Mario Sironi al Museo del Novecento a Milano


Questa retrospettiva, con circa 110 opere, ripercorre il percorso artistico di Mario Sironi, nato, quasi  per caso, in Sardegna ma con il cuore a Milano. Dal simbolismo al futurismo, dalla metafisica alla crisi espressionista fino alla pittura monumentale… qui troviamo davvero tutto.

Nasce a  Sassari, nel 1885, in una famiglia di architetti, artisti, musicisti… da un ingegnere milanese, Enrico, in Sardegna per lavoro chiamato poi a Roma per costruire ponti e argini sul Tevere. A  Roma, Mario, si iscriverà a ingegneria, come suo padre, però questi studi proprio non facevan per lui, infatti li abbandonerà dopo solo un anno anche a causa delle frequenti crisi nervose che lo accompagneranno per il resto della sua vita. Alla scuola di Nudo di via Ripetta a Roma, annessa all’Accademia di Belle arti, si trova decisamente meglio e lì conosce delle figure che saranno fondamentali per la sua formazione artistica:  Boccioni, Severini e Balla

I primi ritratti sono dedicati anche ai famigliari…al fratello, alla madre  e al cognato, marito di Cristina, la sorella maggiore, il  chimico inglese Rudolph, che fu tra i primi mecenati dell’artista cui si aggiungerà anche Margherita Sarfatti tra i primi critici d’arte a notare Sironi

In mostra possiamo apprezzare i primi tentativi dell’artista di crearsi un proprio stile. A un certo punto guarda a William Morris, ed ecco un ex libris che sicuramente lo ricorda tantissimo, ma troviamo anche uno spunto da Segantini con i suoi pascoli abitati solo da mucche e un chiaro riferimento alla pittura divisionista, probabilmente vista attraverso la sua conoscenza con Balla, nella madre che cuce…

 

Nel 1913 Sironi si avvicina al futurismo e nel 1915 lascia Roma per Milano dove entra a pieno diritto nel nucleo dirigente del movimento. Ecco quindi che la sua pittura  aderisce al futurismo per colori e temi: la ricerca della resa del movimento, e dello spazio stesso che si riempie di suoni onomatopeici e delle lettere in libertà  tanto care ai futuristi

Allo scoppio della guerra si arruola, assieme a Boccioni, Marinetti, Sant’Elia, Funi e Russolo,  nel battaglione volontari ciclisti, un corpo militare aperto a tutti i civili. Dopo aver combattuto in prima linea torna a Roma, congedato. Qui i temi futuristi come le ballerine dei locali notturni si mescolano ai manichini di chiaro riferimento metafisico…

Nel 1919  arriva a Milano e, per forza di cose quindi, la sua pittura  che già si concentra sui paesaggi più o meno  urbani, inizierà a trasformarsi…Sironi vede periferie semideserte ma comunque imponenti. Un bel mix tra drammatico pessimismo e volontà di costruire.

Pian piano anche la figura umana compare… certo in Pandora si tratta di una figura femminile che diventa quasi  parte dello stesso paesaggio sullo sfondo, non è solo un corpo nudo ma è un palazzo, gigante, cupo e immobile.. in un interno con mobili in scala normale. Volumi drammatici ma allo stesso tempo classici.  E anche nella donna con vaso…la figura femminile è in realtà un monoblocco in pietra, solida, quanto la brocca in primo piano e il paesaggio con la ciminiera sullo sfondo

Nella seconda metà degli anni venti Sironi abbandona il segno preciso che lo aveva reso tanto riconoscibile. I paesaggi urbani ci sono ancora eh, non li abbandona, ma compaiono personaggi vari con un colore molto materico che crea a volte effetti realmente tridimensionali.  Sono figure ridotte all’essenziale, quasi primitive nei loro volumi scolpiti, figure senza tempo, come la fata, ma anche senza connotazione religiosa come la famiglia che sembra quasi una scena biblica, complice anche quel velo azzurro…ma che invece rappresenta solo una famiglia, normale, al lavoro nei campi

La vita privata , artistica e politica di Sironi prosegue in maniera spedita:  nel  1919 aderisce al fascismo senza mai condividerne gli ideali per quanto riguardava le leggi razziali, ma collabora con il Popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini per il quale disegna svariate vignette. Nel frattempo la famiglia cresce e nascono le due figlie. E lui espone alla I mostra del Novecento italiano alla Permanente per poi passare nelle maggiori città e gallerie dell’epoca: da Parigi a Ginevra e Zurigo, Nizza, Berlino, Buenos Aires…

Ma a partire dal 1929 inizia la crisi: artistica e personale. Si separa dalla moglie e si lega a Mimì Costa e  la sua pittura tende ora all’espressionismo. Pennellate violente, un disegno veloce, le figure sono appena abbozzate, lontanissime dalle sue prime raffigurazioni dove i volumi e il peso stesso delle persone era trattato in maniera così definita. La crisi espressionista viene superata alla fine del 1930, Sironi torna a una figurazione più ferma, potremmo definirla meglio definita e meno tormentata come nel Nudo e l’albero, che anticipa la sua stagione monumentale

In questo periodo Sironi lavora moltissimo e abbandona il cavalletto per tornare all’affresco. Secondo lui il quadro è una forma insufficiente e nel suo Manifesto della pittura murale, dichiara l’affresco una forma d’arte sociale perché a disposizione di tutti, senza dover passare per mostre, regole di mercato e collezionismo privato. In questi affreschi c’è l’ideologia del regime senza però mai arrivare ad un’arte di propaganda…anche perché la sua idea della vita era tragica, le atmosfere sono mistiche e drammatiche: tutto molto lontano dalle idee propagandiste dell’epoca.

Nel 1943 la guerra blocca qualsiasi tipo di committenza pubblica. Si torna quindi al cavalletto e ai paesaggi urbani. Nel frattempo si fa sentire anche l’influenza di una grande mostra di Carrà a Brera, del 1942…ed ecco quindi apparire manichini tra cumuli di macerie…in una città che guerra o non guerra, non è che cambi poi molto eh…rimane comunque e sempre deserta. Nel settembre del 1943 aderisce alla Repubblica di Salò,  anche se scrisse «S’è rotto tutto in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura». Il 25 aprile viene fermato da una brigata partigiana e si salva dalla fucilazione grazie a Gianni Rodari che lo riconosce e stimando il suo lavoro gli firma un lasciapassare.

Il 1945 è l’immagine della sua disperazione: Sironi assiste al crollo di tutti  i suoi ideali politici.  Tre anni dopo la figlia Rossana si suicida a soli 18 anni… Ed ecco il Lazzaro che non risorge, anzi è proprio schiacciato dalla pietra del sepolcro, morto come le sue speranze. Nel dopoguerra, tra processi di epurazione vari, se la cavò senza condanne ma iniziano gli anni della solitudine. Dipinge, passa mesi a Cortina, realizza scene teatrali per la Scala di Milano, per il Teatro di Firenze e di Ostia. Le sue forme monolitiche e imponenti tendono a disfarsi, arriva quasi a livelli di pittura informale

Le città, i palazzi di Sironi, tagliati nella pietra, precisi e ben definiti…non ci sono più, non c’è più nulla della sua vita precedente, la distruzione è totale. Fa ancora qualche mostra pur rifiutando le biennali di Venezia. Morirà di broncopolmonite a Milano, nel 1961. L’ultimo quadro, un paesaggio urbano sfatto e destabilizzante ha questo titolo scritto proprio dall’artista, sul retro, ed è stato ritrovato ancora sul cavalletto, dopo la sua morte.

Museo del Novecento Piazza del Duomo 8, Milano

-L’esposizione continua negli spazi del Museo del Novecento al quarto piano e in alcune sale a lui dedicate nella Casa Museo Boschi Di Stefano- Si accede alla mostra dedicata a Sironi, al piano terra, ma anche a tutto il resto del Museo del Novecento (altre opere dell’artista sono al quarto piano) e alla Casa Museo Boschi di Stefano, con lo stesso biglietto!

Milano dal 23 Luglio 2021 al 27 Marzo 2022

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona

Cardinal Branda e Masolino a Castiglione Olona


Castiglione Olona, in provincia di Varese, forse pochi lo sanno, grazie al Cardinal Branda Castiglioni…è la prima città ideale dell’Umanesimo!

Castiglione Olona, Alessandro Greppi, 1884, circa

Il territorio e il casato dei Castiglioni, erano al centro dei giochi di alleanze politiche, decidendo di allearsi ora con i Torriani, ora con i Visconti. La città ha origini longobarde e romane (è collegata infatti anche ai resti romani di Castelseprio e al Monastero di Torba), caratteristiche che però vengono stravolte tra il 1422 e il 1440 grazie a questo Cardinale che, partito proprio da Milano (e da Castiglione, borgo della sua famiglia), dopo una serie di esperienze a Roma e all’estero come Colonia, Veszprém e Transilvania…passerà la vecchiaia tornando a casa, ma non certo per rimanere con le mani in mano!

Il cardinale Branda Castiglioni, studioso, mecenate, politico e religioso di spicco, crea la sua città ideale fondando una scuola aperta ai giovani del luogo (ma anche del contado del Seprio), selezionando poi i più meritevoli per pagar loro gli studi all’Università di Pavia dove lui aveva insegnato.

Scuola

 

Chiama a Castiglione gli artisti più rappresentativi del Rinascimento del momento facendo così di questo borgo, “un’isola di Toscana in Lombardia”, come lo definì lo stesso D’Annunzio. Troviamo quindi la Chiesa di Villa, con proporzioni e bicromie ma anche con sistemi costruttivi tipici del rinascimento toscano… Ed ecco quindi che vengono chiamati a lavorare qui: Masolino da Panicale, il fiorentino Paolo Badaloni detto Schiavo e il senese Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta.

Entrando nel Palazzo del Cardinale possiamo capire quanto apprezzasse il nascente stile Rinascimentale: una loggetta elegante con soffitto ligneo originale unisce i due edifici che compongono il palazzo. entrando al primo piano ci accoglie una ricca sala da ricevimento con immenso camino

Al piano terra una cappella cardinalizia decorata (scoperta solo nei restauri del 1982!)  ci ricorda che il mecenate era comunque un religioso…

La camera del Cardinale è un tripudio di putti modernissimi che giocano tra alberi di fiori, frutti e piante aromatiche, sopra a una decorazione con cartigli e motti latini di autori cari al Branda e appena sotto alla decorazione in alto, nella parete, con gli stemmi delle famiglie nobili della zona. In basso, vicino al pavimento, scorre una lunga panca, curiosamente senza prospettiva: la tecnica per la rappresentazione tridimensionale era appena stata codificata e non tutti gli artisti, evidentemente, la conoscevano. Il letto è originale dell’epoca e della famiglia Castiglioni anche se non direttamente di proprietà del Cardinale ma rende bene l’idea della ricchezza del luogo e del personaggio che amava vivere al meglio delle sue possibilità, avendo quindi trasformato il suo palazzo in un luogo di ricevimenti e dibattiti culturali.

Nello studiolo, oltre a un mobile pregiato in legno di noce, una sorta di coro con un trono centrale, troviamo l’affresco di Masolino, dedicato al paesaggio ungherese di Veszprém, dove il cardinale aveva soggiornato. Questo soggetto, in quel momento, era un caso più unico che raro. Realizzato da Masolino nel 1435 assieme al Vecchietta, è, in quel momento unico al mondo, probabilmente l’unico paesaggio senza personaggi. Una scelta rivoluzionaria per l’epoca. Tanto che un paio di figure, in alto nell’angolo, non resistono all’idea di poterlo ammirare per sempre (la damigella bionda è sicuramente stata realizzata da Masolino)

La Collegiata sorge dove un tempo c’era la rocca, il vecchio castello, più volte distrutto e ricostruito nel corso dei secoli. La facciata, in cotto lombardo e con la tipica forma a capanna, è decorata con un fregio continuo ad archetti e da una lunetta in pietra arenaria sopra al portone centrale. Si riconoscono i santi Lorenzo, Ambrogio e Stefano e il cardinal Branda inginocchiato. la tomba del Cardinale Brenda si trova all’interno.

All’interno, la decorazione pittorica era stata progettata per stupire lo spettatore che entrando avrebbe trovato tutte le pareti bianche tranne la zona dell’abside attorno all’altare (pare che il cardinale avesse ricevuto una dispensa particolare per poter dire la messa rivolgendo ai fedeli il volto e non le spalle, come usava ancora all’epoca). Nelle vele, spazio e proporzioni sono ancora prettamente gotiche ma comunque di grande effetto sia per i colori che per la narrazione della vita della Vergine: una vera e propria Bibbia per gli analfabeti. Tutto è prezioso, anche il candelabro appeso al centro della navata, in ferro e con scene di caccia al cervo, ci ricorda la  ricerca del bello e dell’oggetto pregiato.

All’entrata del battistero, costruito nel torrione del vecchio castello, possiamo ammirare una Annunciazione di Masolino, o meglio…la sua sinopia, all’esterno e l’affresco strappato nella camera sulla sinistra.

Il battistero, decorato (anche con lamina in oro ormai svanita) da un Masolino ormai anziano, ci mostra quanto si stesse allontanando dalle sproporzioni e dalle rigidità gotiche, molto probabilmetne anche grazie all’incontro e alla collaborazione fiorentina con il più giovane Masaccio, già ben proiettato verso volumi e ricerca realistica della resa spaziale, di quanto lo fosse il suo collega più anziano. Qui la narrazione biblica del martirio di San Giovani, sfrutta l’architettura e gli spazi reali, integrandone spigoli e luce delle finestre (vere) che entrano a far parte dell’affresco. La prospettiva in scorcio arditissimo dilata visivamente lo spazio mentre le pareti vengono popolate da scene ambientate in momenti diversi ma poste sullo stesso piano (e divise e allo stesso tempo unite, da due personaggi in vestiti rinascimentali posti al centro, proprio come Masolino aveva già fatto nella ben più famosa decorazione in Santa Maria del Carmine  a Firenze).

Castiglione Olona vale sicuramente un viaggio (volendo si può collegare anche la visita a Castelseprio -ma controllate bene date e orari di apertura- e anche il Monastero di Torba -meglio se siete già soci Fai per sfruttare al meglio l’entrata gratuita-). Castiglione Olona stupisce ora, così come deve aver stupito all’epoca della sua trasformazione. Il cardinal Branda Castiglione e Masolino, hanno davvero creato un piccolo gioiello che ha resistito secoli e solo negli ultimi anni, anche grazie ai primi restauri a inizio novecento che hanno portato alla luce la pergamena  con la biografia del Branda (scritta direttamente dal suo segretario), è stato studiato, restaurato e nel caso della Collegiata, anche mostrato con amore, dai tanti bravissimi volontari che offrono visite guidate particolareggiate e gradevolissime.

Se volete saperne di più…ovviamente vi suggerisco di guardare anche il video sul mio canale youtube!

Le Signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale, Milano

Le Signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale, Milano

La mostra Le signore dell’Arte, storie di donne tra ‘500 e ‘600, a Palazzo Reale Milano, è stata prorogata fino al 22 agosto 2021.

Conviene approfittarne!

Questa è una mostra diversa dalle altre. Perché diverse dalle altre donne, loro contemporanee, sono le artiste qui rappresentate. “Nata strana” per definizione, inaugurata a marzo, il giorno prima del lockdown causa covid, è rimasta in pratica inaccessibile al pubblico. Le opere c’erano, lì esposte, ma il pubblico non le poteva vedere…e in fondo è un po’ quello che è successo, nel corso dei secoli, alle tante, tantissime opere di artiste, spesso bravissime, ma rimaste nascoste, sconosciute e a volte sottovalutate…

Ora possiamo iniziare a rimediare! Ecco un video con una minima parte delle opere esposte e delle artiste presenti a Palazzo Reale.

CREA IL TUO LAPBOOK DI STORIA DELL’ARTE

CREA IL TUO LAPBOOK DI STORIA DELL’ARTE

Creare un Lapbook per immagini…

 significa mettere tante cose in poco spazio,

lo spazio utile per ripassare al volo con un colpo d’occhio!

Si può fare con tutte le materie eh… Io ovviamente l’ho pensato per storia dell’arte: Il programma di seconda media!

 

Ed ecco a voi le istruzioni per creare…uno SSSSlapBook: un lapbook da leccarsi i baffi!

1.Usa un foglio dell’album da disegno 33x48cm   (ma puoi anche usare un cartoncino colorato di uguale misura)

2.Idee chiare dichiarate in copertina

3.Scegli quali periodi riassumere e come suddividerli

4.Decidi come utilizzare lo spazio: casuale, a scacchiera, a fasce orizzontali o verticali…

5.Segna in modo chiaro il titolo di ogni capitoletto

6.Puoi fare piccoli schizzi, puoi disegnare semplici schemi o puoi stampare direttamente le immagini della giusta misura. Io ho fatto un po’ di tutto, un mix insomma!

7.Qualche colore conviene aggiungerlo. In qualche caso ti aiuterà a ricordare quella particolare opera!

i vari periodi artistici li trovi già riassunti, con le sole immagini, in questo video… ma è più divertente se scegli tu cosa va asssssolutissssimamente ricordato e cosa si può…tralasciare!

Disegnare lo spazio: la prospettiva

Disegnare lo spazio: la prospettiva

LA PROSPETTIVA SERVE A RAPPRESENTARE LO SPAZIO (INTERNO O ESTERNO). MA VEDIAMO COME SI FA…

Ormai lo sappiamo: la prospettiva viene inventata dai romani e perfezionata poi dal Brunelleschi nel Rinascimento.

Ora quindi tocca a noi imparare come si fa!

INIZIAMO DA UN SEMPLICE SCHEMA, PERFETTO PER UN INTERNO MA COMODO ANCHE PER SPAZI ESTERNI

Ed ecco qualche esempio…

 

Se volete saperne di più:

Lezione sulla prospettiva nell’arte: VIDEO E ARTICOLO

ANNO SCOLASTICO 2020 2021 …ALLA QUINTINO!

ANNO SCOLASTICO   2020-2021

Ecco cosa stiamo facendo:

Mi piacerebbe pubblicare i vostri lavori… tutti, quasi tutti, forse tutti… insomma piùomenocircaquasi.

Per la serie: se non me li consegni in tempo…non li vedrai mai online e questo sarebbe un vero peccato no?!?

Sono suddivisi per classi così da poterli vedere con più comodità e ovviamente sono tutti in costante aggiornamento:

CLASSI PRIME CORSI A-D-F

CLASSI SECONDE CORSI A-D-F

CLASSI TERZE CORSI A-D-F

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte…semplice no?!

Insomma…potrebbe non essere una cosa così semplice.

In questo filmato ho provato a selezionare dei punti da seguire, vediamo poi se funzioneranno davvero facendo una prova in diretta!

Tutto chiaro no?!

Proviamo:

  1. Titolo: Meditazione, 1851
  2. Autore: Francesco Hayez
  3. Tecnica: olio su tela
  4. Dimensioni: Altezza: 90 cm; Larghezza: 70 cm 
  5. Luogo: Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona

Queste sono le informazioni essenziali…vediamo ora se c’è altro da dire!

  1. L’opera rappresenta una donna (e su questo non abbiamo dubbi!), un po’ discinta (i miei studenti noterebbero subito quel seno esposto e…farebbero bene perché non è stato dipinto a caso! ;)). Ma allora perché il titolo non è solo “donna mezza nuda”? Perché questa in realtà è una allegoria. Insomma…non è solo una donna che sta meditando. Infatti il titolo scelto da Hayez sarebbe stato: L’Italia nel 1848. Ma in quel periodo in Italia c’erano gli Austriaci e mostrare un Paese così, non certo allegro ed ottimista, non sarebbe stato possibile. Ecco quindi che a causa della censura abbiamo immediatamente un titolo diverso: La Meditazione. Incarnazione di una “patria bella e perduta”, come cantava il famosissimo coro del Nabucco di Verdi!
  2. Francesco Hayez è il massimo esponente del romanticismo italiano. La sua pittura quindi rappresenta l’impegno politico e la voglia di combattere per la libertà della propria patria, l’Italia! Del resto lo aveva già mostrato con il famosissimo Bacio che è solo apparentemente una scena d’amore romantico ma in realtà è un messaggio politico nascosto…un po’ come succede con questa donna, allegoria della Patria ormai considerata perduta (e sfatta, stanca, ormai senza più speranza).
  3. Questo è un dipinto ad olio su tela, tecnica che Hayez sa usare alla perfezione. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti e ha quindi imparato a dipingere con la precisione di un pittore neoclassico: ombre, sfumature, la resa dei tessuti, sono sempre resi al massimo nelle sue opere! Crescendo riuscirà ad abbinare quindi la tecnica neoclassica alla passione romantica!
  4. In questo caso le misure sono quelle, insomma non aggiungono granchè alla descrizione dell’opera. Misura media, non è una miniatura.
  5. Dove è conservata? Attenzione: qui bisogna specificare di quale opera di Hayez, con titolo Meditazione, si sta parlando… già perché ne esistono due versioni. Si distinguono perchè in una versione precedente, del 1850, attualmente in una Collezione Privata, la donna ha in mano solo una Bibbia. Nella versione che prendiamo noi in esame, invece, dell’anno successivo, 1851, in mano ha anche una croce e quest’opera è esposta alla Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona
  6. Stabilito quanto questa donna in realtà sia una allegoria che rappresenta quindi L’Italia dopo i moti del 1848…vediamo di spiegare altri particolari. Innanzitutto il volto, lo conosciamo se siamo stati in Pinacoteca a Brera, Là infatti è in mostra anche la Malinconia del 1841, stessa modella, più vestita anche se decisamente poco gioiosa e con gli abiti scomposti, quella malinconica donna pensa, forse, all’amore perduto, meditando e guardando, i fiori nel vaso che stanno ormai marcendo. La nostra opera quindi ha origine da quella di dieci anni prima,  per soggetto reale ritratto e per atmosfera in generale. La prima versione della Meditazione (sulla storia d’Italia), del 1850, in mano aveva solo una Bibbia. Nessun accenno politico. Troppo pericoloso in quel momento. Entrambe le Meditazioni ci mostrano una donna dall’aria distrutta, lo sguardo non è certo sereno, il vestito bianco è decisamente stropicciato e lasciato cadere. Tutto è perduto ormai, inutile cercare di proteggere la virtù e il proprio onore,  è mezza nuda “tanto ormai peggio di così”… è una donna (una Nazione) distrutta. I moti del 1848 hanno portato solo morti, sono morti dei patrioti, degli eroi, dei martiri (ecco perchè c’è anche la croce in mano), che hanno cercato di ottenere l’indipendenza dal’Impero Asburgico. Sul libro, che stavolta non è una Bibbia (anche se lo sembra) ma con titolo La storia d’Italia, c’è ben chiara una data: 18.19.20.21.22 marzo 1848, scritta in colore rosso, rosso sangue, come quello dei morti durante le Cinque Giornate di Milano cui probabilmente partecipò anche lo stesso Hayez. Il seno nudo ricorda che la patria è come la madre che allatta i suoi figli. L’unica speranza, l’unica nota quasi positiva dell’opera è in realtà quello sguardo: non lo trovate anche voi alquanto…minaccioso?!

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de la Tour, caravaggeschi, luci e ombre

Per la prima volta arrivano in Italia le opere di questo artista secentesco praticamente sconosciuto fino al 1915. Il nome circolava tra gli esperti del settore ma attribuirgli questa o quell’opera era stato, fino ad allora, parecchio complesso…

Del resto è proprio Georges de la Tour ad essere complicato! Basti pensare che i critici d’arte ne parlano quasi al plurale, è come se avesse una doppia anima: una notturna, legata alla luce delle candele che squarciano il buio…e un’anima completamente differente che vive di giorno. Infatti la luce cui fa riferimento il titolo dato alla mostra è proprio la fiammella, piccina ma quasi sempre presente.

Nella mostra di Milano la scelta è ben chiara: La notte. E in mostra troviamo quindi anche altri artisti accomunati a de la Tour dall’ elemento che diventa quasi il filo conduttore della mostra: la luce flebile eppure così importante…di una candela.

Il soggetto della Maddalena è molto apprezzato nel seicento nell’Europa cattolica, è il momento del pentimento, importantissimo nella fede per arrivare alla salvezza. Qui la donna è sola, sta meditando probabilmente sul suo passato, in un ambiente semplicissimo, buio come Caravaggio ci ha insegnato ad apprezzare (e quindi un viaggetto in Italia proabilmente de La Tour lo ha fatto davvero o comunque è venuto a contatto con il nuovo realismo caravaggesco attraverso racconti e copie di altri autori), il buio però è interrotto dalla fiamma della candela che è anche la luce dell’anima contrapposta al teschio, che viene sfiorato, dovesse mai sfuggirci eh… il teschio è una delle tante nature morte con cui de La Tour completa i suoi soggetto: è la Vanitas, rappresenta, come in tutte le nature morte barocche, la caducità della vita. “Pentiti peccatore per non finire all’inferno perché la vita è breve e può terminare all’improvviso!”.

Il ragazzino che soffia sul tizzone è di piccolo formato, come spesso accade con de La Tour, son scene di vita quotidiana che si vendono bene anche su commissione (infatti tra i pittori lorenesi suoi contemporanei troviamo spesso piccoli soggetti simili). Il buio è totale ma la luce del tizzone acceso fa emergere il profilo del ragazzino che va a delineare bene i contorni di queste forme che, se ben guardate, son quasi  semplificazioni geometriche. …vi ricordano nulla? ehheheeh pensateci e poi ne riparliamo..

De la Tour sceglie di rappresentare la realtà, persone del popolo, anche i santi sembrano quasi di passaggio, son lì per caso e hanno scordato a casa l’aureola.

Del resto questo artista, figlio di un fornaio, è una persona pratica (e pare anche con un bel caratterino che gli procurò anche qualche denuncia), Georges diventerà nobile per matrimonio ma conserverà comunque le sue radici di lavoratore…solo che cambierà lavoro e dal forno passerà alla bottega, anche di un certo successo con tanto di apprendisti! Diventerà anche pittore ordinario del re trasferendosi  a Parigi da Luneville, dove abitava con moglie e figli.

Ed ecco qui che la realtà entra nella rappresentazione biblica: Per la religione cattolica Giuda fa parte dei 12 apostoli, ed è fratello di San Giacomo Minore, come lui è rappresentato senza ambientazione e senza sfondo, i colori sono caldi, la luce mette in evidenza, in entrambi, le rughe di espressione e anche le mani, mani forti e anche un po’ sporche, sono mani che stringono un bastone e una sacca, come in San Giacomo, o tengono sulla spalla l’arma, una alabarda, con la quale viene martirizzato …oppure sono mani da contadino, come quelle di San Filippo, che regge una croce semplicissima, legata con un nastro, allusione alla corda  usata per legarlo alla croce. Queste sono scene diurne, nessuna candela qui…ma c’è comunque la luce che viene usata in maniera furbissima: guardate i bottoni (di vetro!), sulla tunica arancione di San Filippo…nella loro semplicità sono comunque al centro della scena ed è impossibile non notarli. Questo scelta di stile così legata alla realtà porterà anche ad una svista che durerà secoli: fino al 1795 questi Apostoli di Albi, realizzati da de La Tour proprio per la cattedrale di Albi, assieme ad altri apostoli, vennero scambiati e inventariati come opere di Caravaggio!

Ma de La tour è anche il sapiente esecutore di opere a metà strada tra la scena di genere e il gusto teatrale.

I due piccoli dipinti con gli anziani sono considerati  opere giovanili di La Tour. Potrebbero essere dei ritratti ma per l’abbigliamento e soprattutto per la posa della donna,  potrebbero benissimo essere anche due attori ritratti durante una rappresentazione teatrale. Lo sfondo per entrambe le figure è unico, ridotto all’essenziale eppure sono  molto espressive (l’aria di lui, redarguito da  lei con piglio deciso fa anche  un po’ sorridere!), ma guardate bene  i particolari che spesso in La Tour ci sfuggono e invece meritano tutta la nostra attenzione: i pantaloni color rosso vermiglio, le ghette in colore giallo che risaltano…la gonna guarnita così come la camicetta con i polsini in pizzo… Una precisione e un rigore di rappresentazione quasi fiamminghi. Il Suonatore di Ghironda poi è l’opera più grande attualmente attribuita a La Tour…e anche questo è strano: un soggetto comune per una tela così costosa…ma questo personaggio se la merita tutta: imponente, il realismo caravaggesco qui è ai massimi livelli. Borsa, cappello piumato e soprattutto il cane (pare che il pittore li amasse particolarmente), rendono questa figura, se possibile, ancora più reale e credibile.

Ma tra le scene di genere, di grande formato peraltro, realizzate da de La Tour, bisogna per forza ricordare quelle di risse e taverne.

Certo molti caravaggeschi avevano importato in Francia le novità dell’artista milanese che aveva trovato tanti spunti per le sue ambientazioni nelle osterie che frequentava…ma Georges sceglie di rappresentarle in maniera molto personale, sia di giorno che di notte.

La luce rimane comunque protagonista, anche mentre, solare, va a sottolineare le emozioni di personaggi del popolo, mendicanti e musicisti e forse imbroglioni, che mettono quasi in scena teatralmente un pezzetto di normale vita quotidiana dove per accaparrarsi un pezzetto di strada dove fare l’elemosina, erano davvero pronti a darsele di santa ragione! I protagonisti al centro, uno con una bombarda in  mano e una cennamella (uno strumento a fiato) infilata nella fusciacca in vita, assieme al musicista con la ghironda, sono addirittura armati di coltello e son pronti ad usare anche lo strumento musicale come arma…Intanto il personaggio al centro  spruzza il succo di limone negli occhi del presunto finto cieco, per smascherarlo. A sinistra la donna anziana ci appare terrorizzata ma se guardate sulla destra c’è il suonatore di violino che ci fissa, fissa l’osservatore facendo quasi l’occhiolino per sottolineare, forse, la messa in scena, credibilissima eh…ma comunque recitata proprio per noi!

Nella Negazione di Pietro azzarda addirittura l’episodio biblico ambientandolo però in una taverna durante una partita a dadi! E’ un soggetto perfetto per i caravaggeschi …dramma, luci e ombre, insomma perfetto per mettere in scena un’immagine ricca di allegorie: i soldati in primo piano giocando a dadi anticipano la spartizione delle vesti di Cristo tra i soldati che lo hanno crocifisso mentre San Pietro qui rimane in secondo piano, accanto alla serva, sulla sinistra in alto. Del resto i bari sono anche soggetto autonomo dell’altra opera dove addirittura si intravede un furto con destrezza o comunque un imbroglio, insomma quella manina lì seminascosta non ci dice nulla di buono…

La luce di una candela, a volte in primo piano,  a volte nascosta, illumina le forme

Illumina le armature dei soldati oppure, in bellavista, ci mostra l’abito della moglie di Giobbe mentre deride il marito, questa stessa candela è al centro della scena che ci mostra l’educazione della Vergine e mette in risalto anche come queste forme reali siano però molto riconducibili a forme essenziali e geometriche, particolare questo che, a mio parere, lega in modo indissolubile Georges de La Tour all’Italia: la luce è di Caravaggio e le forme son di Piero della Francesca, i particolari son quasi fiamminghi ma le atmosfere, il silenzio e la calma di queste scene…sono davvero una caratteristica tutta sua!

La moglie che deride è in realtà maestosa ed elegante, quasi un menhir con quel vestito rigidissimo che occupa metà della composizione ed è in netta contrapposizione con la figura del marito, Giobbe, seduto più in basso su di uno sgabello, seminudo e malamente  ricoperto da un tessuto liso, ai suoi piedi una ciotola sbeccata . Lui è anziano e la candela che ne mette in evidenza la carne flaccida è davvero impietosa…paragonato quasi ad un cane per colpa di quella ciotola… eppure con l’espressione serena e dignitosa di chi ha fede in Dio.

Il soggetto dell’educazione della Vergine è stato usato più volte dall’artista che ne farà più versioni in varie misure.  Lo spazio  in cui è ambientata la scena è domestico e dignitoso anche se  povero, Maria bambina tiene in mano la candela, unica fonte di luce, mentre si avvicina alla madre per apprendere chissà quali attività femminili… e anche qui tornano le tre caratteristiche della luce e delle atmosfere di Georges de La Tour: luce calda e tremolante, silenzio e calma.

La mostra si chiude con un ambiente dedicato ad un unico quadro:

San Sebastiano curato da Irene, qui la martire cristiana cura l’altro martire condannato a morte per la sua fede e ovviamente lo cura a lume di una lanterna. I santi qui però sono persone normali, anche abbastanza sensuali con il  santo nudo in primo piano, abbandonato alle cure sicure di Irene che, concentrata, è intenta a levare addirittura una freccia! L’opera è esposta da sola perché molto probabilmente sola è stata davvero appesa nella camera privata del Re Luigi XIII. Già nel settecento circolava la notizia che La Tour avesse regalato al sovrano un dipinto con questo soggetto, opera talmente apprezzata da aver fatto decidere al re di appenderlo nella sua camera da letto levando tutti gli altri quadri esposti  fino a quel momento. Ed ecco forse perché il pittore scelse di dipingerlo altre dieci volte (e anche qui il rimando ai doppi caravaggeschi è proprio diretto!): tutti volevano avere, in casa propria, l’opera con cui Georges de La Tour, figlio di un fornaio della Lorena e nobilitato per matrimonio, era addirittura stato accettato a corte, a Parigi!

Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene, 1640

In mostra poi troviamo anche altre opere di artisti contemporanei di de La Tour e accomunati al suo lavoro per scelta dei soggetti e per i richiami caravaggeschi

Georges de La Tour. L’Europa della luce, Palazzo Reale Milano dal 07.02.2020 al 07.06.2020

Info e prenotazioni

Infoline mostra T 0292897755

GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM
La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso…a Palazzo Reale a Milano!

Immaginate una famiglia di ricchi collezionisti ebrei che dalla fine del Novecento si fa notare tra i maggiori mercanti d’arte per la spiccata passione per l’arte di avanguardia.

Immaginate come poteva essere casa loro…anzi no, non serve immaginarla, una serie di fotografie in mostra ci fanno realmente capire cosa significa l’incontro tra una donazione privata, questa dei Thannhauser e un museo come il Guggenheim. Opere che finiscono direttamente in mostra in un museo…passando dal salotto buono!

Le cinquanta opere esposte coprono praticamente un secolo di storia dell’arte  partendo cronologicamente dalle opere impressioniste e post impressioniste degli artisti più famosi come Cézanne, Seurat e Renoir. Renoir che qui ci presenta Lise Tréhot, modella ma anche compagna dello stesso Renoir per ben sei anni. Qui non ancora impressionista ma quasi. La pennellata è delicata e la scena intima e quotidiana. Il pappagallino in gabbia quasi soffoca quanto la donna in questo ambiente dell’alta borghesia effettivamente un po’ troppo ricolmo di decorazioni, suppellettili e la stessa veste, scomoda, pesante ed opprimente. Ma guardate bene i colori e il gioco di sguardi: c’è proprio un filo sottile che collega questo pappagallino variopinto alla donna che ha nelle pieghe del vestito un richiamo diretto alle piume e nel colore dell’orecchino…lo stesso identico colore delle sbarre della gabbietta. Le donne all’epoca effettivamente non vivevano certo in massima libertà come gli uomini…erano ingabbiate proprio come gli uccellini!

Di Manet vediamo due donne, differenti eppure accomunate dalla stessa pennellata imprecisa eppure così chiara nel definire forme e colori.

Della figura femminile Davanti allo specchio vediamo bene solo la schiena, nuda, il corsetto allargato che permette appena il respiro. lo specchio non ci mostra il suo volto che possiamo solo immaginare…Ma noi siamo lì dentro con lei, lo spettatore fa parte quasi del dipinto, lei sa che di non essere sola, ecco perché porta indietro quel braccio e, quasi, ci sfiora. La donna con il vestito a righe invece ci guarda serena. L’opera tra l’altro è stata ritrovata incompleta nella soffitta dell’artista ed è stata sicuramente completata, nello sfondo, da altre mani (ci sono addirittura delle fotografie dell’epoca come prova del suo essere incompleta…ma per vendere bene un quadro è meglio sia tutto colorato no?!) E quindi la figura femminile e il suo vestito, originariamente pare essere stato addirittura descritto come “violetto”, oltre al completamento forzato hanno subito anche una bella verniciatura lucida e, nelle intenzioni, protettiva che ingiallendo negli anni…aveva reso addirittura il vestito verde! Appena prima della mostra l’opera è stata restaurata completamente tornando, si spera, ai colori originari…quelle righe blu notte che tanto andavano di moda in questi abiti elegantissimi dal corsetto che levava il fiato!

Dalle opere impressioniste si arriva poi ai paesaggi, qui nemmeno poi troppo esotici, di Gauguin che forse confonde la lingua tahitiana e sceglie come titolo la traduzione di “vieni qui” per un dipinto bucolico con palme e maiali in primo piano. I paesaggi di Van Gogh sono contorti  e sofferti così come probabilmente era la visione del mondo che aveva l’artista in quel momento in cui, proprio a Saint Rémy, era ricoverato nel manicomio psichiatrico e vedeva nella pittura en plein  air una forma di terapia.  E si rimane  poi stupiti di fronte ad un Monet che a Venezia ripensa sicuramente al Canaletto ma che preferisce cogliere l’atmosfera della laguna veneziana più che i particolari dei palazzi riflessi nei canali.

I Paesaggi cittadini che sceglie di rappresentare il giovane Picasso appena arrivato a Parigi per l’Exposition Universelle, nell’ottobre del 1900, sono movimentati come lo doveva essere il giorno della festa per la presa della Bastiglia o come le scene della famosa sala da ballo di Montmartre dove l’artista rappresenta una scena notturna un po’ decadente animata da ricchi, giovani della borghesia francese e prostitute, ben riconoscibili nel lato a sinistra dell’opera, grazie a quel trucco così marcato. Il taglio dell’opera è fotografico, e proprio di taglio dobbiamo parlare visto e considerato che i personaggi laterali sono proprio, almeno in parte, fuori dalla scena dipinta, così da far avvicinare il più possibile lo spettatore a questa atmosfera parigina…

Si arriva poi all’espressionismo che trasforma i paesaggi cercando la rappresentazione delle sensazioni e delle emozioni più che la rappresentazione realistica della natura… e abbiamo così un Braque che nei pressi di Anversa dipinge con colori improbabili il porto nelle Fiandre. Del resto anche i fondatori del Cavaliere Azzurro,  Kandinsky e Marc, ricercano il potenziale espressivo del colore e le associazioni simboliche per immaginare  un futuro migliore proprio attraverso l’arte. La montagna diventa blu, blu come il Cavaliere del loro sogno utopistico mentre la mucca, giallissima addirittura con macchie blu,  è leggiadra come se fosse una ballerina di Degas!

Ai Thannhauser piaceva sostenere gli artisti  emergenti fin dagli anni precedenti la Grande Guerra ma dagli anni ’30, causa crisi economica internazionale prima e per l’ascesa del nazismo poi, sono costretti a chiudere la Galleria di Berlino trasferendosi a Parigi e poi a New York. In America la residenza Thannhauser diventa un punto di incontro per personalità di spicco dell’epoca del mondo dell’arte, certo, ma anche della musica, del teatro e del cinema: Bernstein, Duchamp, Toscanini e Picasso…Tutti presenti in questo salotto che era anche fucina di idee e sponsorizzazione per i tanti grandi nomi all’inizio della loro carriera. Ed ecco i primi accenni dell’arte cubista quando Picasso lavora fianco a fianco con Braque nei Pirenei Francesi, i toni di grigio e marrone formano i piani delle case che si incastrano tra loro caratterizzati dalla molteplicità di punti di vista contemporanei. Anche Delaunay sceglie come soggetto le città e ne fa addirittura una serie di otto dipinti, in mostra ne possiamo vedere uno, caratterizzato dalle pennellate a quadrettini regolari e dai tocchi di colore vivace, rossi e verdi che risaltano sul bianco e sul grigio dello sfondo.

Non mancano comunque le classiche nature morte, anche queste che vanno variando man mano che passa il tempo e varia lo stile artistico…

Ma in mostra troviamo anche Rousseau il Doganiere, Gris, Picabia, Matisse e Klee…

Milano, Palazzo Reale, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020