Crea sito

Disegnare lo spazio: la prospettiva

Disegnare lo spazio: la prospettiva

LA PROSPETTIVA SERVE A RAPPRESENTARE LO SPAZIO (INTERNO O ESTERNO). MA VEDIAMO COME SI FA…

Ormai lo sappiamo: la prospettiva viene inventata dai romani e perfezionata poi dal Brunelleschi nel Rinascimento.

Ora quindi tocca a noi imparare come si fa!

INIZIAMO DA UN SEMPLICE SCHEMA, PERFETTO PER UN INTERNO MA COMODO ANCHE PER SPAZI ESTERNI

Ed ecco qualche esempio…

 

Se volete saperne di più:

Lezione sulla prospettiva nell’arte: VIDEO E ARTICOLO

ANNO SCOLASTICO 2020 2021 …ALLA QUINTINO!

ANNO SCOLASTICO   2020-2021

Ecco cosa stiamo facendo:

Mi piacerebbe pubblicare i vostri lavori… tutti, quasi tutti, forse tutti… insomma piùomenocircaquasi.

Per la serie: se non me li consegni in tempo…non li vedrai mai online e questo sarebbe un vero peccato no?!?

Sono suddivisi per classi così da poterli vedere con più comodità e ovviamente sono tutti in costante aggiornamento:

CLASSI PRIME CORSI A-D-F

CLASSI SECONDE CORSI A-D-F

CLASSI TERZE CORSI A-D-F

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte

Descrivere l’opera d’arte…semplice no?!

Insomma…potrebbe non essere una cosa così semplice.

In questo filmato ho provato a selezionare dei punti da seguire, vediamo poi se funzioneranno davvero facendo una prova in diretta!

Tutto chiaro no?!

Proviamo:

  1. Titolo: Meditazione, 1851
  2. Autore: Francesco Hayez
  3. Tecnica: olio su tela
  4. Dimensioni: Altezza: 90 cm; Larghezza: 70 cm 
  5. Luogo: Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona

Queste sono le informazioni essenziali…vediamo ora se c’è altro da dire!

  1. L’opera rappresenta una donna (e su questo non abbiamo dubbi!), un po’ discinta (i miei studenti noterebbero subito quel seno esposto e…farebbero bene perché non è stato dipinto a caso! ;)). Ma allora perché il titolo non è solo “donna mezza nuda”? Perché questa in realtà è una allegoria. Insomma…non è solo una donna che sta meditando. Infatti il titolo scelto da Hayez sarebbe stato: L’Italia nel 1848. Ma in quel periodo in Italia c’erano gli Austriaci e mostrare un Paese così, non certo allegro ed ottimista, non sarebbe stato possibile. Ecco quindi che a causa della censura abbiamo immediatamente un titolo diverso: La Meditazione. Incarnazione di una “patria bella e perduta”, come cantava il famosissimo coro del Nabucco di Verdi!
  2. Francesco Hayez è il massimo esponente del romanticismo italiano. La sua pittura quindi rappresenta l’impegno politico e la voglia di combattere per la libertà della propria patria, l’Italia! Del resto lo aveva già mostrato con il famosissimo Bacio che è solo apparentemente una scena d’amore romantico ma in realtà è un messaggio politico nascosto…un po’ come succede con questa donna, allegoria della Patria ormai considerata perduta (e sfatta, stanca, ormai senza più speranza).
  3. Questo è un dipinto ad olio su tela, tecnica che Hayez sa usare alla perfezione. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti e ha quindi imparato a dipingere con la precisione di un pittore neoclassico: ombre, sfumature, la resa dei tessuti, sono sempre resi al massimo nelle sue opere! Crescendo riuscirà ad abbinare quindi la tecnica neoclassica alla passione romantica!
  4. In questo caso le misure sono quelle, insomma non aggiungono granchè alla descrizione dell’opera. Misura media, non è una miniatura.
  5. Dove è conservata? Attenzione: qui bisogna specificare di quale opera di Hayez, con titolo Meditazione, si sta parlando… già perché ne esistono due versioni. Si distinguono perchè in una versione precedente, del 1850, attualmente in una Collezione Privata, la donna ha in mano solo una Bibbia. Nella versione che prendiamo noi in esame, invece, dell’anno successivo, 1851, in mano ha anche una croce e quest’opera è esposta alla Galleria d’arte moderna Achille Forti, Verona
  6. Stabilito quanto questa donna in realtà sia una allegoria che rappresenta quindi L’Italia dopo i moti del 1848…vediamo di spiegare altri particolari. Innanzitutto il volto, lo conosciamo se siamo stati in Pinacoteca a Brera, Là infatti è in mostra anche la Malinconia del 1841, stessa modella, più vestita anche se decisamente poco gioiosa e con gli abiti scomposti, quella malinconica donna pensa, forse, all’amore perduto, meditando e guardando, i fiori nel vaso che stanno ormai marcendo. La nostra opera quindi ha origine da quella di dieci anni prima,  per soggetto reale ritratto e per atmosfera in generale. La prima versione della Meditazione (sulla storia d’Italia), del 1850, in mano aveva solo una Bibbia. Nessun accenno politico. Troppo pericoloso in quel momento. Entrambe le Meditazioni ci mostrano una donna dall’aria distrutta, lo sguardo non è certo sereno, il vestito bianco è decisamente stropicciato e lasciato cadere. Tutto è perduto ormai, inutile cercare di proteggere la virtù e il proprio onore,  è mezza nuda “tanto ormai peggio di così”… è una donna (una Nazione) distrutta. I moti del 1848 hanno portato solo morti, sono morti dei patrioti, degli eroi, dei martiri (ecco perchè c’è anche la croce in mano), che hanno cercato di ottenere l’indipendenza dal’Impero Asburgico. Sul libro, che stavolta non è una Bibbia (anche se lo sembra) ma con titolo La storia d’Italia, c’è ben chiara una data: 18.19.20.21.22 marzo 1848, scritta in colore rosso, rosso sangue, come quello dei morti durante le Cinque Giornate di Milano cui probabilmente partecipò anche lo stesso Hayez. Il seno nudo ricorda che la patria è come la madre che allatta i suoi figli. L’unica speranza, l’unica nota quasi positiva dell’opera è in realtà quello sguardo: non lo trovate anche voi alquanto…minaccioso?!

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de La Tour, L’Europa della luce a Palazzo Reale Milano

Georges de la Tour, caravaggeschi, luci e ombre

Per la prima volta arrivano in Italia le opere di questo artista secentesco praticamente sconosciuto fino al 1915. Il nome circolava tra gli esperti del settore ma attribuirgli questa o quell’opera era stato, fino ad allora, parecchio complesso…

Del resto è proprio Georges de la Tour ad essere complicato! Basti pensare che i critici d’arte ne parlano quasi al plurale, è come se avesse una doppia anima: una notturna, legata alla luce delle candele che squarciano il buio…e un’anima completamente differente che vive di giorno. Infatti la luce cui fa riferimento il titolo dato alla mostra è proprio la fiammella, piccina ma quasi sempre presente.

Nella mostra di Milano la scelta è ben chiara: La notte. E in mostra troviamo quindi anche altri artisti accomunati a de la Tour dall’ elemento che diventa quasi il filo conduttore della mostra: la luce flebile eppure così importante…di una candela.

Il soggetto della Maddalena è molto apprezzato nel seicento nell’Europa cattolica, è il momento del pentimento, importantissimo nella fede per arrivare alla salvezza. Qui la donna è sola, sta meditando probabilmente sul suo passato, in un ambiente semplicissimo, buio come Caravaggio ci ha insegnato ad apprezzare (e quindi un viaggetto in Italia proabilmente de La Tour lo ha fatto davvero o comunque è venuto a contatto con il nuovo realismo caravaggesco attraverso racconti e copie di altri autori), il buio però è interrotto dalla fiamma della candela che è anche la luce dell’anima contrapposta al teschio, che viene sfiorato, dovesse mai sfuggirci eh… il teschio è una delle tante nature morte con cui de La Tour completa i suoi soggetto: è la Vanitas, rappresenta, come in tutte le nature morte barocche, la caducità della vita. “Pentiti peccatore per non finire all’inferno perché la vita è breve e può terminare all’improvviso!”.

Il ragazzino che soffia sul tizzone è di piccolo formato, come spesso accade con de La Tour, son scene di vita quotidiana che si vendono bene anche su commissione (infatti tra i pittori lorenesi suoi contemporanei troviamo spesso piccoli soggetti simili). Il buio è totale ma la luce del tizzone acceso fa emergere il profilo del ragazzino che va a delineare bene i contorni di queste forme che, se ben guardate, son quasi  semplificazioni geometriche. …vi ricordano nulla? ehheheeh pensateci e poi ne riparliamo..

De la Tour sceglie di rappresentare la realtà, persone del popolo, anche i santi sembrano quasi di passaggio, son lì per caso e hanno scordato a casa l’aureola.

Del resto questo artista, figlio di un fornaio, è una persona pratica (e pare anche con un bel caratterino che gli procurò anche qualche denuncia), Georges diventerà nobile per matrimonio ma conserverà comunque le sue radici di lavoratore…solo che cambierà lavoro e dal forno passerà alla bottega, anche di un certo successo con tanto di apprendisti! Diventerà anche pittore ordinario del re trasferendosi  a Parigi da Luneville, dove abitava con moglie e figli.

Ed ecco qui che la realtà entra nella rappresentazione biblica: Per la religione cattolica Giuda fa parte dei 12 apostoli, ed è fratello di San Giacomo Minore, come lui è rappresentato senza ambientazione e senza sfondo, i colori sono caldi, la luce mette in evidenza, in entrambi, le rughe di espressione e anche le mani, mani forti e anche un po’ sporche, sono mani che stringono un bastone e una sacca, come in San Giacomo, o tengono sulla spalla l’arma, una alabarda, con la quale viene martirizzato …oppure sono mani da contadino, come quelle di San Filippo, che regge una croce semplicissima, legata con un nastro, allusione alla corda  usata per legarlo alla croce. Queste sono scene diurne, nessuna candela qui…ma c’è comunque la luce che viene usata in maniera furbissima: guardate i bottoni (di vetro!), sulla tunica arancione di San Filippo…nella loro semplicità sono comunque al centro della scena ed è impossibile non notarli. Questo scelta di stile così legata alla realtà porterà anche ad una svista che durerà secoli: fino al 1795 questi Apostoli di Albi, realizzati da de La Tour proprio per la cattedrale di Albi, assieme ad altri apostoli, vennero scambiati e inventariati come opere di Caravaggio!

Ma de La tour è anche il sapiente esecutore di opere a metà strada tra la scena di genere e il gusto teatrale.

I due piccoli dipinti con gli anziani sono considerati  opere giovanili di La Tour. Potrebbero essere dei ritratti ma per l’abbigliamento e soprattutto per la posa della donna,  potrebbero benissimo essere anche due attori ritratti durante una rappresentazione teatrale. Lo sfondo per entrambe le figure è unico, ridotto all’essenziale eppure sono  molto espressive (l’aria di lui, redarguito da  lei con piglio deciso fa anche  un po’ sorridere!), ma guardate bene  i particolari che spesso in La Tour ci sfuggono e invece meritano tutta la nostra attenzione: i pantaloni color rosso vermiglio, le ghette in colore giallo che risaltano…la gonna guarnita così come la camicetta con i polsini in pizzo… Una precisione e un rigore di rappresentazione quasi fiamminghi. Il Suonatore di Ghironda poi è l’opera più grande attualmente attribuita a La Tour…e anche questo è strano: un soggetto comune per una tela così costosa…ma questo personaggio se la merita tutta: imponente, il realismo caravaggesco qui è ai massimi livelli. Borsa, cappello piumato e soprattutto il cane (pare che il pittore li amasse particolarmente), rendono questa figura, se possibile, ancora più reale e credibile.

Ma tra le scene di genere, di grande formato peraltro, realizzate da de La Tour, bisogna per forza ricordare quelle di risse e taverne.

Certo molti caravaggeschi avevano importato in Francia le novità dell’artista milanese che aveva trovato tanti spunti per le sue ambientazioni nelle osterie che frequentava…ma Georges sceglie di rappresentarle in maniera molto personale, sia di giorno che di notte.

La luce rimane comunque protagonista, anche mentre, solare, va a sottolineare le emozioni di personaggi del popolo, mendicanti e musicisti e forse imbroglioni, che mettono quasi in scena teatralmente un pezzetto di normale vita quotidiana dove per accaparrarsi un pezzetto di strada dove fare l’elemosina, erano davvero pronti a darsele di santa ragione! I protagonisti al centro, uno con una bombarda in  mano e una cennamella (uno strumento a fiato) infilata nella fusciacca in vita, assieme al musicista con la ghironda, sono addirittura armati di coltello e son pronti ad usare anche lo strumento musicale come arma…Intanto il personaggio al centro  spruzza il succo di limone negli occhi del presunto finto cieco, per smascherarlo. A sinistra la donna anziana ci appare terrorizzata ma se guardate sulla destra c’è il suonatore di violino che ci fissa, fissa l’osservatore facendo quasi l’occhiolino per sottolineare, forse, la messa in scena, credibilissima eh…ma comunque recitata proprio per noi!

Nella Negazione di Pietro azzarda addirittura l’episodio biblico ambientandolo però in una taverna durante una partita a dadi! E’ un soggetto perfetto per i caravaggeschi …dramma, luci e ombre, insomma perfetto per mettere in scena un’immagine ricca di allegorie: i soldati in primo piano giocando a dadi anticipano la spartizione delle vesti di Cristo tra i soldati che lo hanno crocifisso mentre San Pietro qui rimane in secondo piano, accanto alla serva, sulla sinistra in alto. Del resto i bari sono anche soggetto autonomo dell’altra opera dove addirittura si intravede un furto con destrezza o comunque un imbroglio, insomma quella manina lì seminascosta non ci dice nulla di buono…

La luce di una candela, a volte in primo piano,  a volte nascosta, illumina le forme

Illumina le armature dei soldati oppure, in bellavista, ci mostra l’abito della moglie di Giobbe mentre deride il marito, questa stessa candela è al centro della scena che ci mostra l’educazione della Vergine e mette in risalto anche come queste forme reali siano però molto riconducibili a forme essenziali e geometriche, particolare questo che, a mio parere, lega in modo indissolubile Georges de La Tour all’Italia: la luce è di Caravaggio e le forme son di Piero della Francesca, i particolari son quasi fiamminghi ma le atmosfere, il silenzio e la calma di queste scene…sono davvero una caratteristica tutta sua!

La moglie che deride è in realtà maestosa ed elegante, quasi un menhir con quel vestito rigidissimo che occupa metà della composizione ed è in netta contrapposizione con la figura del marito, Giobbe, seduto più in basso su di uno sgabello, seminudo e malamente  ricoperto da un tessuto liso, ai suoi piedi una ciotola sbeccata . Lui è anziano e la candela che ne mette in evidenza la carne flaccida è davvero impietosa…paragonato quasi ad un cane per colpa di quella ciotola… eppure con l’espressione serena e dignitosa di chi ha fede in Dio.

Il soggetto dell’educazione della Vergine è stato usato più volte dall’artista che ne farà più versioni in varie misure.  Lo spazio  in cui è ambientata la scena è domestico e dignitoso anche se  povero, Maria bambina tiene in mano la candela, unica fonte di luce, mentre si avvicina alla madre per apprendere chissà quali attività femminili… e anche qui tornano le tre caratteristiche della luce e delle atmosfere di Georges de La Tour: luce calda e tremolante, silenzio e calma.

La mostra si chiude con un ambiente dedicato ad un unico quadro:

San Sebastiano curato da Irene, qui la martire cristiana cura l’altro martire condannato a morte per la sua fede e ovviamente lo cura a lume di una lanterna. I santi qui però sono persone normali, anche abbastanza sensuali con il  santo nudo in primo piano, abbandonato alle cure sicure di Irene che, concentrata, è intenta a levare addirittura una freccia! L’opera è esposta da sola perché molto probabilmente sola è stata davvero appesa nella camera privata del Re Luigi XIII. Già nel settecento circolava la notizia che La Tour avesse regalato al sovrano un dipinto con questo soggetto, opera talmente apprezzata da aver fatto decidere al re di appenderlo nella sua camera da letto levando tutti gli altri quadri esposti  fino a quel momento. Ed ecco forse perché il pittore scelse di dipingerlo altre dieci volte (e anche qui il rimando ai doppi caravaggeschi è proprio diretto!): tutti volevano avere, in casa propria, l’opera con cui Georges de La Tour, figlio di un fornaio della Lorena e nobilitato per matrimonio, era addirittura stato accettato a corte, a Parigi!

Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene, 1640

In mostra poi troviamo anche altre opere di artisti contemporanei di de La Tour e accomunati al suo lavoro per scelta dei soggetti e per i richiami caravaggeschi

Georges de La Tour. L’Europa della luce, Palazzo Reale Milano dal 07.02.2020 al 07.06.2020

Info e prenotazioni

Infoline mostra T 0292897755

GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso

GUGGENHEIM
La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso…a Palazzo Reale a Milano!

Immaginate una famiglia di ricchi collezionisti ebrei che dalla fine del Novecento si fa notare tra i maggiori mercanti d’arte per la spiccata passione per l’arte di avanguardia.

Immaginate come poteva essere casa loro…anzi no, non serve immaginarla, una serie di fotografie in mostra ci fanno realmente capire cosa significa l’incontro tra una donazione privata, questa dei Thannhauser e un museo come il Guggenheim. Opere che finiscono direttamente in mostra in un museo…passando dal salotto buono!

Le cinquanta opere esposte coprono praticamente un secolo di storia dell’arte  partendo cronologicamente dalle opere impressioniste e post impressioniste degli artisti più famosi come Cézanne, Seurat e Renoir. Renoir che qui ci presenta Lise Tréhot, modella ma anche compagna dello stesso Renoir per ben sei anni. Qui non ancora impressionista ma quasi. La pennellata è delicata e la scena intima e quotidiana. Il pappagallino in gabbia quasi soffoca quanto la donna in questo ambiente dell’alta borghesia effettivamente un po’ troppo ricolmo di decorazioni, suppellettili e la stessa veste, scomoda, pesante ed opprimente. Ma guardate bene i colori e il gioco di sguardi: c’è proprio un filo sottile che collega questo pappagallino variopinto alla donna che ha nelle pieghe del vestito un richiamo diretto alle piume e nel colore dell’orecchino…lo stesso identico colore delle sbarre della gabbietta. Le donne all’epoca effettivamente non vivevano certo in massima libertà come gli uomini…erano ingabbiate proprio come gli uccellini!

Di Manet vediamo due donne, differenti eppure accomunate dalla stessa pennellata imprecisa eppure così chiara nel definire forme e colori.

Della figura femminile Davanti allo specchio vediamo bene solo la schiena, nuda, il corsetto allargato che permette appena il respiro. lo specchio non ci mostra il suo volto che possiamo solo immaginare…Ma noi siamo lì dentro con lei, lo spettatore fa parte quasi del dipinto, lei sa che di non essere sola, ecco perché porta indietro quel braccio e, quasi, ci sfiora. La donna con il vestito a righe invece ci guarda serena. L’opera tra l’altro è stata ritrovata incompleta nella soffitta dell’artista ed è stata sicuramente completata, nello sfondo, da altre mani (ci sono addirittura delle fotografie dell’epoca come prova del suo essere incompleta…ma per vendere bene un quadro è meglio sia tutto colorato no?!) E quindi la figura femminile e il suo vestito, originariamente pare essere stato addirittura descritto come “violetto”, oltre al completamento forzato hanno subito anche una bella verniciatura lucida e, nelle intenzioni, protettiva che ingiallendo negli anni…aveva reso addirittura il vestito verde! Appena prima della mostra l’opera è stata restaurata completamente tornando, si spera, ai colori originari…quelle righe blu notte che tanto andavano di moda in questi abiti elegantissimi dal corsetto che levava il fiato!

Dalle opere impressioniste si arriva poi ai paesaggi, qui nemmeno poi troppo esotici, di Gauguin che forse confonde la lingua tahitiana e sceglie come titolo la traduzione di “vieni qui” per un dipinto bucolico con palme e maiali in primo piano. I paesaggi di Van Gogh sono contorti  e sofferti così come probabilmente era la visione del mondo che aveva l’artista in quel momento in cui, proprio a Saint Rémy, era ricoverato nel manicomio psichiatrico e vedeva nella pittura en plein  air una forma di terapia.  E si rimane  poi stupiti di fronte ad un Monet che a Venezia ripensa sicuramente al Canaletto ma che preferisce cogliere l’atmosfera della laguna veneziana più che i particolari dei palazzi riflessi nei canali.

I Paesaggi cittadini che sceglie di rappresentare il giovane Picasso appena arrivato a Parigi per l’Exposition Universelle, nell’ottobre del 1900, sono movimentati come lo doveva essere il giorno della festa per la presa della Bastiglia o come le scene della famosa sala da ballo di Montmartre dove l’artista rappresenta una scena notturna un po’ decadente animata da ricchi, giovani della borghesia francese e prostitute, ben riconoscibili nel lato a sinistra dell’opera, grazie a quel trucco così marcato. Il taglio dell’opera è fotografico, e proprio di taglio dobbiamo parlare visto e considerato che i personaggi laterali sono proprio, almeno in parte, fuori dalla scena dipinta, così da far avvicinare il più possibile lo spettatore a questa atmosfera parigina…

Si arriva poi all’espressionismo che trasforma i paesaggi cercando la rappresentazione delle sensazioni e delle emozioni più che la rappresentazione realistica della natura… e abbiamo così un Braque che nei pressi di Anversa dipinge con colori improbabili il porto nelle Fiandre. Del resto anche i fondatori del Cavaliere Azzurro,  Kandinsky e Marc, ricercano il potenziale espressivo del colore e le associazioni simboliche per immaginare  un futuro migliore proprio attraverso l’arte. La montagna diventa blu, blu come il Cavaliere del loro sogno utopistico mentre la mucca, giallissima addirittura con macchie blu,  è leggiadra come se fosse una ballerina di Degas!

Ai Thannhauser piaceva sostenere gli artisti  emergenti fin dagli anni precedenti la Grande Guerra ma dagli anni ’30, causa crisi economica internazionale prima e per l’ascesa del nazismo poi, sono costretti a chiudere la Galleria di Berlino trasferendosi a Parigi e poi a New York. In America la residenza Thannhauser diventa un punto di incontro per personalità di spicco dell’epoca del mondo dell’arte, certo, ma anche della musica, del teatro e del cinema: Bernstein, Duchamp, Toscanini e Picasso…Tutti presenti in questo salotto che era anche fucina di idee e sponsorizzazione per i tanti grandi nomi all’inizio della loro carriera. Ed ecco i primi accenni dell’arte cubista quando Picasso lavora fianco a fianco con Braque nei Pirenei Francesi, i toni di grigio e marrone formano i piani delle case che si incastrano tra loro caratterizzati dalla molteplicità di punti di vista contemporanei. Anche Delaunay sceglie come soggetto le città e ne fa addirittura una serie di otto dipinti, in mostra ne possiamo vedere uno, caratterizzato dalle pennellate a quadrettini regolari e dai tocchi di colore vivace, rossi e verdi che risaltano sul bianco e sul grigio dello sfondo.

Non mancano comunque le classiche nature morte, anche queste che vanno variando man mano che passa il tempo e varia lo stile artistico…

Ma in mostra troviamo anche Rousseau il Doganiere, Gris, Picabia, Matisse e Klee…

Milano, Palazzo Reale, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020

Arte curiosa!

Arte curiosa!

Arte Curiosa è la nuova playlist del mio canale youtube!

Non lezioni ma pillole di curiosità artistiche che, almeno nelle (buone) intenzioni, vi somministrerò una volta a settimana (oggi mi sento molto Dottor House!).

Un particolare curioso sull’opera o sull’artista che l’ha realizzata che potrebbe esserti sfuggito ma che vale la pena di conoscere…

Un simbolo, un significato nascosto, uno scandalo…

Io adoooooro spettegolare…anche in campo artistico!

 

 

 

 

Canova e Thorvaldsen la nascita della scultura moderna

Canova e Thorvaldsen la nascita della scultura moderna

Canova e Thorvaldsen colleghi e rivali, insieme, a Roma, danno vita all’arte moderna partendo però dall’arte antica!

Esponenti del neoclassicismo partono proprio da lì, dall’arte greca…rivisitandola a loro modo. Due artisti contemporanei, molto simili, uno italiano l’altro danese, spesso addirittura con la stessa committenza e gli stessi soggetti…che però riescono a proporre opere molto personali che in mostra, spesso accostate, son proprio direttamente confrontabili.

Son stati fin da subito due famosissimi e celebrati esponenti del neoclassicismo sia da vivi che alla loro morte.

Il confronto diretto lo abbiamo in mostra ma c’era già stato, dal vivo, a Roma dove Canova si era trasferito da Venezia nel 1781 e dove il danese, più giovane, è arrivato nel 1797, da Copenaghen. Per venti anni saranno loro a dettare legge in campo artistico sfidandosi direttamente anche realizzando gli stessi soggetti…ovviamente qui in mostra ne vediamo parecchi!

Scopriamo così che entrambi hanno molto, moltissimo lavoro. Tanto che si organizzano con due studi (immensi) e con uno stuolo di aiutanti…e qui troviamo la prima differenza: Canova aveva lavoranti, non artisti. Sgrezzatori di marmo, quasi uomini di fatica mentre Thorvaldsen ha dato lavoro a numerosissimi giovani artisti che lo aiutavano, certo, nella realizzazione delle sue opere ma che intanto imparavano sul campo le nuove tecniche artistiche e ottenevano in cambio la possibilità di realizzare anche opere proprie ed originali.

In mostra vediamo molte opere di artisti contemporanei ai nostri due protagonisti. Ed ecco quindi che dalla rappresentazione dello studio del Canova, a Roma, possiamo anche capire meglio il procedimento ideato dall’artista veneziano (che per precisione e metodo oserei definire quasi…svizzero) ma possiamo anche vedere dove lavorava Thorvaldsen!

Il metodo di Canova

possiamo riassumerlo in 9 punti:

1- l’idea veniva fissata su carta e poi

2- realizzata in creta, in scala, un modellino piccino, per vederne l’effetto tridimensionale

3- dopodiché veniva realizzata in gesso, più rifinito

4/5- a questo punto veniva realizzata una copia a grandezza naturale, in creta che poi veniva ricoperta di gesso e andava distrutta per la realizzazione della forma, nuovamente  in gesso, in negativo

6- la forma in gesso serviva a realizzare un’altra copia in gesso a grandezza naturale con tanto di struttura interna metalizzata a supporto

7- venivano messi dei chiodini, i repères, così da avere dei punti fissi di misurazione utili agli aiutanti per la sgrezzatura del blocco in marmo

8- il modello in gesso e il blocco in marmo venivano accostati e tramite fili a piombo, misurando perfettamente sporgenze e distanze, si poteva creare l’opera d’arte finale (con questo sistema da un solo modello in gesso potevano essere realizzate infinite copie in marmo!)

9- nell’ultima fase, Canova, chiuso in una camera cui pochissimi avevano accesso, può finalmente dare il tocco finale e  rifinire, luicidare, lisciare il marmo fino a renderlo quasi vera carne!

Le opere di Canova infatti si caratterizzano proprio per una grazia, un’eleganza e questa ricerca quasi ossessiva della bellezza ideale e della perfezione . Il marmo sembra leggerissimo nei panneggi e alcuni particolari, tanto son minimamente curati, fanno quasi impressione. Thorvaldsen invece si distingue per la scelta di lasciare al marmo la dignità del suo essere pietra. Quasi con orgoglio infatti, le opere del danese, oltre che per i volti, che trovo francamente molto più nordici di quelli canoviani, sono opere ruvide, è marmo e si vede e non vuole fingere d’essere la pelle liscissima tanto ricercata invece dallo scultore veneto.

I ritratti

C’è quasi un gioco di ritratti. I maggiori artisti dell’epoca ritraevano…i maggiori artisti dell’epoca. E’ quasi un gioco di specchi quindi…Canova si autoritrae e lo fa anche Thorvaldsen, ma loro stessi vengono ritratti  da Appiani, Bossi, da Camuccini e da Vernet (mentre Thorvaldsen sta realizzando il ritratto, in scultura, proprio di Vernet stesso!)

Ma in mostra troviamo anche i ritratti dei maggiori personaggi dell’epoca, Napoleone compreso!

Divinità, Psiche, amorini e pastorelli

Canova e Thorvaldsen erano delle vere e proprie macchine da guerra per quanto riguarda una produzione quasi in serie. E se un soggetto si vendeva bene…veniva riproposto, esattamente uguale o con poche modifiche, seguendo quindi le richieste del committente. Ma la stessa scelta valevava anche per altri artisti a loro contemporanei e quindi ecco una selezione di opere che possiamo vedere in mostra!

Gallerie d’Italia
Piazza della Scala 6
Milano

Dal 25 ottobre 2019 al 15 marzo 2020.

Da martedì a domenica dalle 9:30 alle 19:30.
Giovedì dalle 9:30 alle 22:30.
Chiuso il lunedì.
Ricordate che:
-i docenti entrano gratis portando documento timbrato dalla scuola.
-con lo stesso biglietto si può acquistare a prezzo scontato il biglietto per la mostra di Canova alla Gam, a Palestro, a Milano.
-ingresso gratuito sotto ai 18 anni

 

De Chirico a Palazzo Reale a Milano

De Chirico a Palazzo Reale a Milano

A Palazzo Reale a Milano dal  25 settembre 2019 al 19 gennaio 2020 scopriamo De Chirico!

  • Se non avete voglia di leggere…ecco il link diretto al video ma vi avviso: nell’articolo c’è parecchio di più! 😉

Le opere sono tantissime e arrivano da ogni parte del mondo. Ma dovevano essere qui, tutte insieme, affiancate una all’altra proprio per mostrarci il mondo di De Chirico. Un mondo immaginario, un mondo metafisico, atmosfere fatte di silenzi e personaggi muti. Qui parlano solo i colori.

L’allestimento stesso della mostra si rifà alla pittura di questo artista che in fondo dipingeva cose molto normali e quotidiane, senza orpelli strani eppure riusciva a creare mondi fantastici seppur con oggetti comuni e riconoscibili (ed ecco spiegati i pavimenti del museo lasciati a vista – stranamente non ricoperti da moquette- e le quinte prospettiche spesso proprio con le finestre tagliate di scorcio tanto care alle prospettive allucinate di De Chirico).

Giorgio De chirico vive in una costante condizione di sradicamento: geografico ma anche famigliare ed emotivo.  Nato in Grecia da genitori italiani (ingegnere il padre, baronessa la madre), tornerà poi a vivere e a studiare in Italia e in Germania. Le sue opere e la stessa esposizione, ruotano attorno a lui e ai suoi autoritratti (tanti, bellissimi e spesso molto ironici). I suoi mondi sono le piazze che lo hanno reso famoso e i tagli prospettici che mettono in evidenza i personaggi, spesso ridotti a manichini, rappresentati con colori accesi…sono i colori caldi del mediterraneo che lo accompagnano sempre.

Il Centauro morente, probabilmente realizzato a Milano, accoglie i visitatori della mostra. Sta soffrendo mentre il suo assassino si allontana. Sembra la scena di un film (e spesso le opere di De Chirico anticipano scene del cinema). Forse la morte del centauro rappresenta la morte del padre nel 1905 cui seguirà il cambiamento radicale della vita di tutta la famiglia che lascerà la Grecia per far ritorno in Italia.

centauro-morente-1909
Centauro morente 1909

Gli autoritratti

De Chirico era decisamente un po’ narcisista…i suoi autoritratti sono parecchi, diversi tra loro eppure uniti nel mostrarci quest’uomo a trecentosessanta gradi. Nell’autoritratto del 1911 riprende la posa di una famosa fotografia che ritrae il filosofo tedesco Nietzsche, con il mento appoggiato ad una mano. Quasi contemporaneamente però l’artista decide di ritrarre sua madre, sullo sfondo una finestra che si apre su di un fondale, la realtà per De Chirico è questa, va tutta cercata nell’introspezione psicologica più che nella natura stessa. A 23 anni, nel 1912, l’artista si vede come un uomo del rinascimento, di profilo e  con uno sfondo con tanto di torrione alle spalle. I due ritratti poi diventano uno solo: l’artista e la madre, quasi un quadro nel quadro…la realtà sta già diventando meno definita…

Ma gli autoritratti sono tanti, sono a figura intera, riprendono solo il volto, sono in stile antico…Insomma qui De Chirico davvero si diverte!

Se per  quello nudo gli vien chiesto di ricoprirsi, si veste autonomamente da torero e poi da nobile del barocco. Si rappresenta in piena trasformazione da uomo a statua, giovane e anziano. Ma è sempre lui: l’artista irriverente che gioca a travertirsi mostrandoci ogni volta un nuovo lato di sè.

De Chirico è il pittore dell’architettura.

Che detto così par quasi un ossimoro…eppure… eppure a Torino, dove passa poco tempo tra il 1911 e il 1912 scopre l’architettura e gli spazi che avevano affascinato anche Nietzsche. e qui ha origine l’idea iconografica delle Piazze d’Italia. Paesaggi chiusi e ben definiti da forme geometriche come rettangoli di finestre, scorci che acquistano un valore metafisico proprio perché isolati dallo spazio circostante. Sono scorci  urbani caratterizzati dall’assenza di abitanti e quindi, anche per questo, hanno sempre un’aria vagamente inquietante dove il tempo è sospeso e sembra quasi di vivere quel momento che nei film precede il fattaccio! Fermi, muti, immobili…in silenzio: qui anche le ombre sono un vero enigma. Fateci caso, De Chirico ci ripropone spesso gli stessi soggetti: porticato, torre, treno in corsa. Colori pieni e ombre nette…tutti particolari presenti, ad esempio, nell’Ariadne, esposta nel 1913 nella mostra allestita autonomamente dallo stesso artista nel suo studio parigino. Probabilmente proprio queste forme così classiche eppure sempificate saranno tra le ispirazioni che porteranno al razionalismo italiano di epoca fascista che cercherà proprio di ricreare, nel mondo reale, questo mondo metafisico.

Ferrara

All’inizio della prima guerra mondiale i fratelli De Chirico, arruolatisi volontariamente,  vengono mandati a Ferrara, in fanteria. Qui De Chirico si trova con il fratello Andrea (Savinio) nella città rinascimentale per eccellenza. E’ la città di Ercole d’Este, è la corte che accolse artisti visionari come Ercole de Roberti e Cosme Tura…ma anche il Savonarola! Si narra che sia identificata come la città della pazzia (causata, non lo immaginavo proprio, dalla coltivazione intensiva di canapa!). De Chirico, inutile dirlo, qui si sente a casa e passerà parecchio tempo proprio nell’ospedale per malattie nervose. Anche qui sceglie soggetti quotidiani che però grazie a scorci prospettici improbabili e a ombre impossibili, tra squadre e scatole e biscotti…anticipano il surrealismo. I biscotti sembrano appesi al vassoio che diventa praticamente una piazza dove troviamo enormi squadre. I colori sono artificiali e son proprio quelli dei pittori quattrocenteschi che De Chirico sta sicuramente ammirando a Ferrara. L’amico lontano cui accenna nell’altra opera è probabilmente Paul Guillaume, il suo gallerista parigino ed ecco forse spiegata la scelta di esaltare proprio i colori della bandiera francese: bianco, rosso e blu! La natura morta con il pane a quattro corna e il crumiro invece è un chiaro riferimento alla quotidianità italiana mentre al centro c’è proprio un occhio con valenza sciamanica, un occhio enorme a raffigurare il pensiero dell’artista che avrebbe proprio detto: “bisogna scoprire l’occhio in ogni cosa”. L’interno metafisico con faro invece incastra un paesaggio genovese (città d’origine della madre) su di una struttura fatta di cavalletti. Fateci caso…sono sempre dipinti claustrofobici quelli di questo periodo, lo spazio è pieno e lo sguardo deve necessariamente seguire un percorso ben definito.

I manichini

Dal 1917 gli spazi vuoti dei mondi metafisici di De Chirico iniziano ad animarsi…sì ma non di persone bensì  di manichini! Manichini in legno, senza volti, son proprio quelli che si utilizzano in sartoria…anche in questo caso quindi sono oggetti abbastanza comuni, tecnicamente normali ma che decontestualizzati assumono ben altre inquietanti forme. Pare che l’idea di questo soggetto, privo di emozioni,  Giorgio De Chirico l’abbia presa dall’opera scritta dal fratello Savinio, Chants de mi mort, dove il protagonista era un uomo senza volto. La figura di Orfeo, molto cara all’artista, torna qui nelle vesti stanche. L’eroe mitologico che con il bel canto ammansisce le bestie qui invece si mostra stanco…ha deposto tutti gli strumenti e siede un po’ sbracato su di un blocco di pietra. Nell’archeologo il manichino è più umano, la posa è morbida e il richiamo al classicismo è evidente nelle rovine romane incastrate nel corpo stesso del manichino. L’archeologo è in pratica un po’ l’artista stesso, con i propri studie le sue memorie…uno scavo nel proprio essere insomma.

Le muse inquietanti sono il dipinto iconico con il quale viene più spesso ricordato De Chirico, ecco forse perché deciderà di replicarle più volte mettendo in pratica una prassi antica, già in uso nelle botteghe rinascimentali e che con il meccanismo della serialità ispirerà poi anche A. Warhol!

Gli abbracci

I manichini di De Chirico hanno comunque un cuore e possono amare anche senza volto e spesso pur essendo privi di braccia…e vederli mentre provano sentimenti è un vero spettacolo! Ed ecco quindi il figliol prodigo/manichino che abbraccia il  padre/statua sceso dal piedistallo per l’occasione. Colorato e un po’ traballante il primo, granitico e solido il secondo…paragonato forse alla saggezza dell’età che offre certezze e sicurezze. Ettore e Andromaca del 1923 sono gli amanti un po’ stile fumetto. L’abbraccio di lei, quasi una statua, mentre cerca di trattenere teatralmente l’amato che va, di fatto, a morire. Tutto inutile…Troia, sullo sfondo,  è già in fiamme e lo spettacolo deve continuare (la teatralità dei gesti e delle pose è sottolineata anche dalle tende ai lati, proprio quelle di un palcoscenico!). Come spesso sceglieva di fare De Chirico, un buon soggetto si può anche ripetere e quindi ecco Ettore e Andromaca,  sgargianti nei loro colori mentre si abbracciano (solo un anno dopo). Lui formato da un assemblaggio di squadre e figure geometriche mentre lei è creata dal panneggio che ricorda la pittura di Raffaello. Le mura lì vicino son quelle di Troia e in quest’opera, come spesso accade, diventano quinte prospettiche che chiudono l’orizzonte.

 

Il Trittico

Il filosofo del trittico ha la testa da manichino e il corpo che si sta trasformando in statua di pietra. Le gambe sproporzionatamente corte mentre i pensieri hanno origine dalla pancia: calco, lira, colonna, libro…in evidenza il motto “sono quello che sono”.

Gladiatori e trofei

Le scene iniziano a riempirsi di strani personaggi…dai gladiatori, alla scuola dove imparano a combattere, al luogo dove vengono creati i loro trofei. I gladiatori lottano rimanendo immobili, rigidi come sculture, muti come statue. Non c’è violenza, del resto…in una stanza così piccola c’è poco da scannarsi. I tre creatori di trofei assemblano un po’ alla rinfusa simboli e oggetti arrivando così fino al soffitto. Bauli, cavalli e castelli sono oggetti comuni che qui assumono un differente significato e una diversa collocazione.

I cavalli

I cavalli di De Chirico sono spesso in coppia. trottano al chiuso ma anche all’aperto. Sono quasi monocromatici al fianco di rovine classiche oppure sono colorati e perfettamente isneirti in una piazza. Quando però finiscono in una piccola camera…è subito Surrealismo!

I bagni misteriosi

Questa seria è una di quelle più famose realizzate dall’artista. Personaggi nudi e personaggi vestiti, piscine che diventano canali… Pare che l’origine delo tema sia un ricordo infantile di De Chirico, quasi un pensiero ossessivo che vedeva nella scaletta di legno degli stabilimenti balneari un momento di sgomento perchè finiva in acqua e praticamente svaniva… Nella Quadriennale del 1935 i Bagni Misteriosi furono tra le opere maggiormente apprezzate per questa vena surreale eppure ancora metafisica. I bagni diventano un momento di assurdità visiva, le figure nuotano anche nell’acqua-parquet e sullo sfondo queste cabine con le finestre forate sono come piccole teste mascherate che osservano…e si torna al mistero. In mostra anche il modellino realizzato per la Fontana, reale, che si trova ancora oggi a Milano al parco sempione, recentemente restaurata.

 

E qui di seguito una carrellata di altre opere in mostra, a partire da classiche nature morte, a volte perfettamente barocche, a paesaggi con evidenti richiami a stili del passato (una veduta di Venezia pare realizzata da Canaletto!)!

 

Preraffaelliti Amore e Desiderio

Preraffaelliti Amore e Desiderio

Avete presente la frase: E’ successo un quarantotto?!

ecco…allora dovete conoscere i preraffaelliti (amore e desiderio)!

Nel 1848 succede davvero di tutto tra rivoluzioni politiche e sociali, cambia il mondo, cambia l’arte, cambia il lavoro, cambia il ruolo della donna…e arrivano loro: un gruppo di studenti che, attraverso una confraternita segreta che già nel nome mette bene in chiaro le cose (l’idea è quella di prendere in considerazione l’arte fino a Raffaello), tra chiacchiere e caffè, libri e ideali, vogliono liberare la pittura inglese dal vecchiume che, secondo loro, la imprigiona e la condiziona.

Pre.Raphaelite Brotherhood, PRB, cioè la confraternita dei Preraffaelliti

Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore figlio di un membro della Carboneria italiana esiliato in Inghilterra, assieme a William Holman Hunt (che aveva sfidato la famiglia pur di dedicarsi all’arte), affiancati dall’ex bambino prodigio John Everett Millais (ammesso all’accademia di Belle Arti a soli 12 anni!), convincono con i loro ideali anche Ford Madox Brown, più anziano e già conosciuto e Georges Stephens, uno studente di pittura che poi sceglierà la strada della critica d’arte. Le donne che gravitano attorno al gruppo sono fondamentali per il successivo percorso dei preraffaelliti. Ricordiamo ad esempio Christina Rossetti, poetessa e sorella di Gabriel e Elizabeth Siddal (che sposerà Rossetti), pittrice dilettante che si unisce per ultima al gruppo ma che con la sua fortissima personalità non sarà certo figura secondaria!

Partono quindi dal Medioevo arrivando poi al Rinascimento, rivoluzionando temi e soggetti religiosi, letterari, sociali. I colori che usano sono vivissimi e si rifanno direttamente alla pittura bizantina ma la cura per il particolare e l’adesione alla realtà è stretta a filo doppio con la fotografia. Ma ricordiamoci che vivono nell’epoca vittoriana, quella dove la donna è il focolare della famiglia, dove la religione è davvero sacra e  dove le convenzioni non si mettono nemmeno in discussione!

Ed ecco quindi Una madonna classica per inquadratura, forma, impianto scenografico con le figure in primo piano e lo scorcio prospettico sullo sfondo a destra, una madonna che potrebbe essere proprio stata dipinta da Raffaello…ma basterà guardare la cornice (dove i classici angioletti che cantano ci sono eh, sì sì ma sono appena abbozzati nei loro cerchietti sullo sfondo oro) e dove in pratica la figura sacra altro non è che una madre dell’epoca vittoriana, che fa il bagno al bambino prima di metterlo a letto la sera del sabato (e Madox Brown qui ritrae anche la figlia Lucy in preghiera!). Ricordiamoci poi che Millais è un bambino prodigio, in mostra è infatti esposto un suo lavoro, i Lottatori, eseguito quando aveva solo 12 anni (è stato l’alunno più giovane mai ammesso alla Royal Academy Schools!).

Per i preraffaelliti il disegno è fondamentale, ed ecco quindi delle deliziose illustrazioni, quasi dei fumetti, con scene bibliche serissime ma rappresentate con un brio e con una leggerezza che ce le fanno apparire quasi a noi contemporanee (la disperazione delle monache davanti al disseppellimento della regina Matilde è davvero tra il comico e il drammatico. L’episodio si ispira alle guerre di religione nella Francia del Seicento e allude anche alle tensioni tra protestanti e cattolici nella Gran Bretagna ottocentesca). Millais è proprio un originale ed ecco quindi  l’idea di farci sbirciare quasi dalla serratura per vedere un Gesù, bambino e capellone, mentre lavora nella falegnameria paterna e si ferisce una mano (anticipando le ferite della croce), è un’idea molto moderna: sacra famiglia sì ma di lavoratori!

Pittori poeti

Molti dei pittori preraffaelliti erano anche scrittori e poeti e spesso sceglievano di rappresentare brani di letteratura di Dante, Chaucer, Shakespeare: storie d’amore difficili con finali spesso tragici, insomma molto simili, purtroppo per loro, alle difficoltà che incontravano nella vita quotidiana, condizionata da severe regole sociali dove ceto, denaro e nobiltà tendevano a complicare ulteriormente i rapporti amorosi.

L’amore tra classi sociali differenti è qui rappresentato nell’opera La proposta, con il Marchese di Saluzzo che si dichiara a Griselda, una contadina (anche in questo caso la modella è la Siddal). La poveretta non sa che sta iniziando un lungo calvario dove verrà sottoposta a prove terribili che dovranno garantire pazienza, dedizione, fiducia e…il suo amore. Ne uscirà vincitrice (insomma, considerando l’epoca vittoriana eh…a noi la sua storia di donna sottomessa piace pochino, diciamocelo!)

La morte di Ofelia, direttamente dall’Amleto di Shakespeare, è il capolavoro forse più famoso di Millais. Respinta dall’amato, Amleto, che in più le uccide il padre cade in un torrente e affoga (con estrema eleganza, sembra dormire tra le acque chiare e i fiori che sono tutti simbolici, sia il papavero che stringe in mano sia le margheritine che le galleggiano attorno). Pare che la Siddal posò realmente, vestita da sposa, in una vasca da bagno. Già perché i preraffaelliti sono, prima ancora degli impressionisti che verranno, sono attentissimi alla copia dal vero e alle scene all’aperto, l’en plein eir in pratica lo inventano loro! ah…la Siddal prese un gran freddo rimanendo in ammollo nell’acqua e si ammalò di bronchite tanto che Millais fu costretto a pagare le spese mediche al padre di lei  perché ancora non aveva sposato Rossetti!

In Claudio e Isabella vediamo il giovane in catene, condannato a morte da Angelo, vicario del Duca di Vienna. Si salverà solo in cambio della perdità della virtà e dell’onore della sorella Isabella che dovrà concedersi al vicario. E’ il dilemma morale protagonista dell’opera di Shakespeare Misura per misura. Isabella ha in realtà già deciso, lo sappiamo da quei petali in terra, il fiore è distrutto,  la veste della giovane appare già meno candida ma si sta sacrificando per salvare il fratello: una vera eroina!

Una fede laica

I pittori preraffaelliti scelgono i soggetti religiosi ma li reinterpretano. Le loro scene sono sempre molto reali e concrete e soprattutto ricchissime di dettagli tutti da interpretare, tanto che spesso non son stati motlo apprezzati dai loro contemporanei.

Nella scena classica che vede Gesù lavare i piedi a Pietro è come se noi fossimo lì presenti, con loro e in ginocchio, quasi come per dare una mano! Gli apostoli, come spesso accadeva, hanno i volti di amici e colleghi (Hunt è rappresentato nel personaggio con la testa tra le amni e di fianco al discepolo biondo riconosciamo Rossetti!). In origine la figura di Gesù era nuda dalla vita in sù proprio per sottolineare il gesto umile messo in atto da un lavoratore…ma un Cristo nudo all’epoca proprio non era accettabile e quindi, per poterlo vendere, l’artista decise di rivestirlo completamente!

Nella strana scena del Torchio vediamo il personaggio principale vestito di ricchissimi abiti quasi bizantini mentre calpesta i grappoli d’uva. Il meccanismo del torchio è molto ben realizzato ed è sicuramente frutto di una accurata osservazione dal vivo.

L’opera che ha per protagonista Sant’Agnese è considerata forse l’ultima di questa corrente artistica, del resto è del 1905, ben oltre quindi la data ufficiale di scioglimento della confraternita. Ma Cowper sceglie di mostrarci il momento in cui la santa, martire romana, dopo esser stata trascinata in strada nuda come punizione per aver scelto la strada della castità in età giovanissima e rinchiusa addirittura in un bordello, finalmente viene soccorsa da un angelo che, oltre a farle crescere i capelli a dismisura, così da poter velare le sue nudità, le porge anche un vestito, bianco e simbolo di purezza ovviamente. La ragazza finirà comunque male eh, non illudiamoci: bruciata viva come strega, ma non ancora morta, verrà definitivamente uccisa con un colpo di spada alla gola. Il suo cranio è ancora custodito nella chiesa a Lei dedicata: Santa Agnese in Agone a Roma.

Vita moderna

Nell’Ottocento la Rivoluzione industriale, in Europa, porta cambiamenti ma anche sviluppi tecnologici e la crescita  dell’urbanizzazione. In tutto questo cambiano anche le condizioni di vita di donne e bambini con più diritti e maggior istruzione per entrambi. Ovviamente i preraffaelliti sono in primo piano per testimoniare tutto questo…

Nel misterioso dipinto incompiuto, Brown raffigura sua moglie mentre presenta a lui il figlio appena nato (tecnicamente anche per farglielo riconoscere, visto e considerato che all’epoca era prassi comune non dare il proprio cognome ai figli nati fuori del matrimonio…ma questo bambino era “legale” perché l’artista aveva sposato la modella del dipinto, Emma, ma comunque dopo la nascita del loro primo figlio). Ma il “Signore” cui fa riferimento il titolo dell’opera “prendete vostro figlio, Signore”, quell’uomo in realtà siamo noi, esattamente nel punto in cui si pone l’autore che vediamo anche riflesso nello specchio curvo che sta dietro la testa della donna che appare così una vera e propria Madonna con tanto di sacra aureola che in realtà è lo specchio chiaramente ispirato all’opera più famosa del pittore fiammingo Van Eyck, che nello stesso specchio aveva riflesso i Coniugi Arnolfini. L’opera non è finita perché il bambino morì prematuramente, fatto tragico ma purtroppo non insolito in quel periodo.

L’amore dei preraffaelliti non è gioioso, facciamocene una ragione! Anche quello di Aprile è rappresentato da due giovani appartati e solo apparenteente sereni. Di lui si intravede solo la testa china sulla mano di lei…e lei, in penombra sotto un pergolato d’edera e di rose, con un abito viola che riprende cromaticamente i fiori lilla sullo sfondo, lei ha un’aria tutt’altro che felice. Del resto ai suoi piedi vediamo i petali di una rosa sfiorita…l’amore è finito e lei guarda proprio altrove!

Il ruolo della donna stava cambiano ma…lentamente eh… Ce lo ricorda Collinson che mette in bella mostra e praticamente in vendita, una donna, offerta come gli altri oggetti in vendita alla fiera della parrocchia, proprio come si usava fare nel mercato matrimoniale dell’epoca vittoriana.

Deverell fa di peggio per ricordarci quanto e come fosse ancora poco considerata la figura femminile dell’epoca: la sua donna ha ai suoi piedi un cagnolino…e all’epoca scrittori, filosofi e teologi discutevano parecchio del rapporto tra essere umano e natura associando però la donna alla natura e quindi paragonandola di fatto…al cagnolino!

Nella Valle del riposo (eterno!), Millais scandalizza un po’ tutti rappresentando da un lato la cruda realtà della morte (c’è una tomba ancora aperta, in primo piano!) e in più la sta scavando una suora, figura femminile quindi ma decisamente forzuta, quasi maschile con quelle braccia nude e muscolose in evidenza!

Nell’Ottocento anche gli spostamenti erano più comuni, a bordo di battelli o treni a vapore ma non sempre erano viaggi di piacere e spesso era la crisi a motivare il viaggio…

Hunt ci mostra quindi la scena di un viaggio in mare frutto forse di un ricordo, era stato infatti in Oriente con la moglie che qui è raffigurata forse nella figura femminile che guarda il cielo. La nave è reale e ritratta quindi dal vivo ma è anche una metafora della vita “con nient’altro che le stelle silenziose per orientarsi nel dirigere la nave a pieno carico e nessun benvenuto finché non si tocca terra” come possiamo intuire dai versi incisi direttamente nella cornice (ricordatevi che spesso per i preraffaelliti le cornici sono parte stessa dell’opera e la completano più che limitarsi a contenerla).

Madox Brown punta direttamente al sentimentale e rappresenta un viaggio verso l’Australia, emigrazione che allontana dalla patria britannica un terzo della popolazione inglese a causa della disoccupazione, piaga che aveva toccato da vicino anche i pittori preraffaelliti. Una scena ancora tragicamente d’attualità dove la sacra famiglia (nel tondo classico) in fuga dall’Egitto è una famiglia moderna, coperta per ripararsi dal freddo, i due si tengono la mano per darsi forza mentre del bambino si intravedono solo  le forme sotto lo scialle della madre.

Il diritto allo studio

Martineau sceglie il famoso romanzo di Dickens “La bottega dell’antiquario” e raffigura l’orfanella Little Nell che insegna pazientemente a Kit a leggere e a scrivere (guardate lui quanto è concentrato!).

Ma non tutti gli alunni sono diligenti e Madox Brown con un acquerello cattura l’argento vivo che ha sicuramente addosso la scolara che è la peggiore della classe, costretta allo studio mentre vorrebbe tanto oessere altrove….e al calamaio preferisce  una mela da sgranocchiare. Nel 1870 l’istruzione venne resa obbligatoria per tutti i minori, ecco perché la questione dell’istruzione infantile era un tema molto discusso in quel periodo.

Fedeltà alla natura

Prima degli impressionisti son stati proprio i preraffaelliti a dipingere all’aperto e non solo in studio. Del resto potevano anche spostarsi grazie alle nuove tecnologie e aver quindi a disposizione molta più natura da rappresentare…cosa del resto molto incoraggiata dal collezionista che li rese famosissimi: John Ruskin, che vedeva nella natura l’opera d’arte creata da Dio.

I preraffaelliti quando arrivano a rappresentare la realtà e la natura…sono confusi, inutile girarci intorno: vivono nell’epoca della macchina fotografica e dei particolari perfettamente a fuoco…però per quanto riguarda l’arte si rifanno al medioevo e al quattrocento…e subito verrebbe da pensare allo sfumato leonardesco che rende le prospettive in lontananze sfumate così come l’occhio umano le vede… e invece no: i preraffaelliti amano talmente tanto il particolare da dimenticarsi di tutti i discorsi ottici di Leonardo da Vinci. Ed ecco quindi Un Maggio a Regent’s Park minuziosamente dettagliato, così come il selciato in rovina in primissimo piano della casa infestata dai fantasmi (aggiunta sullo sfondo in un secondo moderno che darà però il titolo all’opera).

Torna in auge anche una forma di vedutismo settecentesco, ormai si viaggia anche per piacere e poter mostrare le meraviglie del mondo…è quasi un obbligo.

Si attraversa la Manica (rappresentata con infiniti tocchi rapidi di colore che danno vita ai raggi del sole sull’acqua), si arriva a Gerusalemme, nella valle di Giosafat dove Seddon si accampò davvero per 120 giorni per ritrarre minuziosamente la scena… e si conclude con l’immagine irreale eppure dai contorni nettissimi di una Firenze racchiusa nelle mura,  vista da Bellosguardo, là dove una folta comunità di Britannici si era trasferita e fermata fin dall’ottocento.

Bellezza dell’anima, bellezza del corpo

Nella seconda fase estetica i preraffaelliti esplorano la bellezza tra arte, design, poesia e musica. La bellezza diventa più sensuale, i ritratti sono figure della loro cerchia ma nelle vesti di personaggi letterari che però son persi nelle loro sensuali fantasticherie. I pittori qui si avvicinano al Rinascimento di Tiziano e Leonardo che hanno uno stile perfetto per raffiguare le bellissime modelle che diventano vere e proprie icone di stile da seguire.

Ed ecco Rossetti che raffigura Aurelia (la modella Fanny Cornforth amante dell’artista), nei panni di Angiola da Verona, l’amata cui Fazio degli Uberti aveva dedicato una poesia tradotta poi dallo stesso Rossetti. La posa riprende la ritrattistica di Tiziano così come il colore rosso dei capelli, mentre Aurelia, con lo sguardo perso altrove, disfa una treccia…

Rossetti in Beata Beatrix si ispira alla Vita Nuova di Dante dove il poeta racconta il proprio amore idealizzato per Beatrice amplificato dalla sua morte prematura…proprio come avvenne per Elizabeth Siddal che qui è l’amata di Dante ma anche l’amata perduta di Rossetti (la modella morirà solo due anni dopo aver sposato l’artista e qui il vedovo la ritrae a memoria). Lo sfumato è  quello morbido di Leonardo, i contorni non esistono più e lo stile è quindi più rinascimentale che medievale.

In Monna Vanna la modella Alexa Wilding vuole letteralmente sollecitare tutti i sensi: il tatto mentre si attorciglia sulle mani la lunghissima collana rossa, la vista che si perde nel tessuto prezioso di quelle immense maniche e l’olfatto che riesce ben a immaginare il profumo di quei fiori sullo sfondo. Opulenza, posa e colori decisamente rinascimentali.

E va a rappresentare tutti i sensi anche il ritratto di Ada Vernon modella che rappresenta Monna Pomona, la divinità romana dei frutti. possiamo immaginare i diversi materiali con i quali viene a contatto: il profumo e la consistenza della mela e quello dei fiori, la freddezza delle perle metalliche, il peso dell’abito…è una scena molto privata, quasi intima, forsi si sta vestendo…o forse spogliando…chissà…

 

La dama di Shalott è l’eroina del poemetto di Tennyson. La ragazza chiusa in una torre è costretta a vedere la vita solo riflessa in uno specchio e la maledizione ha predetto che morirà quando smetterà di ricamare le scene osservate…Ma la donna dell’ottocento è una ribelle ed è in cerca della propria autonomia: visto Lancillotto nello specchio decide di sfidare la sorte andando nel mondo in cerca del’amato sopra una barca, portandosi dietro l’immenso ricamo che rappresenta la sua vita. Waterhouse rende l’atmosfera quasi sospesa, le rondini volano basse, delle tre candele due sono già spente…la morte è vicina…e le pennellate con cui viene resa tutta la scena sono già decisamente molto vicine all’impressionismo.

Ma le donne son sempre anche un po’ streghe e quindi la mostra si conclude con Il cerchio magico dove una strega, con tanto di calderone, disegna un cerchio di fuoco attorno a sé. Non mancano ovviamente i corvi e le rovine di una città. Le sedute spiritiche eran parecchio di moda in quel periodo e quindi non dobbiamo sorprenderci se ci sembra quasi di intravedere una figura spettrale nel fumo che sale…

Preraffaelliti. Amore e Desiderio

19 giugno 2019 – 06 ottobre 2019, Palazzo Reale

Orari: Lunedì 14,30 – 19,30 Martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9,30 – 19,30 Giovedì – sabato 9,30 – 22,30

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo yt!

La porta delle meraviglie -con filmato dimostrativo  yt!

La porta delle meraviglie

La porta è un soggetto perfetto per fantasticare, ecco perché ho chiesto ai miei alunni di seconda media di realizzare la tavola di una porta come compito delle vacanze (e so già che ne vredremo delle belle! ).

E ovviamente…come faccio sempre…prima ho provato in prima persona ad immaginare qualche porta: viste dall’interno ma anche dall’esterno. Porte folli o credibilissime…

Insomma io adoro le porte, quindi voi…porta(te) pazienza!

Ma soprattutto: cosa c’è dietro quella porta?

La porta nei sogni ha vari significati perché è una metafora importantissima della vita! Se è aperta, se è chiusa, se è socchiusa…se si spalanca o si apre a fatica… Basta poco e la porta assume significati e aspetti differenti.

Hanno iniziato i Romani, negli affreschi pompeiani, ad incuriosirci con le porte…

Ma troviamo porte in ogni periodo artistico: dalle porte di Delft, dipinte da Vermeer in una via tranquilla, alla porta che rimane sullo sfondo e fa immaginare scaloni e ambienti ricchissimi, nelle Meninas di Velazquea. Magritte ha immaginato porte impossibili che si aprono, forse, su altri mondi…

Nella Villa Barbaro a Maser, Paolo Veronese, apre finte porte, perfetti trompe l’oeil, con personaggi che sbirciano dando il benvenuto agli ospiti.

Ma di porte ne troviamo anche di vari tipi eh…

Nei film horror son porte terribili ma nel film romantico Sliding Doors son porte della metropolitana che, aprendosi o chiudendosi cambiano tutta la vita della protagonista! Le porte hanno poi forme strane…a volte sono tonde, come nelle case degli Hobbit, altre volte son porte di armadi che portano direttamente a Narnia…

…e ora se volete provare anche voi a fare una porta…

Buon lavoro!

(e buone vacanze!)