Monet a Palazzo Reale a Milano dal Marmottan di Parigi

Monet a Palazzo Reale a Milano dal Marmottan di Parigi

In mostra troviamo una selezione di opere di Claude Monet, direttamente dal Musée Marmottan di Parigi. Ma il Marmottan, lo studioso,  aveva una vera passione per l’arte napoleonica e quindi tutta dedicata al neoclassicismo, un gusto lontanissimo da quello che caratterizza la pittura impressionista che però, nel 1966, eredita, stavolta dal figlio minore dell’artista, Michael Monet, la più vasta collezione al mondo di opere di Monet.

Del resto, ricordiamolo, l’impressionismo stesso ebbe origine proprio da un’altra mostra, nel 1874, nello studio del fotografo più famoso dell’epoca, Nadar, il folle che oltre a ritrarre i più famosi personaggi dell’epoca, riuscì a fotografare Parigi dall’alto, salendo su di una mongolfiera! L’esposizione del 1874,  ospitando i nuovi pittori, anche lì accosta le loro opere modernissime a quelle più classiche realizzate da artisti in voga in quel momento, farà poi scrivere il famigerato articolo al giornalista Luis Leroy che diede il nome, con intento dispregiativo, a questa nuova corrente, prendendo spunto proprio dall’opera di Monet, «Impressione, levar del sole».

Con l’impressionismo nasce anche la pittura en plein air, all’aria aperta, impossibile fino all’ottocento perché resa possibile solo dall’invenzione dei colori in tubetto, colori che prima richiedevano un intero studio a disposizione e tempi e competenze, quasi da piccolo chimico. Ora è tutto più immediato. Gli artisti viaggiano, anche grazie allo sviluppo della rete ferroviaria, portandosi dietro tutto l’occorrente per dipingere…sì certo tele piccole, molto trasportabili. Ma il cambiamento è realmente epocale anche se ci son problemi dati proprio dal luogo…ad esempio la necessità di dipingere molto velocemente, per non perdere la luce, per non incorrere nei guai di un tempo variabile, un vento emozionante ma sicuramente scomodo, uno stormo di piccioni incontinenti insomma i rischi sono tanti!… Si iniziano a vedere le pennellate, il tratto deve essere rapido per forza, cambia anche la gamma cromatica perché i colori, visti e rappresentati alla luce del giorno, sono molto diversi da quelli cui erano ormai tutti abituati lavorando al chiuso in uno studio. Monet a volte dipingeva direttamente su di una barca attrezzata, per rimanere più vicino all’acqua! A volte si faceva dare una mano, come facchino, da Poly, un pescatore di aragoste, qui ritratto con lo sguardo  in tralice e la barba incolta e quell’aria un po’0 così, diciamo ruvida che va a sottolineare il carattere schivo del pescatore e la vita dura che caratterizza le condizioni di vita sull’isola di Belle-ile-en-mer

E sapete chi, letteralmente, trascinò all’aria aperta Monet? Eugéne Boudin che, pochi lo sanno, è un po’ il padre dell’impressionismo, seppur in maniera inconsapevole. Figlio di un marinaio, inizia a lavorare nel campo artistico, diciamo così,  aprendo una cartoleria. Conosce quindi artisti vari, tra i quali anche Millet, che lo convinceranno a lasciare il negozio per darsi all’arte. Una sua frase fa ben capire questo nuovo approccio all’arte: «Tre colpi di pennello dal vivo valgono più di due giorni di lavoro al cavalletto».  Quando è già affermato, incontra un Monet diciassettenne, nel 1858 e gli mostra, letteralmente, tutto il mondo e il modo di dipingere en plein air. In mostra abbiamo un’opera con delle mucche come soggetto. Anche Johan Jongkind, viene considerato da Monet un suo maestro nonché amico e con questo artista e collega condividerà viaggi e scoperte, tanto che alla sua morte, quando le sue opere vennero vendute all’asta, Monet comprò questa veduta di Avignone, datata 1873…proprio la data del primo soggiorno del pittore in questa cittadina.

Nel 1870 Monet sposa Camille Doncieux e vanno, chiamiamola luna di miele, all’hotel Tivoli a Trouville-sur-mer… Ma i soldi son pochi e così l’idea è anche quella di vendere i lavori del pittore ai vari turisti che frequentano la costa. Ed ecco quindi che Monet dipinge il porto di Trouville, l’Hotel del Roches Noires e svariati ritratti della neomoglie, Camille, in spiaggia anche mentre è in compagnia della moglie di Boudin, oppure da sola, vestita di bianco. Monet viaggerà parecchio, sia in Francia che all’Estero (anche in Italia eh, a Bordighera!) e del suo viaggio in Olanda abbiamo come ricordo questa immagine del porto di Zaandam ah sappiamo che ne parlerà, per lettera, anche al suo amico Pissarro, lodando i paesaggi olandesi per i colori , i mulini a vento e le barche…

I pittori impressionisti rivoluzionano la pittura non solo per quanto riguarda la tecnica ma anche per quanto riguarda il soggetto che diventa quasi…secondario! Cercano le sensazioni che un paesaggio o una scena quotidiana possono suscitare in loro e per rappresentarle al meglio ricorrono all’osservazione della luce e dei colori che inevitabilmente variano proprio a seconda della luce che li va ad illuminare. Se la luce poi varia, si muove, anche rapidamente…per il pittore impressionista è davvero il massimo.

Ma perché tutto questo? Perché ormai la fotografia è arrivata e ha cambiato tutto nel mondo dell’arte! I pittori si ritrovano ad avere come concorrente diretto della pittura uno strumento meccanico certo molto diverso dalle macchine fotografiche cui noi oggi siamo abituati eh…ma sicuramente molto più rapido e fedele di un dipinto. Il pittore impressionista quindi cerca di andare oltre alla fotografia (anche senza demonizzarla eh, molti pittori dell’epoca useranno le fotografie come basi per i loro lavori, ma appunto proponendo ciò che le immagini dell’epoca non potevano fare. Del resto erano fotografie in bianco e nero, con tempi lunghi di esposizione che spesso causavano una fotografia mossa con risultati quindi molto rigidi e poco emozionanti…quello che invece riuscivano a fare i pittori!) ed ecco quindi che Monet inizia a dipingere il vento che muove le foglie sugli alberi e i fili d’erba nei prati…

 

Dipinge l’acqua che scorre nella Senna o il mare mosso che lambisce le rocce alla base delle  case nel dipartimento della Creuse. ma…Monet ama dipingere più volte lo stesso soggetto proprio per poterlo rappresentare nei vari momenti del giorno con la luce che cambia i colori e modifica quasi forme e sensazioni

L’abbiamo già accennato ma ricordiamolo: la pittura di Monet e di tutti gli impressionisti che lavorano all’aria aperta, è possibile solo grazie ai nuovi pigmenti sintetici appena apparsi sul mercato. Pratici e in tubetto, certo, ma anche molto più saturi dei pigmenti tradizionali. La palette di Monet cambia con il tempo e con la tecnica: dal 1860 rinuncia al nero e ai colori scuri come il blu di Prussia, pian piano eliminerà anche il giallo di cromo e il verde smeraldo perché erano poco stabili e tendevano a cambiare troppo con il passare del temp. L’arancio cadmio ad esempio, è stato inventato solo nel 1820 ma si diffuse tardi perché era troppo costoso, puro è arancione ma mescolandolo si ottengono infinite sfumature di gialli e di verdi. Il Viola di cobalto chiaro si trova dal 1859, una novità assoluta per gli artisti che prima dovevano mischiare rosso e blu per ottenerlo e…non era certo una cosa semplice! Monet lo usa parecchio e di questo colore disse: «Ho finalmente scoperto il vero colore dell’atmosfera, è violetto. L’aria fresca è violetta. Fra tre anni tutti lavoreranno con il violetto».

A Londra dove soggiornerà per tre volte tra il 1899 e il 1901 Monet sperimenta un po’ di tutto. Paesaggi spettrali generati dalla nebbiolina del Tamigi e la nebbia, cari miei, fa perdere la testa a Monet: impalpabile, difficilissima da rappresentare…è però importantissima per gli studi del pittore sulla, luce e il colore che con la nebbia variano in maniere incredibili

E con le vedute del Parlamento inglese, dipinte in momenti e soggiorni differenti, inizia una nuova fase di ricerca. Il soggetto diventa solo un pretesto da cui partire per le serie di dipinti tutti uguali…eppure tutti così pazzescamente diversi.

Nel frattempo aveva scelta di tornare alla vita cittadina di una Parigi che rappresentava la metropoli  con fabbriche, stazioni e moderni mezzi di locomozione, luoghi ai quali dedicò parecchi dei suoi studi

Nel 1890 Monet, finalmente raggiunge una tranquillità economica, dopo che per anni e anni era vissuto al limite della povertà (spesso lo aveva aiutato economicamente l’amico e collega Caillebotte). Acquista quindi un casolare a Giverny per dedicarsi al giardinaggio per realizzare così un parco ornamentale intorno alla casa. Rose, gelsomini, narcisi e…uno stagno con ninfee bianche e rosa. Un ottimo spunto per dipingere sì all’aria aperta…ma con tutte le comodità d’essere a casa.

Le ninfee sono una scusa, un pretesto per analizzare la luce nel suo variare a seconda delle ore e anche per mostrare al mondo come procedeva in questo studio: «per ore», esponendo quindi poi questa serie di dipinti alla galleria Durand-Ruel con la mostra intitolata «Le ninfee, serie di paesaggi d’acqua» che fu molto apprezzata da pubblico e critica.

E qui dobbiamo fare necessariamente un piccolo passo indietro e ricordare il legame strettissimo tra Monet  e l’arte orientale. L’arte orientale era rimasta chiusa entro i suoi confini tranne  sporadici e timidi contatti fino ad esplodere con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867  e anche oltre. Le opere del mondo fluttuante, ukiyo-e, stampe che in patria erano diffusissime, spesso venivano poi riciclate come imballaggi per proteggere le pregiate ceramiche destinate all’esportazione. Ed ecco quindi che in Francia arrivarono proprio in questo modo, nel 1856, i lavori di Hokusai, Utamaro e altri. L’artista Bracquemonde che riconobbe in quegli imballaggi immagini ben più preziose, iniziò a diffonderle e a parlarne in giro decretandone così un incredibile successo.

 

Monet ritrae sua moglie Camille, in posa con ventaglio e kimono rosso con stampato, sulla stoffa, un samurai che sembra quasi avere vita propria. E il Giappone torna nei ritratti delle passeggiate dove le figure femminili si riparano dal sole così come le figure orientali si riparano dall’acqua nelle stesse identiche pose.

 

Ma il legame tra l’artista e l’arte giapponese lo troviamo anche  in qualche inquadratura di paesaggi che ricordano davvero tanto le stampe orientali.

L’oriente lo ritroviamo anche nelle composizioni spesso asimmetriche, elegantissime e  nella scelta dei fiori come soggetti, come gli Iris che ricoprivano realmente lo stagno di Givergny, i preferiti da Monet erano proprio i giaggioli dai petali viola-blu e questa è una delle nove tel  dedicate a questo tema. Il soggetto è libero dalla prospettiva tradizionale, sulla destra la tela è lasciata volutamente incompleta e parte sicuramente dalle stampe giapponesi per arrivare poi ad uno stile autonomo.

Nel 1893 Monet si fa allestire in giardino il suo personale ponte giapponese nel laghetto con le ninfee, all’inizio un ponticello semplice, ma nei dieci anni successivi aggiungerà i glicini dalle fioriture alternate. Ora il ponte non unisce più solo le due sponde del lago ma è anche perfetto scenario per rappresentare e studiare la luce, tanto che diventerà il soggetto principale di 47 opere, tutte con lo stesso identico titolo. Le prime avranno uno stile ancora realistico, il ponte è riconoscibile al centro della composizione ombreggiato dalle foglie che si riflettono sull’acqua

Verso i 70 anni, nel 1908, Monet però inizia ad avere grossi problemi di vista. Le ore di lavoro si riducono durante il giorno limitandosi alle ore più luminose e indossando un ampio cappello di paglia per proteggere gli occhi da quella luce indispensabile al lavoro dell’artista ma quasi dolorosa. La cataratta è nemica diretta del famoso occhio di Monet, lo sguardo sensibilissimo verso  tutti i colori che lo circondano…un occhio che inizia a tradire l’artista ma che getta le basi per la pittura di tutto il novecento e anticipando l’arte astratta

I colori cambiano, i dettagli si perdono, la percezione delle distanze diventa molto meno affidabile. Le opere testimoniano questo cambiamento, ormai è quasi cieco! Ma a 83 anni Monet si fa operare all’occhio destro e riconquista la vista, anche se ovviamente non del tutto. E dalle forme sfaldate prima, dalla cataratta e poi dalla visione trasformata dalla luce, arriva fino a forme che non ricordano, se non molto vagamente, il soggetto da cui era partito… come ad esempio nella serie del Salice piangente che si trasforma via via in linee di colore astratto.

Ormai il Monet impressionista è stato sorpassato dal Monet che, anziano, risulta modernissimo e nelle varie serie che realizza mette bene in evidenza l’evoluzione della forma: il passaggio dalla precisione dell’arte giapponese, allo studio delle luci, delle forme che si sfaldano e cambiano…fino al problema  delle ombre, argomento discusso tra i pittori suoi contemporanei. Nelle opere di Monet le ombre non sono mai nere ma sempre colorate, soprattutto di violetto e di blu per le ombre create dal sole mentre sono in verde per le ombre della luce al tramonto

Mario Sironi al Museo del Novecento a Milano


Questa retrospettiva, con circa 110 opere, ripercorre il percorso artistico di Mario Sironi, nato, quasi  per caso, in Sardegna ma con il cuore a Milano. Dal simbolismo al futurismo, dalla metafisica alla crisi espressionista fino alla pittura monumentale… qui troviamo davvero tutto.

Nasce a  Sassari, nel 1885, in una famiglia di architetti, artisti, musicisti… da un ingegnere milanese, Enrico, in Sardegna per lavoro chiamato poi a Roma per costruire ponti e argini sul Tevere. A  Roma, Mario, si iscriverà a ingegneria, come suo padre, però questi studi proprio non facevan per lui, infatti li abbandonerà dopo solo un anno anche a causa delle frequenti crisi nervose che lo accompagneranno per il resto della sua vita. Alla scuola di Nudo di via Ripetta a Roma, annessa all’Accademia di Belle arti, si trova decisamente meglio e lì conosce delle figure che saranno fondamentali per la sua formazione artistica:  Boccioni, Severini e Balla

I primi ritratti sono dedicati anche ai famigliari…al fratello, alla madre  e al cognato, marito di Cristina, la sorella maggiore, il  chimico inglese Rudolph, che fu tra i primi mecenati dell’artista cui si aggiungerà anche Margherita Sarfatti tra i primi critici d’arte a notare Sironi

In mostra possiamo apprezzare i primi tentativi dell’artista di crearsi un proprio stile. A un certo punto guarda a William Morris, ed ecco un ex libris che sicuramente lo ricorda tantissimo, ma troviamo anche uno spunto da Segantini con i suoi pascoli abitati solo da mucche e un chiaro riferimento alla pittura divisionista, probabilmente vista attraverso la sua conoscenza con Balla, nella madre che cuce…

 

Nel 1913 Sironi si avvicina al futurismo e nel 1915 lascia Roma per Milano dove entra a pieno diritto nel nucleo dirigente del movimento. Ecco quindi che la sua pittura  aderisce al futurismo per colori e temi: la ricerca della resa del movimento, e dello spazio stesso che si riempie di suoni onomatopeici e delle lettere in libertà  tanto care ai futuristi

Allo scoppio della guerra si arruola, assieme a Boccioni, Marinetti, Sant’Elia, Funi e Russolo,  nel battaglione volontari ciclisti, un corpo militare aperto a tutti i civili. Dopo aver combattuto in prima linea torna a Roma, congedato. Qui i temi futuristi come le ballerine dei locali notturni si mescolano ai manichini di chiaro riferimento metafisico…

Nel 1919  arriva a Milano e, per forza di cose quindi, la sua pittura  che già si concentra sui paesaggi più o meno  urbani, inizierà a trasformarsi…Sironi vede periferie semideserte ma comunque imponenti. Un bel mix tra drammatico pessimismo e volontà di costruire.

Pian piano anche la figura umana compare… certo in Pandora si tratta di una figura femminile che diventa quasi  parte dello stesso paesaggio sullo sfondo, non è solo un corpo nudo ma è un palazzo, gigante, cupo e immobile.. in un interno con mobili in scala normale. Volumi drammatici ma allo stesso tempo classici.  E anche nella donna con vaso…la figura femminile è in realtà un monoblocco in pietra, solida, quanto la brocca in primo piano e il paesaggio con la ciminiera sullo sfondo

Nella seconda metà degli anni venti Sironi abbandona il segno preciso che lo aveva reso tanto riconoscibile. I paesaggi urbani ci sono ancora eh, non li abbandona, ma compaiono personaggi vari con un colore molto materico che crea a volte effetti realmente tridimensionali.  Sono figure ridotte all’essenziale, quasi primitive nei loro volumi scolpiti, figure senza tempo, come la fata, ma anche senza connotazione religiosa come la famiglia che sembra quasi una scena biblica, complice anche quel velo azzurro…ma che invece rappresenta solo una famiglia, normale, al lavoro nei campi

La vita privata , artistica e politica di Sironi prosegue in maniera spedita:  nel  1919 aderisce al fascismo senza mai condividerne gli ideali per quanto riguardava le leggi razziali, ma collabora con il Popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini per il quale disegna svariate vignette. Nel frattempo la famiglia cresce e nascono le due figlie. E lui espone alla I mostra del Novecento italiano alla Permanente per poi passare nelle maggiori città e gallerie dell’epoca: da Parigi a Ginevra e Zurigo, Nizza, Berlino, Buenos Aires…

Ma a partire dal 1929 inizia la crisi: artistica e personale. Si separa dalla moglie e si lega a Mimì Costa e  la sua pittura tende ora all’espressionismo. Pennellate violente, un disegno veloce, le figure sono appena abbozzate, lontanissime dalle sue prime raffigurazioni dove i volumi e il peso stesso delle persone era trattato in maniera così definita. La crisi espressionista viene superata alla fine del 1930, Sironi torna a una figurazione più ferma, potremmo definirla meglio definita e meno tormentata come nel Nudo e l’albero, che anticipa la sua stagione monumentale

In questo periodo Sironi lavora moltissimo e abbandona il cavalletto per tornare all’affresco. Secondo lui il quadro è una forma insufficiente e nel suo Manifesto della pittura murale, dichiara l’affresco una forma d’arte sociale perché a disposizione di tutti, senza dover passare per mostre, regole di mercato e collezionismo privato. In questi affreschi c’è l’ideologia del regime senza però mai arrivare ad un’arte di propaganda…anche perché la sua idea della vita era tragica, le atmosfere sono mistiche e drammatiche: tutto molto lontano dalle idee propagandiste dell’epoca.

Nel 1943 la guerra blocca qualsiasi tipo di committenza pubblica. Si torna quindi al cavalletto e ai paesaggi urbani. Nel frattempo si fa sentire anche l’influenza di una grande mostra di Carrà a Brera, del 1942…ed ecco quindi apparire manichini tra cumuli di macerie…in una città che guerra o non guerra, non è che cambi poi molto eh…rimane comunque e sempre deserta. Nel settembre del 1943 aderisce alla Repubblica di Salò,  anche se scrisse «S’è rotto tutto in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura». Il 25 aprile viene fermato da una brigata partigiana e si salva dalla fucilazione grazie a Gianni Rodari che lo riconosce e stimando il suo lavoro gli firma un lasciapassare.

Il 1945 è l’immagine della sua disperazione: Sironi assiste al crollo di tutti  i suoi ideali politici.  Tre anni dopo la figlia Rossana si suicida a soli 18 anni… Ed ecco il Lazzaro che non risorge, anzi è proprio schiacciato dalla pietra del sepolcro, morto come le sue speranze. Nel dopoguerra, tra processi di epurazione vari, se la cavò senza condanne ma iniziano gli anni della solitudine. Dipinge, passa mesi a Cortina, realizza scene teatrali per la Scala di Milano, per il Teatro di Firenze e di Ostia. Le sue forme monolitiche e imponenti tendono a disfarsi, arriva quasi a livelli di pittura informale

Le città, i palazzi di Sironi, tagliati nella pietra, precisi e ben definiti…non ci sono più, non c’è più nulla della sua vita precedente, la distruzione è totale. Fa ancora qualche mostra pur rifiutando le biennali di Venezia. Morirà di broncopolmonite a Milano, nel 1961. L’ultimo quadro, un paesaggio urbano sfatto e destabilizzante ha questo titolo scritto proprio dall’artista, sul retro, ed è stato ritrovato ancora sul cavalletto, dopo la sua morte.

Museo del Novecento Piazza del Duomo 8, Milano

-L’esposizione continua negli spazi del Museo del Novecento al quarto piano e in alcune sale a lui dedicate nella Casa Museo Boschi Di Stefano- Si accede alla mostra dedicata a Sironi, al piano terra, ma anche a tutto il resto del Museo del Novecento (altre opere dell’artista sono al quarto piano) e alla Casa Museo Boschi di Stefano, con lo stesso biglietto!

Milano dal 23 Luglio 2021 al 27 Marzo 2022

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona


Castiglione Olona, in provincia di Varese, forse pochi lo sanno, grazie al Cardinal Branda Castiglioni…è la prima città ideale dell’Umanesimo!

Castiglione Olona, Alessandro Greppi, 1884, circa

Il territorio e il casato dei Castiglioni, erano al centro dei giochi di alleanze politiche, decidendo di allearsi ora con i Torriani, ora con i Visconti. La città ha origini longobarde e romane (è collegata infatti anche ai resti romani di Castelseprio e al Monastero di Torba), caratteristiche che però vengono stravolte tra il 1422 e il 1440 grazie a questo Cardinale che, partito proprio da Milano (e da Castiglione, borgo della sua famiglia), dopo una serie di esperienze a Roma e all’estero come Colonia, Veszprém e Transilvania…passerà la vecchiaia tornando a casa, ma non certo per rimanere con le mani in mano!

Il cardinale Branda Castiglioni, studioso, mecenate, politico e religioso di spicco, crea la sua città ideale fondando una scuola aperta ai giovani del luogo (ma anche del contado del Seprio), selezionando poi i più meritevoli per pagar loro gli studi all’Università di Pavia dove lui aveva insegnato.

Scuola

 

Chiama a Castiglione gli artisti più rappresentativi del Rinascimento del momento facendo così di questo borgo, “un’isola di Toscana in Lombardia”, come lo definì lo stesso D’Annunzio. Troviamo quindi la Chiesa di Villa, con proporzioni e bicromie ma anche con sistemi costruttivi tipici del rinascimento toscano… Ed ecco quindi che vengono chiamati a lavorare qui: Masolino da Panicale, il fiorentino Paolo Badaloni detto Schiavo e il senese Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta.

Entrando nel Palazzo del Cardinale possiamo capire quanto apprezzasse il nascente stile Rinascimentale: una loggetta elegante con soffitto ligneo originale unisce i due edifici che compongono il palazzo. entrando al primo piano ci accoglie una ricca sala da ricevimento con immenso camino

Al piano terra una cappella cardinalizia decorata (scoperta solo nei restauri del 1982!)  ci ricorda che il mecenate era comunque un religioso…

La camera del Cardinale è un tripudio di putti modernissimi che giocano tra alberi di fiori, frutti e piante aromatiche, sopra a una decorazione con cartigli e motti latini di autori cari al Branda e appena sotto alla decorazione in alto, nella parete, con gli stemmi delle famiglie nobili della zona. In basso, vicino al pavimento, scorre una lunga panca, curiosamente senza prospettiva: la tecnica per la rappresentazione tridimensionale era appena stata codificata e non tutti gli artisti, evidentemente, la conoscevano. Il letto è originale dell’epoca e della famiglia Castiglioni anche se non direttamente di proprietà del Cardinale ma rende bene l’idea della ricchezza del luogo e del personaggio che amava vivere al meglio delle sue possibilità, avendo quindi trasformato il suo palazzo in un luogo di ricevimenti e dibattiti culturali.

Nello studiolo, oltre a un mobile pregiato in legno di noce, una sorta di coro con un trono centrale, troviamo l’affresco di Masolino, dedicato al paesaggio ungherese di Veszprém, dove il cardinale aveva soggiornato. Questo soggetto, in quel momento, era un caso più unico che raro. Realizzato da Masolino nel 1435 assieme al Vecchietta, è, in quel momento unico al mondo, probabilmente l’unico paesaggio senza personaggi. Una scelta rivoluzionaria per l’epoca. Tanto che un paio di figure, in alto nell’angolo, non resistono all’idea di poterlo ammirare per sempre (la damigella bionda è sicuramente stata realizzata da Masolino)

La Collegiata sorge dove un tempo c’era la rocca, il vecchio castello, più volte distrutto e ricostruito nel corso dei secoli. La facciata, in cotto lombardo e con la tipica forma a capanna, è decorata con un fregio continuo ad archetti e da una lunetta in pietra arenaria sopra al portone centrale. Si riconoscono i santi Lorenzo, Ambrogio e Stefano e il cardinal Branda inginocchiato. la tomba del Cardinale Brenda si trova all’interno.

All’interno, la decorazione pittorica era stata progettata per stupire lo spettatore che entrando avrebbe trovato tutte le pareti bianche tranne la zona dell’abside attorno all’altare (pare che il cardinale avesse ricevuto una dispensa particolare per poter dire la messa rivolgendo ai fedeli il volto e non le spalle, come usava ancora all’epoca). Nelle vele, spazio e proporzioni sono ancora prettamente gotiche ma comunque di grande effetto sia per i colori che per la narrazione della vita della Vergine: una vera e propria Bibbia per gli analfabeti. Tutto è prezioso, anche il candelabro appeso al centro della navata, in ferro e con scene di caccia al cervo, ci ricorda la  ricerca del bello e dell’oggetto pregiato.

All’entrata del battistero, costruito nel torrione del vecchio castello, possiamo ammirare una Annunciazione di Masolino, o meglio…la sua sinopia, all’esterno e l’affresco strappato nella camera sulla sinistra.

Il battistero, decorato (anche con lamina in oro ormai svanita) da un Masolino ormai anziano, ci mostra quanto si stesse allontanando dalle sproporzioni e dalle rigidità gotiche, molto probabilmetne anche grazie all’incontro e alla collaborazione fiorentina con il più giovane Masaccio, già ben proiettato verso volumi e ricerca realistica della resa spaziale, di quanto lo fosse il suo collega più anziano. Qui la narrazione biblica del martirio di San Giovani, sfrutta l’architettura e gli spazi reali, integrandone spigoli e luce delle finestre (vere) che entrano a far parte dell’affresco. La prospettiva in scorcio arditissimo dilata visivamente lo spazio mentre le pareti vengono popolate da scene ambientate in momenti diversi ma poste sullo stesso piano (e divise e allo stesso tempo unite, da due personaggi in vestiti rinascimentali posti al centro, proprio come Masolino aveva già fatto nella ben più famosa decorazione in Santa Maria del Carmine  a Firenze).

Castiglione Olona vale sicuramente un viaggio (volendo si può collegare anche la visita a Castelseprio -ma controllate bene date e orari di apertura- e anche il Monastero di Torba -meglio se siete già soci Fai per sfruttare al meglio l’entrata gratuita-). Castiglione Olona stupisce ora, così come deve aver stupito all’epoca della sua trasformazione. Il cardinal Branda Castiglione e Masolino, hanno davvero creato un piccolo gioiello che ha resistito secoli e solo negli ultimi anni, anche grazie ai primi restauri a inizio novecento che hanno portato alla luce la pergamena  con la biografia del Branda (scritta direttamente dal suo segretario), è stato studiato, restaurato e nel caso della Collegiata, anche mostrato con amore, dai tanti bravissimi volontari che offrono visite guidate particolareggiate e gradevolissime.

Se volete saperne di più…ovviamente vi suggerisco di guardare anche il video sul mio canale youtube!

Le Signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale, Milano

Le Signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale, Milano

La mostra Le signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale Milano, è stata prorogata fino al 22 agosto 2021.

Conviene approfittarne!

Questa è una mostra diversa dalle altre. Perché diverse dalle altre donne, loro contemporanee, sono le artiste qui rappresentate. “Nata strana” per definizione, inaugurata a marzo, il giorno prima del lockdown causa covid, è rimasta in pratica inaccessibile al pubblico. Le opere c’erano, lì esposte, ma il pubblico non le poteva vedere…e in fondo è un po’ quello che è successo, nel corso dei secoli, alle tante, tantissime opere di artiste, spesso bravissime, ma rimaste nascoste, sconosciute e a volte sottovalutate…

Ora possiamo iniziare a rimediare! Ecco un video con una minima parte delle opere esposte e delle artiste presenti a Palazzo Reale.

CREA IL TUO LAPBOOK DI STORIA DELL’ARTE

CREA IL TUO LAPBOOK DI STORIA DELL’ARTE

Creare un Lapbook per immagini…

 significa mettere tante cose in poco spazio,

lo spazio utile per ripassare al volo con un colpo d’occhio!

Si può fare con tutte le materie eh… Io ovviamente l’ho pensato per storia dell’arte: Il programma di seconda media!

 

Ed ecco a voi le istruzioni per creare…uno SSSSlapBook: un lapbook da leccarsi i baffi!

1.Usa un foglio dell’album da disegno 33x48cm   (ma puoi anche usare un cartoncino colorato di uguale misura)

2.Idee chiare dichiarate in copertina

3.Scegli quali periodi riassumere e come suddividerli

4.Decidi come utilizzare lo spazio: casuale, a scacchiera, a fasce orizzontali o verticali…

5.Segna in modo chiaro il titolo di ogni capitoletto

6.Puoi fare piccoli schizzi, puoi disegnare semplici schemi o puoi stampare direttamente le immagini della giusta misura. Io ho fatto un po’ di tutto, un mix insomma!

7.Qualche colore conviene aggiungerlo. In qualche caso ti aiuterà a ricordare quella particolare opera!

i vari periodi artistici li trovi già riassunti, con le sole immagini, in questo video… ma è più divertente se scegli tu cosa va asssssolutissssimamente ricordato e cosa si può…tralasciare!

Disegnare lo spazio: la prospettiva

Disegnare lo spazio: la prospettiva

LA PROSPETTIVA SERVE A RAPPRESENTARE LO SPAZIO (INTERNO O ESTERNO). MA VEDIAMO COME SI FA…

Ormai lo sappiamo: la prospettiva viene inventata dai romani e perfezionata poi dal Brunelleschi nel Rinascimento.

Ora quindi tocca a noi imparare come si fa!

INIZIAMO DA UN SEMPLICE SCHEMA, PERFETTO PER UN INTERNO MA COMODO ANCHE PER SPAZI ESTERNI

Ed ecco qualche esempio…

 

Se volete saperne di più:

Lezione sulla prospettiva nell’arte: VIDEO E ARTICOLO

ANNO SCOLASTICO 2020 2021 …ALLA QUINTINO!

ANNO SCOLASTICO   2020-2021

Ecco cosa stiamo facendo:

Mi piacerebbe pubblicare i vostri lavori… tutti, quasi tutti, forse tutti… insomma piùomenocircaquasi.

Per la serie: se non me li consegni in tempo…non li vedrai mai online e questo sarebbe un vero peccato no?!?

Sono suddivisi per classi così da poterli vedere con più comodità e ovviamente sono tutti in costante aggiornamento:

CLASSI PRIME CORSI A-D-F

CLASSI SECONDE CORSI A-D-F

CLASSI TERZE CORSI A-D-F

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte…semplice no?!

Insomma…potrebbe non essere una cosa così semplice.

In questo filmato ho provato a selezionare dei punti da seguire, vediamo poi se funzioneranno davvero facendo una prova in diretta!

Tutto chiaro no?!

Proviamo:

  1. Titolo: Meditazione, 1851
  2. Autore: Francesco Hayez
  3. Tecnica: olio su tela
  4. Dimensioni: Altezza: 90 cm; Larghezza: 70 cm 
  5. Luogo: Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona

Queste sono le informazioni essenziali…vediamo ora se c’è altro da dire!

  1. L’opera rappresenta una donna (e su questo non abbiamo dubbi!), un po’ discinta (i miei studenti noterebbero subito quel seno esposto e…farebbero bene perché non è stato dipinto a caso! ;)). Ma allora perché il titolo non è solo “donna mezza nuda”? Perché questa in realtà è una allegoria. Insomma…non è solo una donna che sta meditando. Infatti il titolo scelto da Hayez sarebbe stato: L’Italia nel 1848. Ma in quel periodo in Italia c’erano gli Austriaci e mostrare un Paese così, non certo allegro ed ottimista, non sarebbe stato possibile. Ecco quindi che a causa della censura abbiamo immediatamente un titolo diverso: La Meditazione. Incarnazione di una “patria bella e perduta”, come cantava il famosissimo coro del Nabucco di Verdi!
  2. Francesco Hayez è il massimo esponente del romanticismo italiano. La sua pittura quindi rappresenta l’impegno politico e la voglia di combattere per la libertà della propria patria, l’Italia! Del resto lo aveva già mostrato con il famosissimo Bacio che è solo apparentemente una scena d’amore romantico ma in realtà è un messaggio politico nascosto…un po’ come succede con questa donna, allegoria della Patria ormai considerata perduta (e sfatta, stanca, ormai senza più speranza).
  3. Questo è un dipinto ad olio su tela, tecnica che Hayez sa usare alla perfezione. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti e ha quindi imparato a dipingere con la precisione di un pittore neoclassico: ombre, sfumature, la resa dei tessuti, sono sempre resi al massimo nelle sue opere! Crescendo riuscirà ad abbinare quindi la tecnica neoclassica alla passione romantica!
  4. In questo caso le misure sono quelle, insomma non aggiungono granchè alla descrizione dell’opera. Misura media, non è una miniatura.
  5. Dove è conservata? Attenzione: qui bisogna specificare di quale opera di Hayez, con titolo Meditazione, si sta parlando… già perché ne esistono due versioni. Si distinguono perchè in una versione precedente, del 1850, attualmente in una Collezione Privata, la donna ha in mano solo una Bibbia. Nella versione che prendiamo noi in esame, invece, dell’anno successivo, 1851, in mano ha anche una croce e quest’opera è esposta alla Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona
  6. Stabilito quanto questa donna in realtà sia una allegoria che rappresenta quindi L’Italia dopo i moti del 1848…vediamo di spiegare altri particolari. Innanzitutto il volto, lo conosciamo se siamo stati in Pinacoteca a Brera, Là infatti è in mostra anche la Malinconia del 1841, stessa modella, più vestita anche se decisamente poco gioiosa e con gli abiti scomposti, quella malinconica donna pensa, forse, all’amore perduto, meditando e guardando, i fiori nel vaso che stanno ormai marcendo. La nostra opera quindi ha origine da quella di dieci anni prima,  per soggetto reale ritratto e per atmosfera in generale. La prima versione della Meditazione (sulla storia d’Italia), del 1850, in mano aveva solo una Bibbia. Nessun accenno politico. Troppo pericoloso in quel momento. Entrambe le Meditazioni ci mostrano una donna dall’aria distrutta, lo sguardo non è certo sereno, il vestito bianco è decisamente stropicciato e lasciato cadere. Tutto è perduto ormai, inutile cercare di proteggere la virtù e il proprio onore,  è mezza nuda “tanto ormai peggio di così”… è una donna (una Nazione) distrutta. I moti del 1848 hanno portato solo morti, sono morti dei patrioti, degli eroi, dei martiri (ecco perchè c’è anche la croce in mano), che hanno cercato di ottenere l’indipendenza dal’Impero Asburgico. Sul libro, che stavolta non è una Bibbia (anche se lo sembra) ma con titolo La storia d’Italia, c’è ben chiara una data: 18.19.20.21.22 marzo 1848, scritta in colore rosso, rosso sangue, come quello dei morti durante le Cinque Giornate di Milano cui probabilmente partecipò anche lo stesso Hayez. Il seno nudo ricorda che la patria è come la madre che allatta i suoi figli. L’unica speranza, l’unica nota quasi positiva dell’opera è in realtà quello sguardo: non lo trovate anche voi alquanto…minaccioso?!

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de la Tour, caravaggeschi, luci e ombre

Per la prima volta arrivano in Italia le opere di questo artista secentesco praticamente sconosciuto fino al 1915. Il nome circolava tra gli esperti del settore ma attribuirgli questa o quell’opera era stato, fino ad allora, parecchio complesso…

Del resto è proprio Georges de la Tour ad essere complicato! Basti pensare che i critici d’arte ne parlano quasi al plurale, è come se avesse una doppia anima: una notturna, legata alla luce delle candele che squarciano il buio…e un’anima completamente differente che vive di giorno. Infatti la luce cui fa riferimento il titolo dato alla mostra è proprio la fiammella, piccina ma quasi sempre presente.

Nella mostra di Milano la scelta è ben chiara: La notte. E in mostra troviamo quindi anche altri artisti accomunati a de la Tour dall’ elemento che diventa quasi il filo conduttore della mostra: la luce flebile eppure così importante…di una candela.

Il soggetto della Maddalena è molto apprezzato nel seicento nell’Europa cattolica, è il momento del pentimento, importantissimo nella fede per arrivare alla salvezza. Qui la donna è sola, sta meditando probabilmente sul suo passato, in un ambiente semplicissimo, buio come Caravaggio ci ha insegnato ad apprezzare (e quindi un viaggetto in Italia proabilmente de La Tour lo ha fatto davvero o comunque è venuto a contatto con il nuovo realismo caravaggesco attraverso racconti e copie di altri autori), il buio però è interrotto dalla fiamma della candela che è anche la luce dell’anima contrapposta al teschio, che viene sfiorato, dovesse mai sfuggirci eh… il teschio è una delle tante nature morte con cui de La Tour completa i suoi soggetto: è la Vanitas, rappresenta, come in tutte le nature morte barocche, la caducità della vita. “Pentiti peccatore per non finire all’inferno perché la vita è breve e può terminare all’improvviso!”.

Il ragazzino che soffia sul tizzone è di piccolo formato, come spesso accade con de La Tour, son scene di vita quotidiana che si vendono bene anche su commissione (infatti tra i pittori lorenesi suoi contemporanei troviamo spesso piccoli soggetti simili). Il buio è totale ma la luce del tizzone acceso fa emergere il profilo del ragazzino che va a delineare bene i contorni di queste forme che, se ben guardate, son quasi  semplificazioni geometriche. …vi ricordano nulla? ehheheeh pensateci e poi ne riparliamo..

De la Tour sceglie di rappresentare la realtà, persone del popolo, anche i santi sembrano quasi di passaggio, son lì per caso e hanno scordato a casa l’aureola.

Del resto questo artista, figlio di un fornaio, è una persona pratica (e pare anche con un bel caratterino che gli procurò anche qualche denuncia), Georges diventerà nobile per matrimonio ma conserverà comunque le sue radici di lavoratore…solo che cambierà lavoro e dal forno passerà alla bottega, anche di un certo successo con tanto di apprendisti! Diventerà anche pittore ordinario del re trasferendosi  a Parigi da Luneville, dove abitava con moglie e figli.

Ed ecco qui che la realtà entra nella rappresentazione biblica: Per la religione cattolica Giuda fa parte dei 12 apostoli, ed è fratello di San Giacomo Minore, come lui è rappresentato senza ambientazione e senza sfondo, i colori sono caldi, la luce mette in evidenza, in entrambi, le rughe di espressione e anche le mani, mani forti e anche un po’ sporche, sono mani che stringono un bastone e una sacca, come in San Giacomo, o tengono sulla spalla l’arma, una alabarda, con la quale viene martirizzato …oppure sono mani da contadino, come quelle di San Filippo, che regge una croce semplicissima, legata con un nastro, allusione alla corda  usata per legarlo alla croce. Queste sono scene diurne, nessuna candela qui…ma c’è comunque la luce che viene usata in maniera furbissima: guardate i bottoni (di vetro!), sulla tunica arancione di San Filippo…nella loro semplicità sono comunque al centro della scena ed è impossibile non notarli. Questo scelta di stile così legata alla realtà porterà anche ad una svista che durerà secoli: fino al 1795 questi Apostoli di Albi, realizzati da de La Tour proprio per la cattedrale di Albi, assieme ad altri apostoli, vennero scambiati e inventariati come opere di Caravaggio!

Ma de La tour è anche il sapiente esecutore di opere a metà strada tra la scena di genere e il gusto teatrale.

I due piccoli dipinti con gli anziani sono considerati  opere giovanili di La Tour. Potrebbero essere dei ritratti ma per l’abbigliamento e soprattutto per la posa della donna,  potrebbero benissimo essere anche due attori ritratti durante una rappresentazione teatrale. Lo sfondo per entrambe le figure è unico, ridotto all’essenziale eppure sono  molto espressive (l’aria di lui, redarguito da  lei con piglio deciso fa anche  un po’ sorridere!), ma guardate bene  i particolari che spesso in La Tour ci sfuggono e invece meritano tutta la nostra attenzione: i pantaloni color rosso vermiglio, le ghette in colore giallo che risaltano…la gonna guarnita così come la camicetta con i polsini in pizzo… Una precisione e un rigore di rappresentazione quasi fiamminghi. Il Suonatore di Ghironda poi è l’opera più grande attualmente attribuita a La Tour…e anche questo è strano: un soggetto comune per una tela così costosa…ma questo personaggio se la merita tutta: imponente, il realismo caravaggesco qui è ai massimi livelli. Borsa, cappello piumato e soprattutto il cane (pare che il pittore li amasse particolarmente), rendono questa figura, se possibile, ancora più reale e credibile.

Ma tra le scene di genere, di grande formato peraltro, realizzate da de La Tour, bisogna per forza ricordare quelle di risse e taverne.

Certo molti caravaggeschi avevano importato in Francia le novità dell’artista milanese che aveva trovato tanti spunti per le sue ambientazioni nelle osterie che frequentava…ma Georges sceglie di rappresentarle in maniera molto personale, sia di giorno che di notte.

La luce rimane comunque protagonista, anche mentre, solare, va a sottolineare le emozioni di personaggi del popolo, mendicanti e musicisti e forse imbroglioni, che mettono quasi in scena teatralmente un pezzetto di normale vita quotidiana dove per accaparrarsi un pezzetto di strada dove fare l’elemosina, erano davvero pronti a darsele di santa ragione! I protagonisti al centro, uno con una bombarda in  mano e una cennamella (uno strumento a fiato) infilata nella fusciacca in vita, assieme al musicista con la ghironda, sono addirittura armati di coltello e son pronti ad usare anche lo strumento musicale come arma…Intanto il personaggio al centro  spruzza il succo di limone negli occhi del presunto finto cieco, per smascherarlo. A sinistra la donna anziana ci appare terrorizzata ma se guardate sulla destra c’è il suonatore di violino che ci fissa, fissa l’osservatore facendo quasi l’occhiolino per sottolineare, forse, la messa in scena, credibilissima eh…ma comunque recitata proprio per noi!

Nella Negazione di Pietro azzarda addirittura l’episodio biblico ambientandolo però in una taverna durante una partita a dadi! E’ un soggetto perfetto per i caravaggeschi …dramma, luci e ombre, insomma perfetto per mettere in scena un’immagine ricca di allegorie: i soldati in primo piano giocando a dadi anticipano la spartizione delle vesti di Cristo tra i soldati che lo hanno crocifisso mentre San Pietro qui rimane in secondo piano, accanto alla serva, sulla sinistra in alto. Del resto i bari sono anche soggetto autonomo dell’altra opera dove addirittura si intravede un furto con destrezza o comunque un imbroglio, insomma quella manina lì seminascosta non ci dice nulla di buono…

La luce di una candela, a volte in primo piano,  a volte nascosta, illumina le forme

Illumina le armature dei soldati oppure, in bellavista, ci mostra l’abito della moglie di Giobbe mentre deride il marito, questa stessa candela è al centro della scena che ci mostra l’educazione della Vergine e mette in risalto anche come queste forme reali siano però molto riconducibili a forme essenziali e geometriche, particolare questo che, a mio parere, lega in modo indissolubile Georges de La Tour all’Italia: la luce è di Caravaggio e le forme son di Piero della Francesca, i particolari son quasi fiamminghi ma le atmosfere, il silenzio e la calma di queste scene…sono davvero una caratteristica tutta sua!

La moglie che deride è in realtà maestosa ed elegante, quasi un menhir con quel vestito rigidissimo che occupa metà della composizione ed è in netta contrapposizione con la figura del marito, Giobbe, seduto più in basso su di uno sgabello, seminudo e malamente  ricoperto da un tessuto liso, ai suoi piedi una ciotola sbeccata . Lui è anziano e la candela che ne mette in evidenza la carne flaccida è davvero impietosa…paragonato quasi ad un cane per colpa di quella ciotola… eppure con l’espressione serena e dignitosa di chi ha fede in Dio.

Il soggetto dell’educazione della Vergine è stato usato più volte dall’artista che ne farà più versioni in varie misure.  Lo spazio  in cui è ambientata la scena è domestico e dignitoso anche se  povero, Maria bambina tiene in mano la candela, unica fonte di luce, mentre si avvicina alla madre per apprendere chissà quali attività femminili… e anche qui tornano le tre caratteristiche della luce e delle atmosfere di Georges de La Tour: luce calda e tremolante, silenzio e calma.

La mostra si chiude con un ambiente dedicato ad un unico quadro:

San Sebastiano curato da Irene, qui la martire cristiana cura l’altro martire condannato a morte per la sua fede e ovviamente lo cura a lume di una lanterna. I santi qui però sono persone normali, anche abbastanza sensuali con il  santo nudo in primo piano, abbandonato alle cure sicure di Irene che, concentrata, è intenta a levare addirittura una freccia! L’opera è esposta da sola perché molto probabilmente sola è stata davvero appesa nella camera privata del Re Luigi XIII. Già nel settecento circolava la notizia che La Tour avesse regalato al sovrano un dipinto con questo soggetto, opera talmente apprezzata da aver fatto decidere al re di appenderlo nella sua camera da letto levando tutti gli altri quadri esposti  fino a quel momento. Ed ecco forse perché il pittore scelse di dipingerlo altre dieci volte (e anche qui il rimando ai doppi caravaggeschi è proprio diretto!): tutti volevano avere, in casa propria, l’opera con cui Georges de La Tour, figlio di un fornaio della Lorena e nobilitato per matrimonio, era addirittura stato accettato a corte, a Parigi!

Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene, 1640

In mostra poi troviamo anche altre opere di artisti contemporanei di de La Tour e accomunati al suo lavoro per scelta dei soggetti e per i richiami caravaggeschi

Georges de La Tour. L’Europa della luce, Palazzo Reale Milano dal 07.02.2020 al 07.06.2020

Info e prenotazioni

Infoline mostra T 0292897755