ambienti ricchissimi, nelle Meninas di Velazquea. Magritte ha immaginato porte impossibili che si aprono, forse, su altri mondi…

Nella Villa Barbaro a Maser, Paolo Veronese, apre finte porte, perfetti trompe l’oeil, con personaggi che sbirciano dando il benvenuto agli ospiti.

Ma di porte ne troviamo anche di vari tipi eh…

Nei film horror son porte terribili ma nel film romantico Sliding Doors son porte della metropolitana che, aprendosi o chiudendosi cambiano tutta la vita della protagonista! Le porte hanno poi forme strane…a volte sono tonde, come nelle case degli Hobbit, altre volte son porte di armadi che portano direttamente a Narnia…

…e ora se volete provare anche voi a fare una porta…

Buon lavoro!

(e buone vacanze!)

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

2 maggio 1519 Morte di Leonardo

l’artista, l’inventore, il genio… Leonardo muore nel maniero di Clos-Lucé, Amboise, Francia.

Son passati cinquecento anni, no, dico, 500 anni…e ancora ci manca, ancora lo ricordiamo, ancora ne parliamo.

Son passati 500 anni dalla sua morte e molte delle sue idee sono ancora modernissime e rivoluzionarie.

Lo voglio ricordare con un dipinto immaginato da Ingres, artista neoclassico, che sulla scia dello stile troubadour, che richiama, già nel nome, i trovatori medievali, realizza quasi un racconto, un’immagine, molto probabilmente un po’ idealizzata, della morte di Leonardo che, nato in Toscana, morirà in Francia. Giorgio Vasari parlando della morte di Leonardo  la descrive proprio così, come ce la mostra Ingres, quasi come se fossimo lì,  a sbirciare dalla serratura!

Ingres, Morte di Leonardo da Vinci

La scena è teatrale, il letto a baldacchino, ricchissimo, ha panneggi in velluto damascato rosso (proprio come a teatro!). Del resto i protagonisti sono personaggi di tutto rispetto: il Genio Leonardo, ormai anziano  e il Re di Francia Francesco I. I due legati da stima reciproca e amicizia sono al centro della scena ma tutto intorno c’è un pubblico che assiste. Non è una morte normale e non è normale vedere un re, umanissimo, abbracciare qualcuno in punto di morte. Qui di normale…non c’è nulla.

 

 

Sono su Youtube Anche con Mostre e Musei!

Sono su Youtube Anche con Mostre e Musei!

Sono sempre più su youtube, ora anche con Mostre e Musei.

Trovate infatti una nuova playlist dedicata alle mostre che mi sono piaciute:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLOaeMwhTX1lmufUDZxuzR43i6UZLJvBfr

Mostre in corso – così avrete un riassuntino per ricordarle meglio se le avete già viste, ma anche un’anticipazione se dovete ancora andarci….oppure un valido sostituto e un’alternativa alla visita alla mostra stessa se non avete voglia o tempo di andarci di persona.

Mostre ormai terminate – uh peccato…te la sei persa?! traaaaanquillo puoi rimediare buttando un occhio al mio filmatino!

Playlist mostre e musei

 

I video su mostre e musei sono uguali agli articoli pubblicati sul blog…ma invece di leggere tutto…potrete limitarvi ad ascoltare sgranocchiando patatite, popocorn, nutella e biscottini!

nb. le cose sane no eh…eddai…

p.s. dovesse scapparvi qualche commentino dalla falangette non ci rimarrei mica male eh!

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti a Palazzo Martinengo, Brescia.

Una  bella mostra, mi è proprio piaciuta. Forse perché amo arte e bestie in egual modo…

Da sempre gli animali sono i soggetti preferiti degli artisti:

– permettono virtuosismi tecnici “Quanto so’ bravo e quanto so’ figo a far ‘ste piumette eh?!?”

– permettono all’artista libertà interpretative che magari un committente umano non apprezzerebbe (quando mai un animale ritratto si ritroverebbe lì a protestare “ehy quel pelo lì non è poi così spettinato, il mio punto di colore è più vivace e poi, ma insomma, non ho tutta quella ciccia addosso”)

– permettono allusioni ormai perfettamente riconoscibili, allegorie dirette e richiami religiosi (se c’è un cane è fedele, se c’è l’aquila si parla di forza e potere, se ci sono animali mostruosi e immaginati….inizia a correre! E ancora: se un cardellino svolazza c’è vicino la Madonna così come se ci sono un leone e un bue si sta forse parlando degli evangelisti San Marco -o San Girolamo- e San Luca)

La mostra è quindi ben organizzata per ordini: se clicchi sulle varie sezioni, in differenti colori, verrai catapultato direttamente al capitolo senza doverti sorbire la lagna dell’articolo in tutta la sua interezza (cit: mio marito).

ANIMALI NELLA PITTURA SACRA

ANIMALI MITOLOGICI

CANI

GATTI

PESCI RETTILI INSETTI

UCCELLI

ANIMALI DI FATTORIA

SCENE DI CACCIA

MAGICO MONDO DEI NANI

ANIMALI ESOTICI E FANTASTICI

 

La pittura sacra

Per secoli le immagini sono state la Bibbia per gli analfabeti, certo questo più nel medioevo che nei secoli presi in considerazione nella mostra ma, come dire…l’abitudine è rimasta!

Alcuni animali sono quindi strettamente connessi con un personaggio: San Giorgio e il Drago del secentesco Ceranino, dove il santo guerriero, in grossa ad un possente cavallo calpesta il povero drago (notate il mantello rosso in perfetto stile superman perché è proprio dall’arte che i colori e il look dei moderni supereroi è derivato!). Un cardellino, porello, compare un po’ schiacciato dalla manina di un Gesù bambino, umanissimo, sulle spalle di una Madonna. Il rosso della mascherina di questo uccellino allude da sempre ai dolori della passione perché questa bestiola mangia volentieri i semi di cardo da cui deriva il nome “cardellino”, ma il cardo con le sue foglie ricche di spine fa subito pensare alla corona di spine di Gesù (una leggenda vede anche questo uccellino, assieme ad altri due -pettirosso e fringuello- pronto ad immolarsi proprio per levare ueste spine fino a ferirsi sporcandosi, per sempre, di rosso sangue!). Ma l’apoteosi di bestiole in chiave religiosa rimanda sicuramente all’Arca di Noè ed eccolo qui rappresentato dal Grechetto mentre li salva dal diluvio facendoli salire sull’arca.

 

Animali mitologici

La mitologia ci ha abituati da sempre alle apparizioni di Zeus trasformato in animali vari per conquistare le più belle donne del mondo. Ed eccolo quindi come Cigno, sensualissimo, mentre seduce Leda, o tramutato in possente toro mentre si fa cavalcare da Europa. Ma anche le altre divinità spesso si fanno accompagnare da qualche animale, come non ricordare ad esempio Diana Cacciatrice che, ben armata, ha al suo fianco un bellissimo levriero da caccia. Fino ad arrivare ad una Venere che gioca con un cagnolino vestito da bambolina (porello), assieme a cupido (l’unico vestito qui è il cane!).

 

Cani

Il cane è da sempre il miglior amico dell’uomo (no, ok, non sto parlando del mio canino azzannatore ma dei tanti, tantissimi cani ritratti nell’arte antica). Cani compagni di giochi di bambini ricchi ed eleganti ma anche cani umanizzati e compagni di vita di poveri ed emarginati o soci di caccia di cacciatori per diletto o necessità. E compare il simbolo della mostra di Brescia: il vecchio con il carlino del Pitocchetto. questo artista, così chiamato perché diventato famoso come pittore di pitocchi, poveri spesso bambini e di scene di genere, qui si mostra invece fine indagatore psicologico. L’uomo in velluto rosso è ricco e fiero, il cane è snob e consapevole quanto l’umano che tenendolo in braccio lo mostra al mondo quasi come se fosse l’erede al trono! Da notare che quest’opera è stata realizzata e pensata per avere un diretto pendant che troveremo nella prossima sezione, quella con i gatti! Lippi, fiorentino del 1600 non poteva che ritrarre un Medici (Angelo Marzi), in compagnia del suo cane Melampo, dove la scritta aggiunta in epoca posteriore ci leva ogni dubbio riguardo soggetto ed interpretazione (e scopriamo così che Melampo non ha le zampette nere come il suo nome vorrebbe e che non è solo un nome inventato da Collodi ma evidentemente era proprio un nome da cane…seppur molto elegante). C’è poi un’opera strana, stranissima, dove il soggetto principale è un bellissimo cane Lagotto (una razza che a vedersi pare un barboncino meno delicato e più peloso, originario infatti della zona dellle pianure di Comacchio, è da sempre perfetto per la caccia in zone paludose, non teme l’acqua fredda). ai lati del cane, esibito e mostrato…troviamo il ritratto di un notissimo pittore: il Guercino (ed ecco che capiamo subito il perché di questo soprannome) di fronte a sua madre. L’eleganza del bambino vestito di pizzi e broccati ben si rispecchia nell’eleganza del suo cane , un bracco che si fa beatamente coccolare.

 

Gatti

Il gatto è fin dall’antichità l’animale perfetto per l’arte: dagli antichi egizi in poi è diventato, di volta in volta, simbolo positivo (scaltrezza e furbizia) o negativo (infedele in contrapposizione alla fedeltà canina e, se nero, simbolo delle streghe!). Ed ecco qui il pendant del Nobile ricco con carlino: l’opposto della medaglia! Ceruti ci presenta un vecchio sicuramente non ricco, le mani hanno le unghie rovinate e i vestiti sono parecchio lisi, ma la cura con cui ne va a delinerare la barba con infiniti toni di grigio e l’affetto che va a sottolineare quel gesto, mentre accarezza un gattone bianco, suo compagno di sventura e di vita, rende anche quest’uomo nobile ed elegante, proprio come il suo contraltare ben più colorato, con in braccio il carlino! Il gatto diventa “vittima” del gioco di una ragazzina nobile che finge d’esser sua madre e lo stringe nelle bende come i bambini venivano tenuti dalle mamme reali, nell’opera di Bonati. Mentre Victors, rappresenta una perfetta scena di genere facendoci sbirciare in un cortile dove una chioccia difende i suoi pulcini aprendo minacciosamente le ali contro un gatto dallo sguardo davvero inquietante. Il gatto umanizzato invece lo troviamo grazie a Monsù Bernardo, nelle vesti di un pescivendolo, forse un po’ truffaldino, mentre pesa  il pesce che sta per vendere.

Pesci, rettili e insetti

Non saranno probabilmente gli animali più carini da dipingere ma spesso permettevano all’artista una stretta collaborazione con gli studiosi che, in mancanza della fotografia, avevano bisogno di immagini precise. Ma i pesci permettono al pittore Recco di mostrare la sua bravura dipingendone di diverse qualità in un banco di vendita, squama per suama, lustrate dall’acqua. Porpora invece nel suo Sottobosco con conchiglie (perfettamente riprodotte, sia di terra che d’acqua), divide l’opera a metà con  sopra rose pesanti a tratti appassite e sotto tartarughe, serpente e una farfalla: metafora della vita, se ci fate caso un ogni animale è posto di fronte al suo nemico in un momento di calma apparente.

 

Uccelli

I vari pennuti sono di volta in volta, rappresentati come animali esotici, coloratissimi, quasi oggetti di moda da collezionare, in grandi voliere,  oppure come prede e  aiutanti nella caccia. Il benvenuto in questa sezione lo offre la grande tela di Boel, un fenicottero in movimento. Modernissimo per tecnica e impaginazione in diagonale, spiega le ali e ci mostra il fondoschiena, ricchissimo di piume dalle incredibili sfumature, mentre si allontana chissà verso cosa… Duranti invece probabilmente pratica il moderno birdwhatching ed ecco le sue “fotografie”: dalla poiana al nido con le uova appena schiuse. Ma i colori dei pappagalli sono perfetti per una scena in un giardino incantato e misterioso mentre, leggiadri, si appoggiano addirittura sopra ad un busto classico, senza temerne il confronto di bellezza!

Animali da fattoria

Sono gli animali più classici e più comuni. In questa sezione spicca un pittore tedesco, Roos, conosciuto come Rosa da Tivoli, talmente appassionato da essersi indebitato per comrpare una casa dove allevare capre, montoni, pecore e buoi che ritrarrà poi in moltissime opere dedicando loro intere scene e limitando al minimo la presenza umana. Ed ecco le capre della collezione Cavallini-Sgarbi (ohibò, una vera passione per il critico d’arte queste capre!). Ma qui troviamo anche le favole di Esopo con il ciuchino della favola “l’asino, la volpe e il leone”, dipinto da Cerquozzi mentre stringe un patto proprio con la volpe. Ma gli animali della fattoria sono anche quelli considerati al servizio degli umani, miglior esempio un cavallo guidato da un’amazzone elegantissima, quasi in bilico mentre la bestia, nera e possente, rivaleggia, nella posa, con il piccolo levriero italiano, pronto, anche lui, a spiccare il balzo. Gli animali più comuni, come tacchini, pavoni, anatre e conigli, diventanto anche il soggetto, elegantissimo, per Vitali, che li ritrae nell’ombra del crepuscolo.

Scene di caccia

Le scene di caccia sono da sempre un buon soggetto per gli artisti, cme dire, permettono spesso di “portare a casa la pagnotta”, fotografando con il pennello, nobili eleganti, cani atletici, scene di maschia potenza, ma anche scene di genere più comuni dove la caccia non era solo puro intrattenimento ma anche quotidiana sopravvivenza. Ecco quindi una scena decisamente splatter con la caccia ai cervi del crivellino, i cani hanno raggiunto la coppia di cervi, la femmina è già stata morsicata mentre il maschio con le immense corna, ancora combatte per non soccombere.

Crivellino caccia ai cervi

 

Il magico mondo dei nani

Qui giochiamo in casa, è proprio di Brescia il Bocchi che si inventerà nel 1600 un genere pittorico tutto suo, con la pittura di nani e pigmei, già iniziato dal suo maestro Carlo Baciocchi che a sua volta fa risalire, almeno come ispirazione alla pittura fiamminga e molte delle opere di questa sezione devono sicuramente qualche cosa alle visionarie immagini di Bosch e Bruegel. Nell’arrivo della sposa, bruttina e deforme ma riccametne abbigliata, sembra quasi d’essere in un approdo reale e veneziano (si nota anche una piccola gondola), ma a ben guardare si tratta solo di un fienile, con ceste e sedie capovolte, fuorimisura date le piccole dimensioni dei nani, che vengono accolti da decorazioni (ops sono in realtà ragnatele), con tantissimi insetti, molto ben definiti, pronti anche a lanciare petali di rosa! Per non parlare della battaglia controla gru, in realtà principessa vanitosissima, trasformata in gru per punizione e, non riconosciuta dai suoi sudditi..attaccata senza pietà! Il maestro dell’uovo della fertilità, misterioso artista attivo in Lombardia nel seicento e così chiamato perché spesso aveva come cifra stilistica, piccole uova nei dipinti, qui ci delizia con immagini folli: una bottega del calzolaio dove i clienti son tutti animali (con zampe impossibili da far entrare in normali scarpe) e dove gli inservienti sono tre omini piccini o dove una classe viene rappresentata in maniera molto…ehmehm, molto simile alla realtà: un macello di bestioline molto poco attente alla lezione!

 

Animali esotici e fantastici

Molti dei pittori che li dipingevano…in realtà dal vivo non li avevano mai visti. Si potevano basare su tavole illustrate allegate ai vari studi scientifici e alle descrizioni, spesso colorite, di chi, pochi, li avevano davvero potuti avvicinare. Qualche puntata in Europa c’era stata: la povera Clara, rinoceronte senza corno, aveva girato le fiere di tutta Italia arrivando a Venezia diventando famosissima (De Gobbis si ipira sicuramente alle opere, ben più famose del Longhi quando fotografa la rinocerontessa, pungolata dal suo addestratore, mentre il pubblico esulta!). Le bestie selvagge e pericolose son ben  rappresentate da Pseudo Caroselli, in Homo, Homini e lupus. Compare qui anche il grandioso Giulio Romano che in una piccola ma preziosissima tempera raffigura l’elefante Annone. Cinatti si dedica invece agli uccelli esotici e di dipinge in perfetta armonia, la prova sono i due fenicotteri in amore sullo sfondo con i colli intrecciati a formare…un cuore! Ma l’animale più fantastico di tutti è sicuramente l’unicorno. Leggenda vuole potese essere avvicinato solo dalle vergini pure di cuore ed ecco quindi che questa dama, evidentemente, è tanto tanto per bene! Pensate che le varie enciclopedie hanno decantato l’esistenza dell’unicorno fino in secoli moderni e i presunti corni erano spessissimo in bella mostra nelle varie “Camere delle meraviglie”, mentre in realtà il corno sarebbe solo la zanna del pesce narvalo. Conclude la mostra l’altro animale immaginario per eccellenza: il drago! Qui dipinto dalla monaca Maddalena Caccia, raro caso di pittrice donna, che sceglie proprio un’altra donna, una Santa Margherita che lotta senza paura contro un drago immenso dalle ali a pipistrello, la lingua da serpente e le zampe con lunghissime unghie affilate!

 

Animali nell’arte, dal Rinascimento a Ceruti

Palazzo Martinengo, via dei Musei, Brescia

19 gennaio-9 giugno 2019

sito ufficiale: Amici martinengo

Dai correte che fate ancora in tempo….e merita davvero!!!!

Ingres e la vita artistica ai tempi dei Bonaparte

Ingres e la vita artistica ai tempi dei Bonaparte

Già nel titolo della mostra a Palazzo Reale a Milano:

JEAN AUGUSTE DOMINIQUE INGRES. La vita artistica ai tempi dei Bonaparte,

è chiaro che non troveremo solo opere di Ingres. Sala per sala la mostra fa capire da dove parte Ingres, cioè dai suoi studi presso David, ci fa conoscere i suoi compagni di studi, gli amici, i colleghi con i quali ha a che fare… per concludersi poi, in pompa magna,  con l’immenso ritratto di Napoleone Bonaparte, forse l’opera più famosa di tutta la mostra.

All’inizio del percorso troviamo una bella serie di nudi maschili con i quali lustrarci gli occhi.

Dal nudo maschile di David, che ci ricorda nelle forme morbide Rubens e nei piedi sporchini addirittura Caravaggio, si passa subito ai Torsi maschili di Ingres, il primo, figura virile che è una prova fondamentale all’insegnamento accademico (Ingres si iscrive all’accademia di Belle Arti di Parigi nel 1797) al quale farà seguito l’altro nudo maschile che già ci fa capire tutta l’idea di bellezza del Neoclassicismo filtrato da Ingres: questi nudi sono sicuramente frutto di modelli viventi ma risultano belli e stereotipati, sono ideali di bellezza che si rifanno all’arte classica antica, l’unico periodo artistico che il Neoclassicismo riteneva degno d’essere riproposto!

Ma non manca certo il nudo femminile in questa mostra!

Dalla scena classica che ci mostra Susanna e i vecchioni che la insidiano, alla bagnante di Antoine-Jean Gros che alludendo forse a Diana cacciatrice mette comunque in mostra le sue nudità (niente foto, cari miei, sono vietatissime in mostra, uff). Del resto anche Ingres stesso è diventato famoso per questo doppio registro pittorico: soggetti pubblici (ritratti a personaggi famosi, ma anche ad amici e colleghi) e soggetti più privati con nudi sensualissimi, come le famose Odalische, nudi che godevano sicuramente di un buon commercio ma che venivano messi in mostra lontani da occhi indiscreti! Il nudo sarà effettivamente un po’ l’ossessione di Ingres. Ma attenzione…si tratta di un nudo trattatto con un approccio paradossale: nudo sì ma senza lo studio anatomico! Ed ecco quindi comparire delle stranezze, come qualche vertebra in più nella schiena lunghissima e sensualissima della Grande Odalisca di cui in mostra vediamo solo una versione originale ma a grisaille, in bianco e nero quindi, con ombreggiature che mettono in risalto la sensualità e tutti gli artifici usati per esaltarla: un seno un po’ troppo spostato verso l’ascella, fianchi esageratamente tondi soprattutto se confrontati con il volto giovanissimo, in altri casi una torsione del collo che, fosse vera, avrebbe immediatamente ucciso la modella ma che, dipinta, la rende elegantemente sensuale! In mostra possiamo apprezzare anche parecchi studi a matita dei nudi e in una piccola opera la figura femminile in realtà è la moglie del pittore stesso, Madeleine che verrà poi usata per l’opera delle odalische (in questo bozzetto con tre braccia per meglio studiarne l’effetto languido).

Ma le donne le troviamo anche oltre la tela

Artiste femminili in un’epoca dove alle donne non era ancora consentito l’accesso agli studi accademici, si facevano c omunque notare e apprezzare, addirittura come pittrici preferite della regina di Francia Maria Antonietta. Stiamo parlando di Vigée Le Brun che rappresenta la principessa Karoline von Manderscheid-Blankenheim, nelle vesti, svolazzanti, di Iris, la personificazione dell’arcobaleno.

Ma possiamo anche vedere Marie Guillemine Benoiste mentre si fa un autoritratto proprio mentre sta dipingendo: massima soddisfazione per una pittrice donna che, già che c’è, si rappresenta in perfetto stile neoclassico, un po’ bellezza reale un po’ divinità dell’antica Grecia.

Julie Forestier, fidanzata di Ingres, pittrice anche lei, si limita invece a copiare un autoritratto di Ingres stesso. Qui il pittore si vede e si mostra davvero come un artista di successo, vestito da artista, con in mano gesso e straccetto, il volto di tre quarti mentre guarda lo spettatore con una certa sicurezza mentre, di fatto, si autocelebra (e la sua innamorata celebrerà questa sua autocelebrazione…qui si rasenta la follia e la si perdona solo perché è dovuta all’amore!)

Non mancano poi le opere dedicate alle campagne di Italia e a Napoleone a Milano

Dai vari attraversamenti delle Alpi (di Murat e di Bonaparte) ai vari ritratti dedicati a Bonaparte visto come Marte pacificatore da Manfredini, a Bonaparte come Pericle visto da Laboureur al più famoso busto colossale  di Canova, artista che tanto ha lavorato con Napoleone ma con il quale i rapporti non erano sempre stati sereni (soprattutto dopo le spoliazioni napoleoniche fatte ai danni dell’Italia che l’artista veneto non aveva mai perdonato a Bonaparte).

C’è poi una serie di 35 incisioni, di 4 artisti differenti, che furono incaricati da Napoleone stesso, di riprodurre il più fedelmente possibile il fregio realizzato da Appiani nella sala da ballo di Palazzo reale a Milano. Si trattava di panelli su tela montati però in maniera continuativa, perfetta quindi per celebrare i fasti napoleonici su modello della colonna traiana. Si tratta, particolare curioso, di quello che è a tutti gli effetti il primo esempio di pittura storica contemporanea! I bombardamenti su Milano del 1943 hanno completamente distrutto il lavoro di Appiani ma possiamo averne un’idea decisamente fedele proprio grazie a queste incisioni.

 

Nella sala dedicata allo sguardo su Milano, all’epoca seconda capitale napoleonica  europea, si intravede una città con edifici e accessi monumentali e nuove strade che Stendhal definirà ” Più pulite di quelle di Parigi”! Nel periodo in cui verrà fondata anche la Pinacoteca di Brera Ingres gira per la città e disegna bozzetti come se fosse un normale turista: ecco quindi le vedute del Duomo (alle quali è accostato un finto piccolo quadretto, in realtà un’apertura diretta sul Duomo, di fronte al luogo dove è sita la mostra!), ma anche immagini di S. Ambrogio e S. Maurizio. Alle bellezze artistiche Ingres affianca anche le bellezze locali ed ecco una ragazza con un ventaglio, una passante con un fuso…

I ritratti di Ingres fatti ad amici e colleghi e parenti

Ritrae suo padre, ringiovanendolo di una ventina d’anni e probabilmente rendendo più classica la sua immagine reale, ma ritrae anche l’amico di infanzia Gilibert, utilissimo a tutti noi grazie alla fittissima corrispondenza intrattenuta con l’artista in lunghi anni di amicizia. Ritrae anche Bartolini, lo scultore fiorentino che ha addirittura abitato nella stessa stanza con Ingres mentre studiavano assieme a Parigi (e ce lo mostra serissimo, vestito di nero, con in mano in bella mostra la testa di una divinità greca, invito a seguire sempre l’ideale di bellezza classico tanto caro all’arte neoclassica).

La moda dei troubadour

Anche Ingres cede alla moda dei Troubadour, eventi storici presi in prestito dal medioevo o comunque da epoche passate per rappresentare il passato nazionale. Ecco quindi le vite di poeti, artisti e uomini illustri del passato, fotografate come se l’artista fosse stato presente dal vivo, spettatore dell’evento, tragico o godereccio…

ecco quindi Raffello, l’ossessione personale di Ingres che adorava a tal punto l’artista rinascimentale da arrivare a chiedere al Papa alcune reliquie, durante la traslazione dei resti di raffAello nel Pantheon! La copia dell’autoritratto di Raffaello ma anche una visione più umana dell’artista mentre si intrattiene con la Fornarina, la sua modella prediletta e tanto amata.  Ma vediamo anche la ricostruzione, secondo i racconti fatti da Vasari, della morte di Leonardo da Vinci, in Francia, ad Amboise tra le braccia del re Francesco I

L’immagine finale di Ingres è dedicata all’immenso ritratto a Napoleone

Una sala solo per l’immenso ritratto di Napoleone sul trono imperiale e per i tanti disegni preparatori. Curiosamente quest’opera, famosissima, all’inizio non fu proprio un successo per Ingres. Questa immagine si rifà a Carlo Magno ma  con lo sguardo fisso bizantino. Arriverà una pioggia di critiche per quest’opera che mostra l’imperatore in piena gloria. Il rosso dei velluti accostato alla preziosità della pelliccia di ermellino, l’aquila con le ali spiegate intessuta nel tappeto ai suoi piedi, la poltrona stessa il cui lo schienale fa quasi da aureola ad un uomo che ormai di umano non ha più quasi nulla. Tutto rimanda a Cesare, è Giove imperatore e monarca per volere divino…è Napoleone! Per i contemporanei è davvero troppo e susciterà terrore e ilarità.

Ingres, Napoleone Bonaparte Imperatore

A PALAZZO REALE Dal 12 Marzo al 23 Giugno 2019

PIAZZA DEL DUOMO, MILANO

 

 

 

Morbelli…la tristezza e la polvere

Morbelli…la tristezza e la polvere

Lo dichiaro fin da subito:

ADORO TUTTO DI MORBELLI (soprattutto la tristezza e la polvere)!

Non vorrei che il titolo fosse fuorviante eh…

Morbelli è il pittore alessandrino che si fa adottare dalla Milano ottocentesca. Qui a Milano studia (a Brera), passando nelle varie scuole di specializzazione dell’Accademia (uno dei suoi maestri sarà proprio Bisi, immenso nelle immagini di vedute prospettiche di edifici storici) e mettendo a frutto proprio questi insegnamenti accademici, il Morbelli, ci fa quasi vedere dal vivo una Milano che lui pian piano aveva scoperto e che noi ora possiamo solo immaginare…

Qui a Milano Morbelli cavalcherà le varie novità artistiche che proprio in quegli anni si vanno formando…del resto anche la stessa città si stava trasformando in quella metropoli che noi ormai siamo abituati a conoscere e ad amare, con tutti i suoi lati positivi e negativi.

Le opere in mostra ci permettono di intravedere un artista attento ai cambiamenti, ai fatti di cronaca, alle novità tecniche (passerà dalla pittura ottocentesca classica al divisionismo e al simbolismo). Nelle sue opere troviamo una cruda e moderna denuncia sociale sottolineata dal taglio fotografico che gli artisti, ormai abili anche in fotografia, utilizzavano spesso per rendere le scene più realistiche e credibili.

Angelo Morbelli, molto ben rappresentato in questa piccola mostra alla Gam di Milano (che espone in pianta stabile molte sue importanti opere), è l’artista  che i miei alunni, lavorando ad un ambizioso progetto dedicato proprio a questo museo (un’audioguida,  APP per cellulari android, completamente gratuita, presto scaricabile da google play store), hanno definito “Quello tristissssssimo proooofffff”.

E avevano ragione eh…

POLVERE E TRISTEZZA, TRISTEZZA E POLVERE…

Sono le prime parole che mi vengono in mente per descrivere il suo lavoro, in buona parte realizzato ritraendo, dal vivo, gli anziani ospiti del Pio Albergo Trivulzio (dove l’artista si era organizzato un piccolo studio). In questa istituzione milanese, voluta dal principe Antonio Tolomeo Trivulzio  e aperta fin dal 1771 (e in funzione ancora oggi), gli anziani bisognosi, anche di cure, trovavano ricovero in spazi immensi, curati eh…fisicamente, ma come l’artista ci lascia ben vedere, curati nel corpo ma forse non abbastanza nello spirito. I nuovi cittadini milanesi, non certo straricchi, impegnati comunque in dure giornate lavorative, non potevano prendersi cura degli anziani di famiglia che venivano quindi ospitati al Trivulzio…in attesa della fine dei loro giorni, come ben sottolinea Morbelli in un titolo devastante: Giorni…ultimi. Ma gli ambienti che ci mostra sono ambienti desolati e vuoti anche quando i “vecchioni” presenti son tanti (così era definito all’epoca il Morbelli, il pittore dei vecchioni).

Sono anziani persi nei ricordi, ricordi felici di un tempo passato e immersi in un tempo attuale che anche durante le feste rimane impermeabile alla gioia e alla vita.

Fuori dal Pio Albergo Trivulzio il Morbelli non è che risplenda di vita eh…

Mi piace proprio questo suo essere coerente e costante, sia quando sceglie di rimanere nel filone della rappresentazione storica, raffigurando la Morte di Goethe (non stupitevi per questa scelta eh…proprio alla Gam c’è l’opera di un altro autore, Eugenio Pagliano, che ci mostra addirittura la morte della figlia di Tintoretto), sia quando si fa conoscere anche all’estero per aver scelto di realizzare opere di denuncia sociale (seguendo una famosa inchiesta fatta dal quotidiano inglese Pall Mall Gazette) urlando il suo sdegno per una pratica purtroppo nemmeno troppo rara all’epoca: la vendita di ragazzine innocenti nei vari bordelli (la figura femminile distesa, morente probabilmente di sifilide, nel letto bianco, con al fianco una figura nera, è drammatica nella sua semplicità che è un chiaro atto d’accusa).

Non che quando scelga di rappresentare momenti sereni diventi immediatamente un artista brioso eh…le sue scene di amore materno sono comunque incredibilmente simili alla prostituta bambina morente…

Ma la polvere di cui vi accennavo è una polvere non solo fisica ma anche tecnica.

Il divisionismo di Morbelli è tangibile, i suoi filamenti di colore, microscopici e comunque spenti dal grigio e dal color bruno, sono quasi magici: da vicino alcune immagini sembrano quasi incomprensibili mentre allontanandosi si formano particolari anche minuziosi come un decoro sul pavimento in prospettiva, i giochi di luci e ombre che non son solo macchie ma son proprio figure ben riconoscibili sì, ma solo ad una certa distanza…

Cosa fate ancora lì????!!!!

Correte a vedere questa piccola mostra che è un vero gioiellino!

Dal 15 Marzo 2019 al 16 Giugno 2019

Indirizzo: via Palestro 16

Orari: da martedì a domenica 9-17.30 (ultimo accesso un’ora prima dell’orario di chiusura); lunedì chiuso. Giorni di chiusura: 25 dicembre, 1° gennaio, Lunedì di Pasqua e 1° maggio

Costo del biglietto: intero € 5, ridotto € 3. Gratuito minori di 18 anni

Antonello da Messina…a Milano!

Antonello da Messina…a Milano!

ANTONELLO DA MESSINA…a Milano!

PALAZZO REALE  21 Febbraio – 2 Giugno, 2019

Antonello da Messina è un artista misterioso…nel senso che di lui si sa davvero poco, pochissimo.

Ottant’anni dopo la sua morte si eran già perse le sue tracce. Anche Giorgio Vasari, nelle sue Vite, raccontò con un po’ di fantasia la vita di questo artista siciliano che dipingeva come un fiammingo con un tocco tutto italiano!

Poi si entra davvero nel sentito dire: pare che Giovanni Bellini, artista altrettanto famoso, con uno stratagemma si fece ritrarre da Antonello solo per carpirgli i segreti di quella sua tecnica ancora poco utilizzata in Italia (pare intingesse il pennello nell’olio di lino prima di usare il colore! )

ed ecco quindi che la mostra inizia con un’opera di Roberto Venturi che ci illustra proprio questo aneddoto.

Roberto Venturi, Giovanni Bellini apprende i segreti della pittura ad olio spiando Antonello, 1870

Nel 1860 però troviamo, proprio in Sicilia, in un viaggio alla ricerca di notizie e opere,  lo storico dell’arte Giovanni Battista Cavalcaselle. Cavalcaselle, veneziano che partecipò anche ai moti insurrezionali del Lombardo-Veneto, uomo avventuroso che scapperà a Londra per evitare la fucilazione, conoscerà Mazzini e diventerà amico di sir Charles Eastlake, direttore della National Gallery. Cavalcaselle  si appassionerà all’arte e alla vita di Antonello e inizierà davvero a fare una ricerca accurata proprio osservando le varie opere (alcune non ancora riconosciute, altre erroneamente attribuite ad Antonello).

In mostra, accanto ai dipinti di Antonello da Messina, possiamo vedere anche molti schizzi, studi, commenti, appunti…proprio di Cavalcaselle che, spesso con pochi tratti, mette in evidenza particolari che magari ci sarebbero anche potuti sfuggire!

Scopriamo così che Antonello da Messina è morto attorno ai 49 anni, a Messina ed era figlio di un maczonus, un artigiano che realizzava opere in pietra ma aveva un nonno di una certa importanza: un dominus et patronus di brigantino!

Scopriamo anche che Antonello da Messina quasi…sfiorò Milano!

Grazie ad una lettera dell’epoca, che il segretario del Duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, Cicco Simonetta, scrisse a Leonardo Botta, oratore a Venezia, veniamo a sapere che cercò di far arrivare il “pictore ceciliano” a lavorare alla corte milanese. Purtroppo nella lettera in risposta si parla di un lavoro da terminare, ma cosa di pochi giorni, dopodichè “il solennissimo depentore” sarà libero di viaggiare verso Milano. Ma Galeazzo viene ucciso proprio nel 1476 e non vedremo mai Antonello a Milano!

Antonello da Messina è un caso unico nel panorama artistico italiano quattrocentesco: usa i colori ad olio come solo i fiamminghi sapevano fare, unendo però la visione, tutta italiana, dello spazio, delle forme e soprattutto della realtà, anche psicologica, non solo estetica.

E diventa immenso nei ritratti! Ricordiamoci che in questo periodo i ritratti sono la diretta derivazione dei ritratti sulle monete romane, gli imperatori sono sempre ritratti di profilo, quindi se vuoi ben apparire…ti fai fare un ritratto di profilo.

Ma Antonello fa girare il volto  alle persone che ritrae, di poco magari…ma arriva sempre a ritratti di tre quarti, lo sguardo del personaggio però è diretto, in qualche caso, vi giuro, sembra quasi seguire lo spettatore!

Gli sfondi sono neri (tranne in un caso), i colori sono decisi ma caldi e realistici, spesso il copricapo è simile. L’attenzione ai particolari è impressionante, quasi fotografica (avvicinandosi al ritratto Trivulzio, mentre questo signore sogghigna guardandoci tanto intenti ad osservarlo, potremo vedere la ricrescita irregolare della sua barba, mentre nella figura conosciuta come “marinaio”, vien quasi voglia di contare i punti del cucito che fissano le asole dei bottoni del suo vestito!). Ma una cosa caratterizza tutti questi volti: lo sguardo e il sorriso appena accennato. Sembrano quasi avere un segreto nascosto…noi non possiamo ridere con loro perché non sappiamo.

Ma loro sanno…oh se sanno…e a volte fan quasi fatica a trattenersi dal…riderci in faccia!

I due capolavori più famosi di Antonello da Messina van guardati davvero con attenzione…anche perché, ricordiamocelo: si tratta sempre di opere decisamente piccole!

Nel San Girolamo nello studio, l’artista sceglie di mostrarci il santo nel suo studio (era stato anche un eremita nel deserto prima d’esser studioso ma nel rinascimento la sua rappresentazione come uomo di scienza e cultura era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire!)

Ed ecco quindi un ambiente immenso, prospetticamente ben definito, con tanto di maioliche colorate in terra, due scorci prospettici laterali che proseguono in altrettante aperture verso l’esterno. L’architettura aragonese è tipica dell’ambiente siciliano, la cura per il particolare è tutta fiamminga, e i particolari da interpretare son degni di Sherlock Holmes. Lo studio in legno, rialzato, è quasi una moderna opera di design: il piano d’appoggio è inclinato, perfetto per scriverci sopra. I libri sulle mensole sono quasi riconoscibili, così come i foglietti appoggiati lì intorno. Il gatto e i vasi in ceramica danno un’aria casalinga alla scena…ma un leone sulla sinistra si fa avanti, seppur non minaccioso (ricordiamoci che la tradizione vede San Girolamo che salva un leone curandogli una zampa e la bestia, dicono, si affezionò al santo tanto da seguirlo ovunque stile appunto…cane di casa!). Nella parte alta della stanza, attraverso le finestre gotiche, si intravedono uccellini che svolazzano e sembrano quasi cinguettare. In primissimo piano, molto più vicini allo spettatore, vediamo un pavone e una pernice con vicino una ciotola di acqua. Il pavone è, fin dall’arte paleocristiana, simbolo del paradiso, così come l’acqua fa subito pensare alla fonte della vita, sempre con significato religioso, mentre la pernice allude probabilmente alla fedeltà a Cristo. Volendo però fare i pignoli…si  potrebbero anche vedere questi animali come simboli negativi: il pavone è vanitoso e nell’acqua ci si specchia…e infatti Antonello li posiziona fuori dalla cornice architettonica e quindi ben lontani dal santo.

Nella scena dell’Annunciata vediamo una vera rivoluzione!

Fino a questo momento la scena dell’annunciazione prevedeva la Madonna e un angelo, con tanto di ali, spesso coloratissime e scenografiche…un ambiente ben definito, spesso elegantissimo, oro a profusione a simboleggiare il paradiso…

e invece Antonello leva tutto: lascia solo lei, la Madonna, ritratta come una semplice ragazza, probabilmente siciliana. In testa un velo (azzurro, va bene rivoluzionare ma a tutto c’è un limite!), un velo che ha ancora la piega di quando è stato messo via, forse in una cassapanca. Le mani sono l’unica parte di lei che si vede, oltre al volto, di tre quarti. Una mano stringe il velo, che stia ben chiuso, percarità! l’altra, seppur prospetticamente meno riuscita, fa un cenno…quasi a voler fermare l’annuncio dell’angelo.

Ah sì…ma quale angelo!? Ci avete fatto caso? in pratica l’angelo…siamo noi. L’angelo è esattamente nel punto in cui si trova lo spettatore esterno, involontariamente catapultato a far parte di una scena sacra e con un compito…di tutto rispetto!

Anche in questo caso il fondo è nero…ma lo spazio a ben vedere c’è: quel leggio, con sopra un libro aperto, la pagina che si volta al soffio di vento (saran state le ali dell’angelo…chissà), quel leggio perfettamente in prospettiva in pratica è l’unica cosa misurabile di tutta la scena, ma evidentemente basta e avanza.

Antonello da Messina, Annunciata, 1475-1476

Antonello da Messina e i soggetti religiosi

Nel polittico il gusto per il dettaglio, tutto fiammingo, è evidentissimo nel manto della madonna: blu e decorato con piccoli draghi d’oro!

Il piccolissimo Cristo in pietà, un quadrettino microscopico, dipinto su entrambi i lati, permette comunque ad Antonello di dipingere particolari minutissimi, eppure molto ben definiti.

Nel Cristo sorretto da tre angeli i volti sono stati irrimediabilmente distrutti da un restauro mal riuscito eppure il corpo, accasciato e sofferente, ha un realismo che fa quasi dimenticare la mancanza del volto.

Il Cristo alla Colonna soffre, ha sofferto e sa già che soffrirà ancora. Lo sguardo sembra quasi chiedere a te, spettatore, di fare qualcosa, la mimica della bocca è tristissima, quasi esasperata.

Nella Madonna Benson, rimaneggiata, restaurata, realizzata forse assieme al figlio Jacobello, Antonello ci mostra una Madonna molto reale e affettuosa, con un Bambino che abbraccia la madre pur non perdendo di vista…lo spettatore!

Nella Crocifissione di Sibiu la scena compositiva è quella classica: Cristo in mezzo ai due ladroni, uno arreso al proprio destino, l’altro che invece prova forse ancora a resistere e, gonfiando il petto, cerca  di liberarsi dalla corda che lo imprigiona. Le figure ai piedi delle croci sono le solite riconoscibili, la Madonna e San Giovanni e le chiare allusioni alla morte: quel teschio in evidenza non promette bene…

Lo sfondo rappresenta il porto di Messina e pare sia davvero una rappresentazione accuratissima, con la forma a falce ben riconoscibile e  decisamente affidabile dell’ambiente messinese che probabilmente aveva davanti agli occhi Antonello!

La mostra si chiude con un’opera della continuità famigliare: Jacobello, il figlio di Antonello e la sua Madonna con Bambino

Gli insegnamenti del padre sono passati al figlio. La lezione è stata ben imparata. Lo sfondo non è nero, quella è caratteristica di Antonello, ma la posizione dei volti, gli sguardi, i colori e i tanti, minuti,  particolari…ne sono la prova!

Jacobello di Antonello da Messina, Madonna con Bambino, 1480

ORARI

  • Lunedì: 14:30 – 19:30 (9.00 – 14.30 solo scuole)
  • Martedì – Mercoledì – Venerdì – Domenica: 09:30 – 19:30
  • Giovedì e Sabato: 09:30 – 22:30

La biglietteria chiude un’ora prima

 

BIGLIETTI

  • Intero: € 14 (prevendita € 2)
    Tutti gli individuali
  • Ridotto: € 12 (prevendita € 2)
  • Ridotto famiglia: € 10 + 6 (prevendita € 1)
    1 o 2 adulti + ragazzi dai 6 ai 14 anni

Disegnando …tutorial su Youtube!

Disegnando …tutorial su Youtube!

Sei stato assente? hai scelto di dormire proprio in quella lezione così importante? Nessun problema!

Puoi rimediare con le mie manine su youtube:  DISEGNANDO TUTORIAL

Disegnando #1 LA PIAZZA

No dico… ma guardate che risultati!

I lavori sono stati fatti in classe, certo, ma qualche alunno assente è riuscito a completare il disegno seguendo il filmato, a casa…

Con la seconda versione della prospettiva…siamo/stiamo andando oltre: ho offerto solo il filmato, le regole della prospettiva centrale le abbiamo già spiegate in classe. Ora vediamo se qualche alunno vorrà mettersi alla prova!

Disegnando #2 LA STRADA IN PROSPETTIVA

…e un  primo valoroso eroe…c’è!!!!

e abbiamo un nuovo lavoro fatto a casa in completa autonomia!!!!

e pensare che A.A. della 2G e M.M della 2H siano riusciti a far tutto da soli a casa…mi rende davvero troppo felice!

Prospettiva: la rappresentazione dello spazio

Prospettiva: la rappresentazione dello spazio

Quando spiego la prospettiva in seconda media…esordisco sempre con una frase ad effetto:

QUESTA SULLA PROSPETTIVA è LA LEZIONE, DI STORIA DELL’ARTE  E DI DISEGNO, PIU’ IMPORTANTE DELLA VOSTRA VITA!

…farà anche scena eh… ma è davvero così!

Ormai diamo per scontata la rappresentazione dello spazio e della profondità. Abbiamo videogiochi in 3D che ci permettono di correre per kilometri e kilometri…pur rimanendo seduti belli comodi davanti ad uno schermo ultrapiatto!

Ma guardate che la rappresentazione dello spazio è una delle maggiori scoperte fatte… e l’essersene dimenticati, per secoli, è uno dei più grandi misteri della storia dell’arte!

Nelle civiltà più antiche lo spazio è rappresentato da un punto di vista frontale, senza profondità, quasi astratto.

In questo esempio, nell’arte egizia, vengono unite le due visioni: dall’alto e frontale e il risultato è magari una piscina con gli alberi intorno tutti…crollati a terra!

Arte egizia

Euclide fu il primo, nel 300 a.C. ad intuire il legame tra rappresentazione grafica e occhio umano e così facendo ci ha mostrato quanto le reali dimensioni di un oggetto siano in realtà molto variabili in relazione all’osservatore e al suo punto di vista!

Euclide e i primi studi prospettici

In qualche vaso dell’arte greca troviamo degli accenni di prospettiva o almeno un tentativo di rappresentare la profondità con linee oblique, un po’ come nell’assonometria!

 

vasi greci e tentativi prospettici

Ma poi arrivarono i romani…e tutto cambiò!

In alcuni affreschi pompeiani abbiamo veri e propri trompe l’oeil che sfondano prospetticamente lo spazio dipingendo sulle pareti ambienti e architetture in realtà inesistenti!

Dalla caduta dell’impero romano d’occidente però…la rappresentazione dello spazio torna ad essere antiprospettica. Le figure sono frontali, tutte sullo stesso piano e lo sfondo si trasforma in oro, religiosamente simbolico, ma che va ad annullare ogni profondità, come nell’arte bizantina.

Mosaico bizantino antiprospettico

 

Nel tardo medioevo alcuni artisti, come ad esempio Duccio di Buoninsegna e  il Lorenzetti iniziano a proporre la “prospectiva communis”, intuitiva, non sempre corretta ma in qualche caso comunque di incredibile effetto. E  intanto inizia a scomparire lo sfondo oro…

Ma il vero punto di rottura tra fondo oro, spazi appena accennati e tentativi più o meno riusciti…sarà Giotto!

Certo a volte nei suoi edifici i personaggi starebbero strettini perché c’è una sproporzione voluta (per mostrare al meglio edifici e protagonisti!), ma nella Cappella degli Scrovegni, a Padova,  ci propone due piccole finestrelle ai lati dell’altare che son veri gioiellini: finte finestre che ci mostrano finte stanze con altrettante finte finestre… e lo spazio prosegue…

Il Rinascimento segna anche la rinascita della prospettiva!

Nel 1400 Brunelleschi, architetto, ricollegandosi agli studi di Euclide e aiutandosi con semplici strumenti (una tavoletta forata e uno specchio), riesce a stabilire il complicato sistema per rappresentare qualsiasi cosa in prospettiva!

Da qui in poi i vari pittori faranno a gara nella realizzazione dei vari ambienti prospettici (Piero della Francesca cura perfettamente tutto fin nei minimi particolari!)  e Antonello da Messina ci mostra un San Girolamo nel suo studio che è immenso, sopraelevato, con scaffali di libri e ambienti che si aprono da entrambi i lati mentre eleganti volatili in primissimo piano ci fanno quasi entrare a far parte della scena.  Ma gli artisti useranno  le regole della prospettiva anche per creare finti fori sul soffitto (con vasi che quasi cascano in testa allo spettatore come nell’oculo della Camera degli sposi!)  o  applicheranno le regole prospettiche perfino al corpo umano, come nel Cristo in scorcio del Mantegna.

A questo punto gli artisti si trovano di fronte ad un bel problema: le regole perfettamente applicate permettono di creare spazi davvero infiniti…ma a vedersi qualche cosa comunque non torna.

E’ tutto troppo preciso, seppur incredibilmente scenografico come nella “Consegna delle chiavi” del Perugino o nella classica immagine della Città ideale.

Sarà proprio Leonardo da Vinci a risolvere il problema che possiamo definire della “resa ottica”.

Inventando la prospettiva aerea con lo sfumato leonardesco, unisce quindi un punto di vista sempre molto alto, a volo d’uccello, così da mostrare più spazio possibile ma ne ammorbidisce i particolari sfumando i contorni e facendo fondere i colori di soggetto e sfondo…proprio come effettivamente vede, dal vivo, l’occhio umano!

Altri artisti rinascimentali come Correggio, quasi, esagereranno negli effetti prospettici,  suscitando critiche feroci da parte dei loro contemporanei, come nell’Assunzione della Vergine nella cupola del Duomo di Parma (definita addirittura  un “guazzetto di rane!).

Correggio, Assunzione della Vergine, Parma

Ma le regole prospettiche applicate all’architettura permetteranno davvero di cambiare gli spazi, come ad esempio farà il Veronese nella villa Barbaro a Maser. Inganna lo spettatore creando false architetture con ospiti senza tempo che fanno capolino da porte solo dipinte o salutano chi entra nella villa affacciandosi da un balcone…inesistente!

Nel periodo Barocco tra pittori-illusionisti e quadraturisti che fingevano, dipingendole, architetture in realtà inesistenti…

vediamo cose incredibili come la falsa cupola di Andrea del Pozzo a Roma o come il Barbieri che a Modena apre quasi un portale spaziale verso il paradiso!

Nel periodo del Rococò, con la moda del Grand Tour e dei dipinti cartolina…la prospettiva continua ad essere utilissima soprattutto grazie alla nascita del vedutismo.

Canaletto sarà tra i maggiori esponenti di questo stile pittorico che porterà l’immagine di Venezia nel mondo (si aiuterà anche con la camera ottica di cui abbiamo ampiamente parlato anche in questo sito).

Canaletto, Prospettiva di Venezia

L’invenzione della fotografia cambierà tutto.

Nel 1800 infatti, con i pittori impressionisti, la ricerca della rappresentazione prospettica perde importanza. Se vuoi un’immagine precisa…usi la macchina fotografica! Gli impressionisti vogliono mostrarci altro, le loro emozioni in quella realtà…non solo mostrarcela esattamente com’è.

Monet, Dolceacqua, 1884

Gli artisti del cubismo invece non considereranno nemmeno una priorità la prospettiva.

Dipingendo il soggetto come se fosse visto da più punti di vista contemporaneamente, arriveranno a sovrapporre e a scomporre piani, immagini e sfondo.

Braque, Bottiglia e pesci, 1910

…e noi oggi?

Cari miei… noi oggi impariamo le regole della rappresentazione prospettica così come le hanno imparate gli artisti del passato!

e i nostri lavori…non sono affatto male!